— Signor Vasili Ivanovič, ha perso di nuovo l’autobus! — la voce dell’autista suona bonaria, ma con un pizzico di rimprovero. — È già la terza volta questa settimana che corre dietro al bus come un matto. Il pensionato, con la giacca sgualcita, respira affannosamente appoggiato alla barra. I capelli candidi arruffati, gli occhiali scivolati sulla punta del naso. — Mi scusi, Andrea… — riesce infine a riprendere fiato, mentre tira fuori qualche banconota spiegazzata dalla tasca. — L’orologio dev’essere indietro… O forse sono io che ormai… Andrea Vittoni è un autista esperto, avrà sui quarantacinque, la pelle scura di chi sta tanto al sole, sempre sulla stessa linea. Porta gente avanti e indietro da vent’anni, ne riconosce molti, e questo anziano lo ricorda bene: sempre gentile, educato, prende ogni giorno lo stesso autobus alla stessa ora. — Ma macché, salga pure. Dove va oggi? — Al cimitero, come sempre. L’autobus parte. Vasili Ivanovič si accomoda al suo solito posto: terza fila lato finestrino. In mano, una vecchia busta della spesa un po’ rovinata. Pochi passeggeri: è mattina, giorno feriale. Un paio di studentesse chiacchierano, un uomo elegante immerso nel telefono. Tutto normale. — Mi dica, signor Vasili, — Andrea lo scruta nello specchietto retrovisore, — veramente va lì ogni giorno? Non si stanca? — E dove dovrei andare, — risponde sommessamente il pensionato guardando fuori, — mia moglie è là… È un anno e mezzo ormai. Le avevo promesso che sarei venuto ogni giorno. Ad Andrea si stringe qualcosa nel petto. Anche lui è sposato e adora la moglie. Non riesce nemmeno a immaginare… — Dista molto da casa? — No, mezz’ora con l’autobus. A piedi ci metterei un’ora, però le gambe non reggono più. E la pensione basta giusto per il biglietto. Passano le settimane. Vasili Ivanovič è ormai una presenza fissa del primo viaggio mattutino. Andrea si è abituato, anzi, ormai lo aspetta. A volte l’anziano arriva in ritardo; Andrea si attarda un paio di minuti apposta. — Non deve aspettare me, — dice un giorno Vasili, intuendo che l’autista l’ha aspettato. — Gli orari sono orari. — Ma dai, — risponde Andrea, — qualche minuto non cambia niente. Poi una mattina Vasili non c’è. Andrea aspetta, forse è tardi. Nulla. Il giorno dopo ancora niente. Un altro giorno e ancora nessuna traccia. — Senti, ma il vecchietto che va sempre al cimitero, non si vede più, — dice Andrea alla bigliettaia, la signora Tamara Petroni. — Sarà mica malato? — Chi lo sa — la donna alza le spalle. — Magari sono arrivati parenti, magari altro ancora… Ma ad Andrea manca. Si era affezionato a quel passeggero gentile, al suo “grazie” sommesso, a quel sorriso malinconico. Passa una settimana. Nessuna novità di Vasili Ivanovič. Andrea si decide: durante la pausa pranzo va al capolinea, dove c’è il cimitero. — Mi scusi, — chiede alla custode all’ingresso, — c’era un signore anziano che veniva ogni giorno, Vasili Ivanovič… Bianco di capelli, occhiali, sempre con una busta. Non lo avrà visto… — Ah, quello! — la donna fa cenno di sì. — Certo che lo conosco. Veniva ogni giorno, dalla moglie. — Non si è visto più? — È già una settimana che non viene. — Sarà malato? — Chi lo sa… Una volta mi disse dove abitava: abita qui vicino, in via delle Rose, palazzo 15. E lei, chi è? — Sono l’autista dell’autobus. Lo portavo tutti i giorni. Via delle Rose 15: un palazzo popolare, vernice scrostata. Andrea sale al secondo piano e suona alla prima porta. Risponde un uomo sui cinquant’anni, dallo sguardo severo. — Chi cercate? — Cerco Vasili Ivanovič. Sono l’autista dell’autobus, lo vedevo ogni giorno… — Ah, il nonnino del dodicesimo — il volto dell’uomo si addolcisce — È in ospedale. L’han portato via una settimana fa, gli è preso un ictus. Andrea sente il cuore sprofondare. — E in quale ospedale? — Alla clinica comunale “Lea