Senza invito
Vittorio Petroni teneva la busta con le medicine quando la vicina di pianerottolo, zia Nina, lo bloccò davanti alle cassette delle lettere.
Vittorio Petroni, tanti auguri! Sua figlia si interruppe, come se dovesse soppesare se poteva continuare. Si è sposata. Ieri. Lho visto su Internet, nelle storie di mia nipote.
Lui ci mise un po a capire cosa non tornava. Auguri gli suonò come una parola estranea, rivolta a qualcun altro. Fece cenno di sì, come se parlassero di una conoscente lontana.
Una che cosa? domandò, con una voce talmente neutra da sembrare quasi quella di un impiegato delle poste.
Zia Nina già si pentiva daver aperto bocca.
Eh sì, si sono sposati, dicono. Nelle foto abito bianco. Pensavo lo sapesse.
Vittorio Petroni salì in casa, appoggiò la busta sulla tavola della cucina e restò a fissarla a lungo senza neppure togliersi la giacca. Nel suo cervello mancava una riga nella tabella: invito. Non è che si aspettasse un ricevimento con duecento persone. Gli sarebbe bastata una telefonata. Un messaggio.
Prese il telefono, trovò la pagina della figlia. Le fotografie erano precise, pulite, come se non avessero fotografato una festa, ma il verbale di un consiglio comunale. Lei in chiaro, accanto un ragazzo in completo scuro; didascalia minimalista: Noi. Commenti: Tanti auguri, Felicità. Il suo nome: assente.
Vittorio si accomodò, si tolse la giacca, la appese alla sedia. Quello che sentiva non era manco dolore, ma una rabbia acuta e impacciata: lo avevano tagliato fuori. Senza chiedere. Senza neanche pensare che fosse necessario.
Composè il numero della figlia. Lunghi squilli. Poi un pronto striminzito.
Cosera quella faccenda? chiese. Ti sei sposata?
Pausa. Sentiva che lei espirava, come se si preparasse a una tempesta.
Sì, papà. Ieri.
E non mi hai detto nulla.
Sapevo che avresti reagito così.
Reagito così? si alzò, camminò per la cucina. Non è reagire così, è Ti rendi conto di come sembra la cosa?
Preferisco non parlarne al telefono.
E come vuoi parlarne? quasi urlò, ma si fermò. Dove sei, almeno?
Lei sussurrò un indirizzo. A lui era nuovo. Seconda umiliazione in un minuto.
Ci vengo, disse.
Papà, ti prego
Devo.
Chiuse la chiamata senza un saluto. Poi restò a fissare il telefono come fosse una prova in tribunale. Dentro di sé aveva una sola urgenza: rimettere le cose in ordine. Il suo ordine era sempre stato semplice: famiglia significa non nascondere ciò che conta. Si fa come si deve. Quella frase gli era sempre parsa sacra come una legge della fisica.
Si preparò in fretta, quasi in automatico. Prese dalla busta delle mele le aveva comprate al mercato prima della farmacia e una busta con dei soldi. Li pescò dalla scatola per le emergenze. Inutile, forse. Serviva però sentirsi meno a mani vuote, restare ancora un po nel ruolo.
In treno, guardava fuori dal finestrino: capannoni, recinzioni arrugginite, qualche albero sparso. Ma vedeva altro.
Si ricordò di quando lei, in quarta superiore, era tornata a casa con un ragazzo, rideva troppo, come aveva già paura di difendersi. Allora non alzò la voce. Disse solo: Prima lo studio, poi le sciocchezze. Il ragazzo sparì, lei si chiuse in camera. Unora dopo lui bussò, voleva chiarire, lei rispose: Lasciami stare. Pensava fosse giusto così. Un padre deve tenere la barra.
Poi la maturità. Lui andò a prenderla fuori dalla scuola, la vide con le amiche e un tizio. Si avvicinò e senza nemmeno salutare chiese: E questo chi sarebbe? Lei arrossì. Lui più forte: Sto chiedendo: chi è? Hai sentito? Il ragazzo si dileguò, le amiche si immersero nei cellulari. Il resto della sera, silenzio. Secondo lui, anche quella volta aveva solo messo un paletto.
E poi pensò alla madre di sua figlia. Come, una volta, durante un pranzo di famiglia, le disse: Hai fatto casino di nuovo, come sempre. Non riesci mai a fare niente per bene. Non era cattiveria si sentiva incastrato, voleva solo fare come si deve. Sua moglie allora sorrise tesa, piangendo poi in cucina. Lui la vide, ma non si avvicinò. Colpa sua, si disse.
