Senza “doveri”: Una sera qualsiasi a Milano, tra piatti da lavare e compiti incompiuti, Anton trov…

Senza dovere

Andrea aprì la porta di casa e vide sul tavolo della cucina tre piatti con pasta secca, un vasetto di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Matteo era abbandonato in mezzo al corridoio, Chiara stava seduta sul divano, immersa nel telefono.

Posò la borsa per terra, si tolse le scarpe. Avrebbe voluto dire qualcosa sui piatti, ma unimprovvisa stanchezza gli serrò la gola. Così si avvicinò al tavolo, prese un piatto e lo portò al lavello.

Papà, adesso lavo io disse Chiara, senza alzare la testa dallo schermo.

Sì, sì.

Aprì lacqua, mise il piatto sotto il getto. La pasta sammorbidì e scivolò verso lo scarico. Spense lacqua e rimase lì, a fissare i piatti bagnati.

Chiara, dovè Matteo?

In camera sua. Sta facendo matematica.

E tu?

Ho già finito tutto.

Si asciugò le mani, poi andò nella stanza di Matteo. Il figlio era steso sul tappeto, la testa appoggiata sul pugno, e nel quaderno aveva scritto appena un paio di esercizi.

Ciao disse Andrea.

Ciao.

Come va?

Bene.

I compiti?

Ci sto lavorando.

Andrea si sedette sul bordo del letto. Matteo lo guardò di sbieco, poi tornò a concentrarsi sul quaderno.

Papà, che cè?

Non saprei rispose Andrea. Forse sono solo stanco.

In effetti, non lo sapeva nemmeno lui. Al mattino aveva chiamato sua madre, le serviva una mano per svuotare larmadio, poi al lavoro la riunione era durata fino alle sei e in metro aveva viaggiato schiacciato contro la porta. Ora si trovava nella stanza di Matteo e sentiva di non voler parlare né di piatti, né di compiti, né di ordine. Non voleva essere una funzione che torna a casa e si attiva.

Senti, vi va di venire in cucina? Tutti insieme propose Andrea.

Perché?

Per parlare.

Matteo fece una smorfia.

Ancora per il brutto voto in italiano?

No, non è per quello. Solo per parlare.

Ma papà, non ho finito i compiti!

Li finirai dopo. Cinque minuti.

Si alzò, chiamò anche Chiara. Lei sollevò gli occhi, sospirando irritata.

Dici sul serio?

Certo.

Gettò il telefono sul divano e lo seguì. Matteo uscì di camera e si bloccò sulluscio della cucina, quasi titubante.

Andrea si sedette, spostò il quaderno. Chiara prese posto di fronte, Matteo si accomodò appena sul bordo della sedia.

Cosè successo? domandò Chiara.

Nulla è successo.

Allora perché ci hai chiamati?

Andrea li guardò uno a uno. Gli occhi di Matteo tradivano preoccupazione, come se aspettasse un rimprovero.

Voglio solo parlare con voi disse Andrea piano. Sinceramente. Senza bisogna fare i compiti o bisogna lavare i piatti, tutte quelle cose.

Quindi niente piatti? chiese Matteo, guardingo.

Li laveremo dopo. Sto parlando di altro.

Chiara incrociò le braccia al petto.

Sei strano oggi, papà.

Un po lo sono ammise Andrea. Forse sono stanco di fingere che vada tutto bene.

Rimasero in silenzio. Andrea cercava le parole, ma aveva solo vuoto.

Non so nemmeno come dirlo iniziò ma mi sembra che facciamo tutti finta. Io torno a casa, voi fate finta che sia tutto a posto, io faccio finta di crederci. Parliamo di scuola, di cena, ma in realtà non ci diciamo niente.

Papà, ci stai buttando giù sussurrò Chiara. Perché?

Non lo so. Forse perché neanchio ce la faccio sempre, e ho paura che anche voi non ce la facciate ma non so nemmeno perché.

Matteo aggrottò la fronte.

Io ce la faccio.

Davvero? disse Andrea. Allora perché da un paio di settimane ti addormenti solo dopo mezzanotte?

Matteo abbassò lo sguardo sul tavolo.

Ti sento rigirarti nel letto disse Andrea. E la mattina sembri distrutto.

Non ho sonno, tutto qui.

Matteo.

Cosa cè?

Dimmelo davvero.

Matteo fece spallucce, si girò dallaltra parte.

A scuola va tutto bene. Faccio i compiti. Che altro?

Chiara intervenne:

Papà, non lo tormentare.

Non voglio interrogarlo. Voglio capire.

Ma lui non ha voglia di parlare. È un suo diritto.

Andrea la guardò, poi chiese:

E tu, come stai?

Lei alzò un sopracciglio.

Io? Benissimo. Studio, esco con le amiche, tutto regolare.

Chiara.

Lei tacque, distolse lo sguardo.

Cosa vuoi sapere?

Da un mese esci poco. Le amiche ti hanno chiamata due volte e hai detto di no.

E allora? Non ne avevo voglia.

Come mai?

Chiara serrò le labbra.

Sono stufa di sentirle parlare sempre di ragazzi e sciocchezze. Va bene?

Va bene disse lui. Solo che mi sembri triste.