Garofalo”. All’inizio era grave, ora pare che si stia riprendendo. Dopo il turno, Andrea va in ospedale. Trova il reparto giusto, chiede dell’infermiere. — Vasili Ivanovič? Sì, è qui da noi. Ma lei chi è? — Un amico… — non sa bene come spiegarsi. — Stanza sei. Ma è ancora debole, lo stanchi poco. Vasili Ivanovič è a letto, vicino alla finestra, pallido ma cosciente. Quando vede Andrea, all’inizio non lo riconosce, poi sgrana gli occhi. — Andrea? Lei? Ma… come ha fatto? — Così, la cercavo, — sorride imbarazzato l’autista, posando un sacchetto di frutta sul comodino. — Non la vedevo più e mi sono preoccupato. — Per me, vi siete preoccupato? — negli occhi del vecchio luccicano lacrime. — Ma chi sono io per voi… — Come chi? Il mio passeggero fisso. Mi sono abituato, la aspetto tutte le mattine. Vasili Ivanovič tace, fissando il soffitto. — Al cimitero… sono dieci giorni che non vado, — bisbiglia — la prima volta in un anno e mezzo. Ho mancato la promessa… — Ma dai, Vasili. Sua moglie capirà. La malattia non si programma. — Non so… — scuote la testa. — Ogni giorno le raccontavo tutto, del tempo, della gente… Ora resto qui, e lei è là, tutta sola… Andrea vede che quell’uomo soffre e la decisione viene spontanea. — Vuole che ci vada io? Da sua moglie. Le porto notizie, le dico che è in ospedale ma si sta riprendendo… Vasili Ivanovič lo guarda incredulo, eppure speranzoso. — Davvero lo farebbe? Per una persona quasi sconosciuta? — Ma che sconosciuto, — fa spallucce Andrea. — Da un anno e mezzo ci vediamo tutti i giorni. Più parente di tanti parenti. Il giorno dopo, di giorno libero, Andrea va al cimitero. Trova la tomba: sulla lapide una foto di una donna giovane con occhi buoni. “Mara Anna Maria, 1952-2024”. All’inizio si sente a disagio, ma poi le parole gli vengono da sole: — Salve, signora Anna Maria. Sono Andrea, l’autista dell’autobus. Suo marito veniva sempre qui… Ora è in ospedale, ma sta meglio. Mi ha chiesto di dirle che l’ama e presto verrà da lei… Racconta altro: di come sia una brava persona Vasili, di quanto le manchi, della sua fedeltà. Si sente fuori posto, ma dentro di sé sa che fa bene. Tornando in ospedale trova Vasili che beve il tè. Sembra già meglio, il colorito più vivo. — Sono stato, — dice Andrea, — ho riferito tutto. — E… com’era? — la voce trema. — Tutto in ordine. Qualcuno ha portato fiori freschi, forse i vicini di tomba. È tutto pulito. Lei la aspetta che torni. Vasili chiude gli occhi. Le lacrime gli scendono sulle guance. — Grazie, Andrea. Grazie di cuore… Dopo un paio di settimane, Vasili viene dimesso. Andrea lo aspetta fuori dall’ospedale e lo accompagna fino a casa. — Ci vediamo domattina? — chiede, quando l’anziano scende dal bus. — Certo, — fa lui con un sorriso. — Alle otto, come sempre. E davvero, la mattina dopo è di nuovo al suo posto. Ma tra lui e Andrea si è creato qualcosa: non più solo autista e passeggero, ora è di più. — Senta, Vasili, — propone Andrea un giorno, — la domenica la porto io in macchina. Non per lavoro, solo per farle compagnia. Mia moglie è d’accordo. — Ma si figuri! Non è il caso… — È che ormai mi sono affezionato. Poi mia moglie dice: “Se è una brava persona, bisogna aiutare”. E così tutti i fine settimana Andrea lo porta lui stesso al cimitero. A volte porta anche la moglie, si sono conosciuti e diventati amici. — Sai, — una sera Andrea dice a sua moglie, — pensavo che questo fosse solo un lavoro. Orari, percorsi, passeggeri… Ma ognuno su quell’autobus è una storia, una vita. — Hai proprio ragione, — annuisce lei. — Meno male che ci hai fatto caso. E un giorno Vasili dice loro: — Sapete, dopo la morte di mia Anna credevo che tutto fosse finito. Che non servissi più a nessuno. Invece… qualcuno si è interessato a me. E questo conta tanto. *** E voi, avete mai visto persone semplici compiere gesti davvero grandi?

