Si chinò verso il pastore tedesco. Lei lo guardò con uno sguardo rassegnato e si voltò dall’altra parte. Ormai aveva smesso di sperare da tempo. Conosceva fin troppo bene gli esseri umani…

Mi chinai verso la vecchia pastora tedesca. Lei mi guardò con uno sguardo rassegnato e si voltò dallaltra parte. La speranza laveva abbandonata da tempo. Conosceva troppo bene gli uomini

In strada tutti le chiamavano semplicemente la compagnia dei cani. Ma io, che abitavo in uno dei palazzi di quel quartiere di Milano, correggevo sempre: «Non è una banda. Sono cinque cani che stanno insieme per sopravvivere».

La capo era la pastora tedesca, ormai anziana, un tempo sicuramente di famiglia. Probabilmente abbandonata dai suoi padroni che, partendo, non si erano neppure voltati a guardarla. Era lei che teneva uniti gli altri, li proteggeva, li guidava, non permetteva che quella piccola famiglia di strada si disperdesse.

Li nutrivo ogni giorno. La mattina, mentre andavo al lavoro, e la sera, tornando a casa. Ogni volta che arrivavo, vedevo quelle cinque codealcune arrotolate, altre basseche iniziavano a muoversi freneticamente, come ventagli. Nei loro occhi cera tanta gioia che mi stringeva il cuore. Saltavano, mi spingevano i loro nasi bagnati sulle mani, leccandomi le dita. In quegli sguardi cera tutto: gratitudine, fiducia, speranza.

Ma quali speranze può avere un cane che è stato abbandonato per morire in strada? Eppure, loro speravano. Credevano. Amavano. Per questo non uscivo mai da casa senza portare qualcosa per loro. Mi aspettavano sempre. E aspettavano davvero.

Quella mattina però, arrivarono solo in quattro. Piagnucolavano e guardavano con ansia verso il fondo della strada. Lho capito subito: era successo qualcosa.

Sospirai. Presi il cellulare e chiamai il lavoro, avvisando che avrei tardato.

Allestremità di corso Sempione, nel quartiere residenziale fuori Milano, sotto un cespuglio, giaceva la pastora tedesca. Era stata investita da unauto. Quella curva era pericolosa, spesso guidavano troppo veloce. Stavolta non era andata bene.

I quattro cagnolini piangevano, fissandomi negli occhi; ero lunico essere umano di cui si fidavano.

Mi chinai verso la povera pastora. Le lacrime le scendevano dagli occhi. Mi guardò rassegnata e si voltò. La speranza laveva persa da tempo. Gli uomini li conosceva troppo bene. Lunica sua preoccupazione era per i quattro che dipendevano da lei.

Così va Fa male? chiesi sottovoce, tirando fuori il cellulare.

Aggiornai il lavoro, prese un giorno di permesso, avvicinai lauto e sistemai la vecchia pastora sul sedile posteriore con delicatezza. Le altre quattro le giravano intorno, toccandomi le mani come per ringraziare.

Alla clinica veterinaria, il dottore la visitò, sospirando.

Meglio sopprimerla. Troppi traumi, troppe fratture. Le possibilità di sopravvivenza sono basse, le cure sono costose

Ma una possibilità cè? lo interruppi.

Una possibilità cè sempre ammise il veterinario. Ma soffrirà. Vale la pena?

Sì risposi deciso. Per me vale la pena. E per lei. E poi ci sono quei quattro che la aspettano. Come potrei guardare ancora nei loro occhi?

Il dottore mi fissò a lungo, poi annuì:

Allora cominciamo.

Dopo una settimana la portai a casa dalla clinica. I quattro non si erano mai allontanati dal mio portone. Quando finalmente tornò, il loro abbaio di gioia fu così forte che perfino la pastora ferita si rianimò, cercando di leccare i suoi amici.

La portai in casa, poi uscii e feci un vero discorso, parlando magari più a me stesso che a loro. Spiegai che la casa porta responsabilità, che tanto di ciò a cui erano abituati in strada ora non sarebbe più possibile.

I cani mi ascoltavano attentamente, seduti davanti a me. Mi fermai, li guardai sorridendo:

Beh? Cosa aspettate? Entrate.

E spalancai il cancello.

La pastora guarì in modo sorprendentemente rapido. Provava sempre a rialzarsi e andare dalle sue compagne, e io dovevo impedirle di fare troppo sforzo. Quando le fratture si saldarono e riuscì a stare nuovamente sulle zampe, le misi al collo un collare speciale dorato, con un piccolo campanellino.

Ora esco di casa prima la mattina, camminando per la lunga strada silenziosa di Milano, portando al guinzaglio cinque cani: quattro piccoli, buffi, code arricciate, e la grande anziana pastora col collare dorato e il campanellino.

Dovreste vedere come guardano attorno. Adesso hanno una casa. E lei, il collare. La pastora cammina, fiera, testa alta.

Voi non potete capire, non avete mai avuto quel tipo di collare, con il campanellino. Ogni cane lo sa: solo chi è rispettata cammina così.

Così camminiamo insieme: luomo che non ha voltato lo sguardo e cinque cani che non hanno smesso di sperare e amare, anche dopo essere stati traditi.

Camminiamo e siamo felici. Di cosa? Non lo so. Forse luno dellaltro. Forse del bel sole. Forse solo perché, in questo mondo, lamore non è ancora scomparso.

E guardando nei loro occhi, capisco: finché esistono simili occhi, non tutto è perduto.

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Si chinò verso il pastore tedesco. Lei lo guardò con uno sguardo rassegnato e si voltò dall’altra parte. Ormai aveva smesso di sperare da tempo. Conosceva fin troppo bene gli esseri umani…