La pioggia picchiettava sul davanzale del piccolo bilocale di Trastevere. Alessandro osservava i goccioloni che tracciavano arabeschi sul vetro. In cucina il tintinnio dei piatti lo accompagnava mentre Ginevra sciacquava le tazzine dopo cena.
Un tè? chiese lei, asciugandosi le mani.
Sì, grazie.
Lui conosceva ogni passo di lei nella casa, il modo in cui spostava il cuscino sul divano, il suono della sua chiave quando tornava dal lavoro. Condividevano già nove anni, quasi un terzo della vita. Si erano incontrati al secondo anno della facoltà di giornalismo, nei dormitori delluniversità.
Allora era tutto più semplice: lezioni, chiacchiere notturne, la prima scintilla di romanticismo senza troppi fronzoli. Si erano messi insieme presto, forse troppo presto, si rese conto Alessandro più tardi. Non cerano fiori né proposte formalisolo il giorno in cui i suoi bagagli smisero di tornare al dormitorio.
Ginevra posò davanti a lui una tazza di tè alla menta e si sedette accanto:
La mamma ha chiamato. Ti ha chiesto come va il progetto.
E tu cosa le hai risposto? chiese Alessandro, incuriosito.
Che sei sempre il perfezionista, e che le cose vanno lente, come sempre.
Alessandro sorrise. La madre di Ginevra, Maria, era sempre stata affettuosa, mai troppo curiosa sul matrimonio o sui nipotini. Una donna davvero speciale. Perfino gli amici non riuscivano a trattenersi dal domandare: «Perché non vi sposate?» Oggi, incontrò un vecchio compagno di università, e luomo gli fece la stessa domanda.
Sai, disse Alessandro improvvisamente, oggi mi è tornata in mente la storia di Aldo Rinaldi.
Ginevra alzò un sopracciglio.
Di nuovo il tuo modello?
No, è solo che è un bel esempio di coppia che ha vissuto quarantasette anni insieme senza cliché, o altrimenti ha fatto una sontuosa cerimonia e si è divisa lanno dopo.
Certo, il cliché non garantisce nulla. Le statistiche sono dalla tua parte.
Esatto.
Ginevra finì il tè, guardando fuori.
Livia del reparto risorse umane è appena divorziata, sussurrò. È il terzo matrimonio. Diceva di credere, stavolta, che sarebbe stato per sempre.
E noi non abbiamo neppure iniziato a parlare di per sempre, rise Alessandro. Eppure siamo ancora qui, insieme.
Sì, comunque.
Alessandro sapeva che Ginevra a volte sognava i bambini. Non lo diceva apertamente, ma lui notava come si fermasse davanti alle vetrine di abbigliamento per neonati, come si illuminasse osservando i cuccioli al parco. Anche lui a volte desiderava una famiglianon adesso, non in quel piccolo appartamento affittato, non con i suoi progetti di design freelance incertima forse un giorno.
Ho paura di finire come i miei genitori, ammise Alessandro allimprovviso. Sai, hanno sempre fatto finta di una famiglia perfetta per i vicini, per i parenti. Ma in realtà non parlavano mai davvero tra loro.
Ginevra posò la mano sulla sua:
Tu non sei tuo padre. E io non sono come mia madre, anche se, a proposito, è una donna in gamba. Siamo noi, senza etichette.
Ma se ci sposassimo esitò lui.
Se ci sposassimo, nulla cambierebbe, Alessandro. Al massimo avrei un cognome nuovo sul passaporto. Continueremmo a litigare per i piatti sporchi, a riderci sopra per le serie trash, a farti addormentare sul portatile mentre io ti coprivo con una coperta.
Lui osservò le rughe sottili che il tempo aveva tracciato sul suo viso, le lentiggini sul collo, le mani che conosceva meglio dei propri occhi.
E i bambini? chiese a bassa voce.
Ginevra sospirò.
Non so se li voglio ora. Ho paura di non farcela? A volte sì. Ma se mai dovessi volerne, solo con te, e solo se anche tu lo desideri. Niente ultimatum, Alessandro.
Si alzò, prese le tazze.
Oggi Livia mi ha detto che mi invidia. disse ridendo. Perché noi siamo veri, senza maschere, senza giochi. Anche senza stampo di matrimonio.
Restarono in silenzio, ascoltando la pioggia.
Una settimana dopo, Ginevra incontrò la sorella minore, Annalisa, in un bar di Monti. Annalisa aveva sposato due anni prima e stava al sesto mese di gravidanza.
Come va? chiese Annalisa, mordicchiando una fetta di cheesecake. Scusa, mangio come se non avessi più controllo. Questo piccolo mi domina.
Sempre la stessa routine, rispose Ginevra. Lavoro, casa, Alessandro.
Annalisa posò il cucchiaio, fissandola negli occhi.
Ginev, siete pronti a fare il grande passo? Dopo quasi dieci anni insieme Io e Sergio ci siamo sposati dopo un anno e mezzo, e tutti ci dicevano vi fate prendere.