Giuseppe, di nuovo ci siamo persi lautobus! La voce dellautista, Paolo, risuonava bonaria ma con una punta di rimprovero. È già la terza volta questa settimana che corre dietro allautobus come un ragazzino.

Il pensionato, con una vecchia giacca tutta stropicciata, respirava affannosamente aggrappato al corrimano. I capelli, ormai completamente bianchi, spettinati, gli occhiali scivolati fino alla punta del naso.

Scusami, Paolo riuscì infine a dire, frugando in tasca per tirare fuori un paio di euro spiegazzati. Forse lorologio va indietro. O forse sono io che ormai

Paolo Benetti era un autista di lunga esperienza: quarantacinque anni, la pelle bruciata dal sole dei tragitti quotidiani tra le vie di Firenze e i paesi attorno. Guidava il bus da oltre ventanni, ormai conosceva tutti i passeggeri abituali. E di Giuseppe, quel vecchietto gentile, silenzioso, che saliva sempre alla stessa ora, si era ricordato subito.

Ma via, salgale pure. Dove va oggi?

Al cimitero, come sempre.

Il bus partì. Giuseppe si accomodò al suo solito posto: terza fila sulla destra, vicino al finestrino. Nelle mani stringeva una borsa di plastica vecchia e consunta, con dentro qualche attrezzo.

Pochi passeggeri, era mattina in mezzo alla settimana. Alcune ragazze ridevano tra loro, un uomo in giacca e cravatta immerso nel giornale. Una scena di ordinaria quotidianità.

Ma mi dica, Giuseppe, domandò Paolo attraverso lo specchietto, va davvero ogni giorno al cimitero? Non è stancante?

Eh, dove altro dovrei andare rispose luomo fissando fuori dal finestrino. Mia moglie sta lì, da un anno e mezzo ormai. Le avevo promesso che sarei passato ogni giorno.

Al cuore di Paolo, che amava sua moglie alla follia, venne un nodo di commozione. Non se lo sarebbe mai immaginato.

Abita lontano dal cimitero?

No, no, mezzora con il bus. A piedi ce ne metterei almeno unora, le gambe non sono più quelle di una volta. E per il biglietto la pensione ancora basta.

Le settimane scorrevano così. Giuseppe ogni mattina era lì, presenza fissa. Paolo ci aveva fatto labitudine, quasi lo aspettava con piacere. Quando capitava che il vecchietto tardasse, Paolo si tratteneva qualche minuto in più alla fermata.

Non deve aspettarmi, gli disse una volta Giuseppe, intuendo che lautista lo stava aspettando. Il servizio è servizio.

Ma va, rispose Paolo con un gesto. Due minuti non cambiano il mondo.