Lei scosse il capo, come volesse scrollarsi di dosso qualcosa.

Non sono triste.

Ok.

Calarono nel silenzio. Dal frigo proveniva un ronzio costante.

Ascoltate disse Andrea, piano non voglio farvi la morale ora. Non voglio che mi rassicuriate. Ve lo dico e basta: io ho paura. Tutti i giorni. Ho paura che i soldi non bastino, ho paura che la nonna si ammali e non dica niente, ho paura che mi licenzino. Ho paura che voi stiate male e io non me ne accorga perché sono troppo assorbito dai miei problemi. E sono stanco di fingere di avere tutto sotto controllo.

Chiara sbatté le ciglia, lo fissò con attenzione.

Ma sei grande, papà mormorò lei. Dovresti riuscire sempre.

Lo so. Ma non sempre ce la faccio.

Matteo alzò la testa.

E se non ce la fai, cosa succede?

Non ne ho idea rispose Andrea con sincerità. Forse dovrò chiedere aiuto.

A chi?

A voi, ad esempio.

Matteo si rabbuiò.

Ma noi siamo solo dei ragazzi.

Siete ragazzi, sì. Ma fate parte di questa famiglia anche voi. A volte ho solo bisogno che mi diciate la verità. Non va tutto bene, ma comè davvero.

Chiara passò una mano sul tavolo, come a raccogliere briciole invisibili.

E perché ti interessa saperlo?

Per non sentirmi solo.

Lei alzò lo sguardo, e lui ci vide qualcosa che somigliava alla comprensione.

Ho paura ad andare a scuola disse tutto dun tratto Matteo. Cè un ragazzo che dice ogni giorno che sono stupido. E tutti ridono.

Andrea sentì una stretta al petto.

Come si chiama?

Non te lo dico. Se ci vai tu, peggiora tutto.

Non ci andrò, promesso.

Matteo lo fissò, dubbioso.

Davvero?

Davvero. Ma voglio che tu sappia che non sei solo.

Matteo annuì, abbassando il capo.

Non sono solo. Cè Luca, almeno lui è ok. Stiamo sempre assieme.

Bene.

Chiara sospirò.

Non voglio andare alluniversità confessò sottovoce. Tutti mi chiedono dove andrò, ma io non lo so. Davvero, non so niente. E sento che non andrò da nessuna parte, perché non so fare niente bene.

Chiara, hai quattordici anni.

E allora? Tutti hanno già deciso. Io no.

Non tutti.

Quelli che conosco sì.

Andrea rimase qualche secondo in silenzio.

Alla tua età volevo fare il geologo. Poi ho cambiato idea. E ancora, e ancora. E ora lavoro in qualcosa che non centra nulla.

E come va?

Dipende. A volte bene, a volte difficile. Ma la vita non deve essere già decisa dallinizio.

Lei annuì, poco convinta.

Eppure tutti dicono che bisogna scegliere.

Lo dicono confermò Andrea. Ma sono parole loro, non le tue.

Chiara lo guardò e accennò quasi un sorriso.

Sei diverso oggi.

Sono stanco di essere solo quello giusto.

Matteo si fece coraggio.

Posso chiederti una cosa?

Certo.

Hai davvero paura?

Davvero.

E cosa fai quando hai paura?

Andrea rifletté.

Mi alzo e faccio qualcosa. Anche se non so se è giusto. Ma lo faccio.

Matteo annuì.

Ok.

Restarono in silenzio. Andrea li osservò e capì che non aveva risolto nulla, non aveva risposte pronte, non aveva spento le ansie. Eppure era cambiato qualcosa: si era permesso di essere umano, non solo una funzione. E avevano risposto allo stesso modo.

Dai disse Chiara, alzandosi bisogna lavare i piatti.

Ti aiuto disse Matteo.

Anchio aggiunse Andrea.

Si alzarono, Chiara aprì il rubinetto, Matteo prese la spugna. Andrea afferrò il canovaccio e iniziò ad asciugare. Lavoravano in silenzio, ma era un silenzio diverso, pieno e non più vuoto come prima.

Quando anche lultimo piatto era sullo scolapiatti, Chiara si asciugò le mani e guardò il padre.

Papà, possiamo parlare così ancora? Qualche volta.

Certo disse. Quando vuoi tu.

Lei annuì e andò in camera. Matteo rimase lì, incerto.

Grazie che non andrai a parlare con quel ragazzo disse.

Ma se le cose peggiorano, me lo dici?

Te lo dico.

Ora finiamo la matematica.

Si ritrovarono nella stanza di Matteo, seduti vicini sul tappeto. Andrea prese il quaderno, guardò gli esercizi. Matteo si avvicinò e iniziarono a risolverli insieme, senza fretta, quasi come sempre. Ma ora Andrea sapeva che dietro quei numeri cera un ragazzo impaurito, e che lui poteva esserci non solo come controllore, ma come uno che ha paura e si alza lo stesso la mattina.

Era poco, ma era un inizio.

Oggi ho capito che la forza vera, forse, sta nellammettere anche le proprie debolezze. E che, a casa nostra, possiamo esserlo insieme.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

seventeen − 8 =

Senza “doveri”: Una sera qualsiasi a Milano, tra piatti da lavare e compiti incompiuti, Anton trov…