Ora quei momenti riaffioravano, come scontrini vecchi trovati in tasca. Provava a metterli insieme ma, in fondo, si aggrappava ancora al pensiero: non ho mai alzato le mani, non ho bevuto, ho sempre lavorato, tirato su tutti. Voleva solo il meglio.
Davanti al portone, digitò il numero sul citofono. La porta scattò. Lascensore lento, le mani che sudavano.
Fu la figlia ad aprire. Capelli raccolti alla buona, ombre sotto gli occhi. Indossava un maglione da casa, niente brilla-brilla. Si era preparato a unilluminazione, trovò invece una stanchezza compatta.
Ciao, disse lei.
Ciao, rispose lui, porgendole la busta. Ho portato delle mele. E sollevò la busta dei soldi. Questi per voi.
Li prese senza nemmeno guardarli, come chi riceve qualcosa che non si può gettare a terra.
Nellingresso, due paia di scarpe: scarponi maschili e le sue sneakers. Un giubbotto maschile allattaccapanni. Vittorio lo notò distinto, esperto nel notare dettagli in casa daltri.
Lui è a casa? chiese.
In cucina, rispose lei. Papà, per favore, calma.
Quella calma era una preghiera, e pure un avvertimento.
In cucina era seduto un ragazzo sulla trentina: faccia tirata ma composta. Si alzò.
Buongiorno, disse. Io sono
So chi è, lo interruppe subito Vittorio, pentendosene al volo. In realtà, non aveva idea. Nemmeno il nome.
La figlia gli lanciò uno sguardo breve, da semaforo giallo.
Mi chiamo Sergio, disse lui con pacatezza. Piacere.
Vittorio annuì, senza serrargli subito la mano. Poi, solo dopo, si decise. Stretta breve, asciutta.
Beh, auguri, disse Vittorio, e anche questa volta auguri gli arrivò come una camicia troppo piccola.
Grazie, rispose la figlia.
Sul tavolo due tazze, una ancora con del caffè avanzato. Delle carte forse dellanagrafe e una scatola con avanzi di torta già secchi. Più che un giorno dopo una festa, sembrava la bonifica di un trasloco.
Siediti, disse la figlia.
Lui si sedette, mani sulle cosce. Voleva entrare nel vivo, ma non trovava modo di non sembrare patetico.
Perché? chiese finalmente. Perché lho saputo da una vicina?
Lei guardò prima Sergio, poi suo padre.
Non volevo che fossi presente.
Questo lho capito, fece lui. Voglio capire il perché.
Sergio spostò la tazza, quasi a fare spazio alla conversazione.
Posso lasciarvi, se volete, mormorò.
No, disse lei. Vivi qui. È anche casa tua.
A Vittorio sembrò di prendere una stilettata: tua. Non sua. Era in trasferta, non invitato.
Non volevo fare scenate, disse. Sono solo il padre. Questo
Papà, lo interruppe. Parti sempre con io sono il padre. Poi comincia la lista di cose che dovrei fare.
Dovresti? alzò le sopracciglia. Secondo te, invitare tuo padre al matrimonio è una tassa che io esigo?
Penso che lavresti trasformata in un esame. E io non volevo.
Esame di cosa? Si inclinò in avanti. Sarei solo venuto!
Lei sorrise, ma senza allegria.
Saresti venuto a controllare chi come si vestiva, chi diceva cosa, chi dei suoi ti guardava storto. Avresti trovato qualcosa che non andava, magari ne avresti parlato per un anno.
Non è vero, disse lui, prevedibile come il traffico sulla tangenziale.
Sergio tossicchiò, ma evitò parola.
Papà, la voce della figlia si abbassò. Ricordi la maturità?
Certo. Sono venuto a prenderti.
Ricordi cosa hai detto davanti a tutti?
Sentì la schiena tirarsi. Sì che ricordava. Non voleva ammetterlo.
Ho chiesto chi fosse il ragazzo. E allora?
Lhai chiesto come se avessi rubato qualcosa, disse lei. Ero lì con il vestito che avevo scelto con mamma, ero felice. E tu mi hai fatto solo volere sparire.
Volevo sapere con chi avevi a che fare. Mi sembrava il minimo.
Potevi chiederlo poi, a casa, non davanti a tutti.
Stava per ribattere, ma nel suo volto colse qualcosa che non aveva mai notato. Non era la rabbia di una ragazzina. Ma la paura di unadulta che ha già visto quanto è facile perdere il terreno sotto i piedi.