Un mattino, però, di Giuseppe nessuna traccia. Paolo aspettò, poi andò comunque. Ma il giorno dopo era ancora assente. E quello dopo ancora.

Senti, ma quel signore anziano che portavi sempre al cimitero non si è più visto, disse Paolo alla bigliettaia, Lucia. Non è che magari sè ammalato?

Chi lo sa, rispose la donna con una scrollata di spalle. Forse sono arrivati parenti, forse altro

Ma Paolo sentiva dentro uninquietudine. Gli era ormai familiare quella presenza silenziosa e il suo «grazie» educato quando scendeva, quel suo sorriso velato di malinconia.

Passò una settimana. Giuseppe non tornò. Paolo alla fine si decise: durante la pausa pranzo prese il bus e andò fino al capolinea, proprio accanto al cimitero di via delle Cascine.

Mi scusi, chiese alla donna che badava allingresso, cercavo un signore anziano, Giuseppe Capelli bianchi, gli occhiali, sempre con una borsina. Lha visto?

Oh, sì, la donna si illuminò. Veniva ogni giorno, a trovare la moglie.

Ma da una settimana niente

Non si vede più, no. Ma ricordo che una volta mi disse dove abitava, proprio qui vicino: via dei Tigli numero dodici. Lei chi è, suo parente?

No Sono lautista, lo portavo ogni mattina.

Via dei Tigli, 12. Un vecchio palazzo, tinteggiatura scrostata, scale fredde. Paolo salì al secondo piano, bussò al primo appartamento che trovò.

Un uomo serio, sulla cinquantina, aprì la porta.

Chi cerca?

Cerco Giuseppe, sono lautista che lo porta sempre al cimitero

Ah, il vecchietto della dodicesima, il vicino cambiò espressione. È in ospedale. Hanno chiamato lambulanza una settimana fa, ha avuto un ictus.

Il cuore di Paolo mancò un battito.

Ma dovè ricoverato?

Allospedale di Careggi. Dicono che allinizio la situazione era brutta, ma ora pare si stia riprendendo, piano piano.

Quella sera stessa, dopo il turno, Paolo andò in ospedale. Trovò il reparto, chiese delluomo alla caposala.

Giuseppe? Sì, cè qui. Lei chi sarebbe?

Un amico rispose imbarazzato Paolo.

È nella stanza sei. Mi raccomando, è ancora debole, niente emozioni forti.

Giuseppe era sdraiato vicino alla finestra, pallido ma lucido. Vedendo Paolo stentò a riconoscerlo, poi gli occhi si spalancarono, increduli.

Paolo? Ma come come ha fatto a trovarmi?

Sa, la sua assenza si faceva sentire, sorrise lautista, appoggiando un sacchetto con della frutta sul comodino.

Si è preoccupato per me? negli occhi del vecchio brillava qualcosa di umido. Ma io sono solo

Solo? Ma se ormai la considero uno di famiglia. Sono abituato a vederla ogni mattina, quasi la aspetto.

Giuseppe abbassò lo sguardo.

Al cimitero non ci vado da dieci giorni, sussurrò. La prima volta da quando è mancata mia moglie. Non ho mantenuto la promessa

Giuseppe, la sua Lucia le darà pace. La salute viene prima di tutto.

Chissà scosse la testa. Passavo ogni mattina, le raccontavo le novità, il tempo Ora sto qui, e lei là, da sola

Paolo capì subito cosa doveva fare.

Vuole che ci vada io? A salutare la signora Lucia per lei? Le racconterò come sta, che presto guarirà

Giuseppe si voltò verso di lui; negli occhi speranza e dubbio insieme.

Davvero lo farebbe? Non è obbligato

Ma io ormai ci tengo a lei. Dopo tutto questo tempo, siamo più che semplici conoscenti.

Il giorno dopo, nel suo giorno libero, Paolo portò dei fiori e andò al cimitero. Trovò la tomba: la foto ritraeva una donna sorridente, occhi dolci e vivaci. Lucia Manfredi. 1952-2024.

