SENZA COLPA: Una storia che sfida la verità e il destino

LUDOVICA, fin da quando aveva cinque anni, rimase orfana. Prima perse la madre, ammalata, poi il padre, e a pochi mesi di distanza anche il nonno. La nonna sopravvisse un anno più a lungo.

Una zia, Carla, abitante di un villaggio sperduto in provincia di Puglia, la prese con sé e si occupò di tre figli suoi. La vita nella casa della zia non era dolce: Carla rimproverava i ragazzi per ogni piccolo errore, li puniva severamente e raramente mostrava un gesto di affetto. Solo in rare occasioni, davanti a una statua sacra, versava lacrime amare, e i bambini, piangendo, si avvicinavano timidamente alla madre adottiva, cercando conforto. Un fragile equilibrio si stabiliva, ma Ludovica temeva di finire nelle mani della zia irascibile e sognava di crescere e di fuggire da quel luogo.

Ricordava spesso la sua famiglia originale, dove regnava amore e comprensione. Mia cara, non mi abbandonerai davvero? le chiedeva la madre, accarezzandola dolcemente, intuendo che il suo addio era imminente. Così passarono gli anni.

Quando Ludovica compì diciotto anni, salutò la zia e i suoi figli con sollievo, senza curarsi di dove sarebbe andata. Tornò nella città dove era nata, Verona, da cui la zia laveva rapita. Laria sembrava più fresca, le stelle più luminose e la gente più familiare. Ritrovò il piccolo appartamento in cui era cresciuta con i suoi primi cari; le pareti, gli odori, tutto le ricordava tempi spensierati. La zia, nel frattempo, aveva affittato quellalloggio a vari inquilini.

Ludovica trovò lavoro come cameriera in un bar del centro. Tra mance generose, ammiratori insistenti e bottiglie di spumante, cercava di non perdere la propria innocenza. Un anno dopo, rimase incinta e, costretta a tornare al villaggio, fu accolta di nuovo da Carla, che la rimproverò: Non sei neanche riuscita a scappare dal portico e già hai un bambino! Ma la zia accettò la bambina, la battezzò nella piccola chiesa locale e le diede il nome di Vera.

Ludovica pianse notti intere, convinta che la sua giovane vita fosse rovinata. Tuttavia, nella campagna non si annoia mai: cè sempre lavoro da fare. Con il tempo si stabilizzò, ma il desiderio di lasciare il villaggio rimaneva vivo. Quando Vera crebbe, Ludovica cominciò a pensare al trasferimento. Carla le impartì un consiglio: Attenta a chi ti circonda, le tentazioni possono portarti al baratro.

Tornata a Verona, iscrisse la figlia allasilo e trovò un impiego di supporto presso un negozio di dolci orientali gestito da un uomo di nome Asaf. Lui le lanciava sguardi ambigui, le offriva prelibatezze e le prometteva un futuro condiviso. Quando Ludovica partorì una seconda bambina, Asaf chiese di chiamarla Gelsomina, in onore della madre. Poco dopo, luomo iniziò a evitarla, licenziandola e tagliando ogni contatto.

Questa volta Ludovica non disturbò più Carla, temendo di tornare a presentarsi con due figli orfani. Signore, perché salto dal fosso al pantano? si lamentava, decidendo di risollevarsi da sola. Spesso ricordava le parole della zia: Sei sola, conta solo su te stessa. Forse un raggio di sole ti guarderà ancora. Nonostante il carattere duro di Carla, Ludovica la riconobbe come un esempio di resilienza: aveva cresciuto i propri figli e, nonostante fosse orfana, ne aveva accolti altri, senza lamentarsi.

Gli anni passarono; Ludovica divenne cauto nei rapporti, che in realtà non ne aveva molti. I figli crescevano, le preoccupazioni aumentavano. A trentasettemila anni, la sorte le riservò un incontro inatteso. Valerio, un cliente di un centro benessere, notò la dedizione di Ludovica verso le figlie e ne fu colpito.

Durante la prima serata insieme, Ludovica gli raccontò apertamente la sua vita difficile, desiderando solo qualcuno a cui sfogarsi. Valerio ascoltò con attenzione, annuì e, al termine, disse: Ludovica, voglio sposarti. Non te ne pentirai. Così si unì a Valerio, e le due figlie, Vera e Gelsomina, stringettero amicizia con lui. Valerio le amava sinceramente; Ludovica, però, rimaneva diffidente, temendo di nuovamente ferirsi. Non mostrava i propri sentimenti, convinta che, come moglie, fossero sufficienti le necessità quotidiane.

Valerio accennava spesso a volere un figlio, ma Ludovica ignorava linsinuazione, preferendo concentrarsi sulle due figlie. Un giorno, esasperato, le gridò: Regina di ghiaccio, almeno guardami con tenerezza! Lei rispose freddamente: Che vuoi, una bestia al guinzaglio? Portalo via!

Quando ritorno a casa, Ludovica scoprì che Valerio era sparito. Che gli mancava? si chiese. Inizialmente la vita da sola le sembrava perfetta: mangiava quando voleva, dormiva a piacere, non doveva più preoccuparsi di stoviglie sporche o calzini da lavare. Ma gli anni passarono, le figlie si sposarono e lasciarono il nido; lunica compagna rimase la sua libertà, ora dolce ma anche vuota.

Ventanni dopo, decise di rintracciare Valerio. Attraverso conoscenze comuni scoprì il suo indirizzo in una periferia di Bologna. Si presentò alla porta, dove la accolse una donna di quarantacinque anni, la vedova di Valerio, di nome Lucia.

Buongiorno, Valerio vive qui? chiese Ludovica, facendo finta di essere una cugina.
Era qui e lei chi è? replicò Lucia, sospettosa.
Sono una parente, Anna, dicono, improvvisò Ludovica.

Lucia la fece entrare, la aiutò a sedersi sul letto e le chiese cosa fosse accaduto. Ludovica, ancora scossa, raccontò di aver perso Valerio un anno prima, di come era stato malato e di un segreto che lo perseguitava: amava unaltra donna. Lucia, piangendo, confessò che aveva sempre amato Valerio, nonostante la gelosia, ma non avevano figli.

Lucia, con voce rotta, disse: Valerio non voleva che tu soffrissi ancora, ma non ha saputo dirti addio.

Ludovica, tra le lacrime, ammise: Sono colpevole. Sono cresciuta senza amore, con una zia che mi ha insegnato a non fidarmi. Volevo solo un amore puro, ma la vita mi ha pugnalata più volte.

Lucia rispose: Forse sei stata una santa per lei, ma tu stessa non hai ricevuto nulla. Il dolore ti ha temprato, ma ora è il momento di lasciarlo andare.

Le due donne si abbracciarono, come sorelle, e piangevano insieme.

Alla fine, Ludovica capì che, per quanto il passato fosse stato crudele, la forza interiore che aveva ereditato dalla zia la aveva resa capace di ricostruirsi. Decise che, invece di rincorrere amori perduti, avrebbe coltivato la serenità dentro di sé, confidando che il vero conforto nasce dal cuore che ha imparato a perdonare.

Così, la lezione più preziosa che la sua vita le insegnò fu: **la pace più grande si trova quando smettiamo di cercare approvazione negli altri e impariamo a essere fedeli a noi stessi**.

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