Quindi, solo per quello non mi hai invitato? tentò di rimettere la logica in pista.
Non solo per la maturità, disse. Perché è sempre così.
Si alzò, si spostò al lavello, aprì il rubinetto, forse per tenere occupate le mani. Lacqua coprì ogni altro suono.
Ricordi comhai parlato a mamma da zia Valeria al compleanno? chiese senza voltarsi.
Lui ricordava. Tavola lunga, mille insalate, parenti, poi la frase. Lui allora si sentiva dalla parte della ragione.
Ho detto che aveva confuso, azzardò, cauto.
Hai detto che non sa fare nulla bene, lo corresse lei. Lhanno sentito tutti. Io ero lì. Avevo ventidue anni. Da quel giorno ho capito che, se mai avessi presentato qualcuno a te, avrei sempre rischiato che tu lo distruggessi. E nemmeno ci avresti fatto caso.
Vittorio sentì un nodo alla gola. Volle dire: Mi sono scusato. Ma ricordava che aveva solo detto: Dai, non fare una tragedia. O Era la verità.
Non volevo umiliare, disse piano.
Lei si girò. Lacqua correva ancora.
Ma hai umiliato. Più di una volta.
Sergio si alzò, chiuse il rubinetto in silenzio, si risiedette. Quel gesto, così semplice, aveva in sé un messaggio: da queste parti si sa spegnere il volume quando serve.
Pensate che sia un mostro, intervenne Vittorio.
Penso che non sai fermarti, rispose lei. Sai lavorare, decidere, imporre. Ma quando hai accanto qualcuno in carne ed ossa, non vedi che soffre. Vedi solo che le cose non sono come si deve.
Voleva ribattere: senza il suo come si deve non avrebbero tirato la carretta, pagato laffitto, curato la mamma quando era malata. Voleva elencare, elencare, elencare. Ma si rese conto che elencare ora sarebbe stato chiedere un rimborso sullamore.
Sono venuto perché mi fa male, disse dopo un attimo. Non sono di ferro. Ho saputo che ti sei sposata da unestranea. Ti rendi conto?
Me ne rendo conto, mormorò lei. E anche a me faceva male. Sapevo che ci saresti rimasto male. Ci ho dormito male una settimana. Ma ho scelto il male minore.
Il male minore ripeté lui. Adesso io sarei il male.
Non rispose subito.
Papà, disse infine, non voglio che le nostre vite siano una guerra. Voglio vivere senza la paura che rovini un giorno importante. Non dico che tu lo faccia apposta. Dico solo che lo sai fare.
Lui guardò Sergio.
E lei, niente da aggiungere? chiese.
Sergio sospirò.
Non voglio mettermi in mezzo, disse. Ma lho vista veramente impaurita. Pensava che sarebbe arrivato il padre e avrebbe interrogato tutti: il mio lavoro, i miei genitori, la casa. E che poi ne avreste discusso per decenni.
E cosa cè di male a chiedere? si sentiva tornare la solita rigidità. Dovrei fare i salti di gioia senza sapere nulla?
Chiedere si può, rispose Sergio. Ma non come se fosse un interrogatorio della polizia.
La figlia si risiedette, mani sul tavolo.
Sai che altro hai fatto? chiese con tono più spento.
Vittorio tornò teso.
Quando due anni fa ti ho detto che io e Sergio stavamo insieme, tu gli hai chiesto di passare a fare due chiacchiere. Poi lhai fatto sedere in cucina, domandandogli quanto guadagna, perché non ha una macchina, perché sta in affitto. Tutto con calma, ma lasciando intendere che doveva dimostrare di meritarmi.
Volevo solo capire chi avevo davanti, si difese lui.
Volevi solo metterlo sotto di te, disse lei. E pure me. Se lui era insufficiente, anche io avevo sbagliato. E tu avevi ragione.
Lui ricordò. Sì, aveva fatto domande. Pensava fosse premura. Dovere di padre. Protezione.
Non volevo
Papà, lo interruppe, dici sempre non volevo, ma poi le cose succedono. E io ci devo convivere.
Vittorio sentì la gamba tremare, serrò le mani per nasconderlo.
E adesso cosa? chiese. Devi cancellarmi?
No, voglio tenerti a distanza, rispose lei. Voglio che tu resti nella mia vita, ma non a governarla.
Io non governo nessuno, disse lui. Ma ormai ci credeva poco pure lui.