Allinizio Paolo non sapeva che dire, ma le parole arrivarono.

Buongiorno signora Lucia. Sono Paolo, lautista. Suo marito Giuseppe viene ogni mattina a trovarla. Ora sta in ospedale, ma si sta riprendendo. Mi ha pregato di dirle che le vuole un bene infinito, e che torna presto

Aggiunse altro di quanto Giuseppe le fosse fedele, di come la ricordasse sempre, della sua bontà danimo. Si sentiva goffo, eppure unintuizione diceva che stava facendo la cosa giusta.

Tornò in ospedale. Giuseppe stava bevendo il tè, e Paolo notò con piacere che il suo volto aveva già un colore migliore.

Sono andato, disse semplicemente. Le ho raccontato tutto.

E comera laggiù? la voce tremava.

Tutto a posto. Nei fiori freschi, penso che qualche vicino abbia dato una mano. Pulito, ordinato. E lei aspetta solo che torni.

Gli occhi di Giuseppe si fecero ancora più lucidi, mentre le lacrime gli rigavano le guance.

Grazie, ragazzo. Grazie di cuore

Dopo due settimane, Giuseppe venne dimesso. Paolo lo accompagnò a casa con il bus.

Ci vediamo domani mattina? chiese quando lanziano scese.

Certamente, sussurrò Giuseppe. Alle otto, come sempre.

E realmente: la mattina dopo era di nuovo al suo solito posto. Ma tra loro era cambiato qualcosa. Non erano più solo autista e passeggero, ormai erano qualcosa di più.

Sa cosa, Giuseppe, propose un giorno Paolo, la domenica la porto al cimitero con la mia macchina. Non per lavoro, per amicizia. Non mi costa nulla.

Ma Paolo, per carità

Mia moglie dice che, quando si incontra una brava persona, bisogna aiutare.

Così cominciò una nuova abitudine. Nei giorni feriali il bus, la domenica Paolo portava Giuseppe al cimitero con la sua auto, a volte insieme a sua moglie Marina. Si conobbero, divennero amici sinceri.

Vedi, disse una sera Paolo a Marina, allinizio pensavo solo alla fatica del lavoro. Orari, percorso, clienti E invece, ogni persona che sale su quel bus è una storia, una vita.

Dici bene, annuì la moglie. È bello che tu te ne sia accorto.

Un giorno Giuseppe disse loro:

Da quando Lucia se nè andata, pensavo che la mia vita fosse finita. Non sapevo più a che cosa servissi. Invece ho scoperto che cè sempre qualcuno a cui importa davvero. E questo vale tantissimo.

***

E voi, ricordate daver visto persone semplici compiere grandi gesti?