Il nostro caso è diverso, Ann. Non stiamo correndo. Viviamo.
Ma vuoi una famiglia, dei figli? incrociò le braccia, poggiandole sul pancino. Ho pensato di non essere pronta, ma quando ho visto le due linee, è stato un torrente damore. Linstinto materno si accende appena il bambino è realtà.
Io non ho paura dei figli, né del matrimonio. Ho paura di farlo solo perché è il momento o perché tutti lo fanno. Con Alessandro abbiamo una storia tutta nostra, diversa dalla tua, ma autentica.
E se lui non è mai pronto? sussurrò Annalisa, preoccupata.
Ginevra, allungandosi, strinse la mano di Annalisa.
Il peggio non sarebbe che non sia pronto. Il vero terrore sarebbe se lo facesse solo per fare il segno, per il bisogna. Lo sentirei subito. Ma no, io sono felice con lui ogni giorno, anche quando litighiamo. Così non è abbastanza?
Annalisa lasciò cadere una lacrima sul ciglio dellocchio.
Scusa, sono solo gli ormoni. Voglio solo il meglio per te.
Ho già tutto: cheesecake, sorella e Alessandro che mi aspetta a casa.
Qualche giorno dopo, Alessandro ricevette una visita inattesa dal padre, Vincenzo. Si incontravano raramente, limitandosi a brevi telefonate per le feste. Vincenzo entrò, scrutò il modesto bilocale, e si sedette su una sedia di plastica.
Come va, figliolo? La mamma ti manda i saluti.
Tutto bene, lavoro.
E Ginevra?
È al lavoro, torna verso le sette.
Un silenzio imbarazzato calò. Il padre girò tra le dita le chiavi della sua vecchia Lancia.
Sai, Alessandro forse non è il mio posto, ma tua madre è preoccupata. E noi abbiamo visto su Instagram la foto della sorella di Ginevra incinta. Che foto carine.
Alessandro sentì il cuore stringersi.
Papà, se parliamo di matrimonio e figli
No, no, il padre sbatté la mano, ma il suo sguardo tradiva il pensiero. Guardatevi, nove anni insieme. È serio, davvero serio. E io voglio dirti che sei bravo, che non ripeti i nostri errori.
Alessandro alzò lo sguardo, sorpreso.
Io e tua madre ci siamo sposati perché sembravamo pronti. Poi ci siamo rimproverati per ogni decisione: «Non ho potuto studiare», «la mia carriera è fallita». Folle, vero? Il cassetto del matrimonio non ripara una relazione incrinata, a volte la tiene incollata finché non si odiano davvero.
Il padre, dopo un lungo sguardo, concluse:
Non è che il matrimonio sia una cosa negativa. È che senti la responsabilità, ed è giusta. Parli di questo con Ginevra?
Sempre, ansimò Alessandro.
Bene. Limportante è che siate sulla stessa onda. Il resto verrà o meno, ma sarà decisione vostra, non perché i genitori aspettano.
Parlarono di lavoro, il padre declinò linvito a cena, citando impegni. Al suo addio, Alessandro chiese:
Papà, ti penti di qualcosa?
Vincenzo si sistemò il cappotto, pensieroso.
Di aver sposato tua madre? No. Di aver rovinato la vita a tutti noi? Sì, ogni giorno. Custodisci quello che hai, figliolo. Il cassetto non è una corazza.
La sera, Alessandro raccontò a Ginevra della visita. Lei, avvolta in cuscini, ascoltò e poi disse:
Sai, Ann ha fatto domande.
E?
Ho detto che sono felice così, così comè.
Lui la strinse forte, il vento fuori di nuovo iniziò a piovere.
Manca ancora una cosa, sussurrò Ginevra al petto di Alessandro.
Cosè? chiese lui, il cuore accelerò per un attimo.
Che tu smetta a brontolare di notte quando perdi a scacchi online.
Alessandro scoppiò a ridere. Ginevra sollevò lo sguardo, lo baciò e Alessandro capì che il loro treno non era fermo. Avanzava lentamente, ma con certezza, sul sentiero che loro stessi tracciavano, giorno dopo giorno, chiacchiera dopo chiacchiera. La stazione Per Sempre non era una meta sulla mappa, ma il viaggio stesso.
Nove anni di alti e bassi: depressione per progetti falliti, turni notturni di Ginevra, tre traslochi, la malattia della madre di lei. Tutto superato senza spezzarsi.
Ginevra, disse Alessandro.
Sì?
Grazie. Per tutto quello che sei.
Lei si girò, sorrise con quella luce che lui amava di più, un po stanca ma calorosa.
Anchio ti amo.
Alessandro si avvicinò alla finestra, osservò le luci rare della città. Non sapeva cosa riservasse il prossimo anno, i prossimi cinque, i prossimi dieci. Non sapeva se avrebbero raggiunto quella stazione che gli altri aspettano per loro. Sapeva solo che domani, al mattino, si sarebbe svegliato accanto a Ginevra.