Eccome se lo fai, disse lei. Anche ora. Non sei venuto chiedermi come stavo. Sei venuto per rimettermi in riga.
Avrebbe protestato, ma si rese conto che era vero. Arrivato con la tesi già pronta, come a una assemblea, tutto in modalità ragione io. Non era lì per congratularsi. Era lì per recuperare un ruolo.
Non so farlo diversamente, disse, quasi fra sé.
La voce era di chi, per una volta, non comanda. Anche lui si stranì a sentirsi così.
La figlia lo fissò e sorrise appena.
Ecco, disse, almeno questo è sincero.
Cera di nuovo silenzio, ma meno autostrade di rancore.
Non ti sto chiedendo di sparire, continuò, ma di non venire senza invito. Niente interrogatori pubblici. Niente frasi che restano segnate a vita.
E se voglio vedervi? chiese lui.
Telefona. Organizziamoci. E se ti dico no è no, spiegò. Non perché non ti amo, ma perché così sto più tranquilla.
La parola tranquilla colpì più di offesa. Ora era chiaro: stava costruendo la sua vita non attorno alle aspettative di lui, ma a una difesa da lui.
Sergio si alzò.
Metto su il tè, andò verso i fornelli.
Vittorio lo seguì con lo sguardo e si scoprì a giudicarlo: come teneva la tazza, come apriva la credenza. Il riflesso di giudicare gli batteva dentro come la sveglia la domenica.
Papà, disse la figlia, non voglio che tu vada via sentendoti cacciato. Ma nemmeno posso far finta di nulla.
Allora cosa vuoi? chiese lui.
Lei ci pensò un po.
Voglio che tu dica che hai capito, spiegò. Non che lo facevi per il meglio. Che hai capito davvero.
Lui la guardava sentendo dentro un irrigidimento che lottava con qualcosa di nuovo e sgradevole. Ammettere era cedere. Ma aveva già perso abbastanza per non provarci.
Ho capito che esistò. Che posso aver ti fatto vergognare. E che ti fa paura.
Non sorrise. Ma le spalle si rilassarono un pò.
Sì, disse.
Sergio posò il bollitore e tirò fuori le tazze. Vittorio notò che il bollitore era nuovo, senza incrostazioni. Per un attimo intuì che in quella casa tutto avrebbe funzionato diversamente e che lui doveva imparare a essere ospite.
Non so come fare ora, ammisse.
Facciamo così, propose lei. Tra una settimana ci vediamo in centro, in un bar. Unora. Parliamo e basta. Senza Sergio, se vuoi. E senza interrogatori.
E a casa vostra?
Per ora no, rispose. Ho bisogno di tempo.
Stava per protestare, si trattenne. In fondo, sentì una specie di sollievo: ora almeno cerano delle regole.
Va bene, disse. Al bar.
Sergio mise davanti a lui la tazza.
Zucchero?
No, grazie.
Bevve un sorso. Il tè era bollente, gli scottava la lingua. Guardava la figlia e capiva di non poter riprendere indietro il giorno prima. Non poteva reclamarlo come un diritto acquisito.
Penso ancora che non si fa, disse piano. Non invitare un padre.
E io penso che non si umilia, rispose lei, sottovoce. Ognuno la pensa a modo suo.
Lui annuì. Nessuna pace, ma ammissione: ognuno con la sua verità, e la sua non era più quella che contava.
Mentre usciva, la figlia lo accompagnò. Nel corridoio si mise la giacca, aggiustò il colletto. Gli venne da abbracciarla, ma non se la sentì.
Ti chiamerò, disse.
Sì, chiamami. E papà se vieni senza avvisare, non ti apro.
La guardò. Nella voce cera solo una strana calma, non minaccia.
Ho capito, disse.
In ascensore, solo, sentiva il ronzio del motore. Per strada andò verso la fermata, le mani in tasca. La busta coi soldi era rimasta sul tavolo, le mele pure: sue tracce, in una cucina che non era la sua.
Il viaggio di ritorno durò: prima il bus, poi il treno regionale. Fuori, gli stessi capannoni e recinzioni della mattina, ma ora nel crepuscolo. Guardava il suo riflesso e pensava che quella famiglia, che aveva costruito come una rocca, in realtà era solo un insieme di stanze con porte e chiavi diverse. Non sapeva se sarebbe mai potuto entrare oltre il corridoio. Ma capiva che stavolta, per bussare, doveva prima imparare a farsi invitare.