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— Signor Vasili Ivanovič, ha perso di nuovo l’autobus! — la voce dell’autista suona bonaria, ma con un pizzico di rimprovero. — È già la terza volta questa settimana che corre dietro al bus come un matto. Il pensionato, con la giacca sgualcita, respira affannosamente appoggiato alla barra. I capelli candidi arruffati, gli occhiali scivolati sulla punta del naso. — Mi scusi, Andrea… — riesce infine a riprendere fiato, mentre tira fuori qualche banconota spiegazzata dalla tasca. — L’orologio dev’essere indietro… O forse sono io che ormai… Andrea Vittoni è un autista esperto, avrà sui quarantacinque, la pelle scura di chi sta tanto al sole, sempre sulla stessa linea. Porta gente avanti e indietro da vent’anni, ne riconosce molti, e questo anziano lo ricorda bene: sempre gentile, educato, prende ogni giorno lo stesso autobus alla stessa ora. — Ma macché, salga pure. Dove va oggi? — Al cimitero, come sempre. L’autobus parte. Vasili Ivanovič si accomoda al suo solito posto: terza fila lato finestrino. In mano, una vecchia busta della spesa un po’ rovinata. Pochi passeggeri: è mattina, giorno feriale. Un paio di studentesse chiacchierano, un uomo elegante immerso nel telefono. Tutto normale. — Mi dica, signor Vasili, — Andrea lo scruta nello specchietto retrovisore, — veramente va lì ogni giorno? Non si stanca? — E dove dovrei andare, — risponde sommessamente il pensionato guardando fuori, — mia moglie è là… È un anno e mezzo ormai. Le avevo promesso che sarei venuto ogni giorno. Ad Andrea si stringe qualcosa nel petto. Anche lui è sposato e adora la moglie. Non riesce nemmeno a immaginare… — Dista molto da casa? — No, mezz’ora con l’autobus. A piedi ci metterei un’ora, però le gambe non reggono più. E la pensione basta giusto per il biglietto. Passano le settimane. Vasili Ivanovič è ormai una presenza fissa del primo viaggio mattutino. Andrea si è abituato, anzi, ormai lo aspetta. A volte l’anziano arriva in ritardo; Andrea si attarda un paio di minuti apposta. — Non deve aspettare me, — dice un giorno Vasili, intuendo che l’autista l’ha aspettato. — Gli orari sono orari. — Ma dai, — risponde Andrea, — qualche minuto non cambia niente. Poi una mattina Vasili non c’è. Andrea aspetta, forse è tardi. Nulla. Il giorno dopo ancora niente. Un altro giorno e ancora nessuna traccia. — Senti, ma il vecchietto che va sempre al cimitero, non si vede più, — dice Andrea alla bigliettaia, la signora Tamara Petroni. — Sarà mica malato? — Chi lo sa — la donna alza le spalle. — Magari sono arrivati parenti, magari altro ancora… Ma ad Andrea manca. Si era affezionato a quel passeggero gentile, al suo “grazie” sommesso, a quel sorriso malinconico. Passa una settimana. Nessuna novità di Vasili Ivanovič. Andrea si decide: durante la pausa pranzo va al capolinea, dove c’è il cimitero. — Mi scusi, — chiede alla custode all’ingresso, — c’era un signore anziano che veniva ogni giorno, Vasili Ivanovič… Bianco di capelli, occhiali, sempre con una busta. Non lo avrà visto… — Ah, quello! — la donna fa cenno di sì. — Certo che lo conosco. Veniva ogni giorno, dalla moglie. — Non si è visto più? — È già una settimana che non viene. — Sarà malato? — Chi lo sa… Una volta mi disse dove abitava: abita qui vicino, in via delle Rose, palazzo 15. E lei, chi è? — Sono l’autista dell’autobus. Lo portavo tutti i giorni. Via delle Rose 15: un palazzo popolare, vernice scrostata. Andrea sale al secondo piano e suona alla prima porta. Risponde un uomo sui cinquant’anni, dallo sguardo severo. — Chi cercate? — Cerco Vasili Ivanovič. Sono l’autista dell’autobus, lo vedevo ogni giorno… — Ah, il nonnino del dodicesimo — il volto dell’uomo si addolcisce — È in ospedale. L’han portato via una settimana fa, gli è preso un ictus. Andrea sente il cuore sprofondare. — E in quale ospedale? — Alla clinica comunale “Lea Garofalo”. All’inizio era grave, ora pare che si stia riprendendo. Dopo il turno, Andrea va in ospedale. Trova il reparto giusto, chiede dell’infermiere. — Vasili Ivanovič? Sì, è qui da noi. Ma lei chi è? — Un amico… — non sa bene come spiegarsi. — Stanza sei. Ma è ancora debole, lo stanchi poco. Vasili Ivanovič è a letto, vicino alla finestra, pallido ma cosciente. Quando vede Andrea, all’inizio non lo riconosce, poi sgrana gli occhi. — Andrea? Lei? Ma… come ha fatto? — Così, la cercavo, — sorride imbarazzato l’autista, posando un sacchetto di frutta sul comodino. — Non la vedevo più e mi sono preoccupato. — Per me, vi siete preoccupato? — negli occhi del vecchio luccicano lacrime. — Ma chi sono io per voi… — Come chi? Il mio passeggero fisso. Mi sono abituato, la aspetto tutte le mattine. Vasili Ivanovič tace, fissando il soffitto. — Al cimitero… sono dieci giorni che non vado, — bisbiglia — la prima volta in un anno e mezzo. Ho mancato la promessa… — Ma dai, Vasili. Sua moglie capirà. La malattia non si programma. — Non so… — scuote la testa. — Ogni giorno le raccontavo tutto, del tempo, della gente… Ora resto qui, e lei è là, tutta sola… Andrea vede che quell’uomo soffre e la decisione viene spontanea. — Vuole che ci vada io? Da sua moglie. Le porto notizie, le dico che è in ospedale ma si sta riprendendo… Vasili Ivanovič lo guarda incredulo, eppure speranzoso. — Davvero lo farebbe? Per una persona quasi sconosciuta? — Ma che sconosciuto, — fa spallucce Andrea. — Da un anno e mezzo ci vediamo tutti i giorni. Più parente di tanti parenti. Il giorno dopo, di giorno libero, Andrea va al cimitero. Trova la tomba: sulla lapide una foto di una donna giovane con occhi buoni. “Mara Anna Maria, 1952-2024”. All’inizio si sente a disagio, ma poi le parole gli vengono da sole: — Salve, signora Anna Maria. Sono Andrea, l’autista dell’autobus. Suo marito veniva sempre qui… Ora è in ospedale, ma sta meglio. Mi ha chiesto di dirle che l’ama e presto verrà da lei… Racconta altro: di come sia una brava persona Vasili, di quanto le manchi, della sua fedeltà. Si sente fuori posto, ma dentro di sé sa che fa bene. Tornando in ospedale trova Vasili che beve il tè. Sembra già meglio, il colorito più vivo. — Sono stato, — dice Andrea, — ho riferito tutto. — E… com’era? — la voce trema. — Tutto in ordine. Qualcuno ha portato fiori freschi, forse i vicini di tomba. È tutto pulito. Lei la aspetta che torni. Vasili chiude gli occhi. Le lacrime gli scendono sulle guance. — Grazie, Andrea. Grazie di cuore… Dopo un paio di settimane, Vasili viene dimesso. Andrea lo aspetta fuori dall’ospedale e lo accompagna fino a casa. — Ci vediamo domattina? — chiede, quando l’anziano scende dal bus. — Certo, — fa lui con un sorriso. — Alle otto, come sempre. E davvero, la mattina dopo è di nuovo al suo posto. Ma tra lui e Andrea si è creato qualcosa: non più solo autista e passeggero, ora è di più. — Senta, Vasili, — propone Andrea un giorno, — la domenica la porto io in macchina. Non per lavoro, solo per farle compagnia. Mia moglie è d’accordo. — Ma si figuri! Non è il caso… — È che ormai mi sono affezionato. Poi mia moglie dice: “Se è una brava persona, bisogna aiutare”. E così tutti i fine settimana Andrea lo porta lui stesso al cimitero. A volte porta anche la moglie, si sono conosciuti e diventati amici. — Sai, — una sera Andrea dice a sua moglie, — pensavo che questo fosse solo un lavoro. Orari, percorsi, passeggeri… Ma ognuno su quell’autobus è una storia, una vita. — Hai proprio ragione, — annuisce lei. — Meno male che ci hai fatto caso. E un giorno Vasili dice loro: — Sapete, dopo la morte di mia Anna credevo che tutto fosse finito. Che non servissi più a nessuno. Invece… qualcuno si è interessato a me. E questo conta tanto. *** E voi, avete mai visto persone semplici compiere gesti davvero grandi?