Giuseppe, di nuovo ci siamo persi lautobus! La voce dellautista, Paolo, risuonava bonaria ma con una punta di rimprovero. È già la terza volta questa settimana che corre dietro allautobus come un ragazzino.
Il pensionato, con una vecchia giacca tutta stropicciata, respirava affannosamente aggrappato al corrimano. I capelli, ormai completamente bianchi, spettinati, gli occhiali scivolati fino alla punta del naso.
Scusami, Paolo riuscì infine a dire, frugando in tasca per tirare fuori un paio di euro spiegazzati. Forse lorologio va indietro. O forse sono io che ormai
Paolo Benetti era un autista di lunga esperienza: quarantacinque anni, la pelle bruciata dal sole dei tragitti quotidiani tra le vie di Firenze e i paesi attorno. Guidava il bus da oltre ventanni, ormai conosceva tutti i passeggeri abituali. E di Giuseppe, quel vecchietto gentile, silenzioso, che saliva sempre alla stessa ora, si era ricordato subito.
Ma via, salgale pure. Dove va oggi?
Al cimitero, come sempre.
Il bus partì. Giuseppe si accomodò al suo solito posto: terza fila sulla destra, vicino al finestrino. Nelle mani stringeva una borsa di plastica vecchia e consunta, con dentro qualche attrezzo.
Pochi passeggeri, era mattina in mezzo alla settimana. Alcune ragazze ridevano tra loro, un uomo in giacca e cravatta immerso nel giornale. Una scena di ordinaria quotidianità.
Ma mi dica, Giuseppe, domandò Paolo attraverso lo specchietto, va davvero ogni giorno al cimitero? Non è stancante?
Eh, dove altro dovrei andare rispose luomo fissando fuori dal finestrino. Mia moglie sta lì, da un anno e mezzo ormai. Le avevo promesso che sarei passato ogni giorno.
Al cuore di Paolo, che amava sua moglie alla follia, venne un nodo di commozione. Non se lo sarebbe mai immaginato.
Abita lontano dal cimitero?
No, no, mezzora con il bus. A piedi ce ne metterei almeno unora, le gambe non sono più quelle di una volta. E per il biglietto la pensione ancora basta.
Le settimane scorrevano così. Giuseppe ogni mattina era lì, presenza fissa. Paolo ci aveva fatto labitudine, quasi lo aspettava con piacere. Quando capitava che il vecchietto tardasse, Paolo si tratteneva qualche minuto in più alla fermata.
Non deve aspettarmi, gli disse una volta Giuseppe, intuendo che lautista lo stava aspettando. Il servizio è servizio.
Ma va, rispose Paolo con un gesto. Due minuti non cambiano il mondo.
Un mattino, però, di Giuseppe nessuna traccia. Paolo aspettò, poi andò comunque. Ma il giorno dopo era ancora assente. E quello dopo ancora.
Senti, ma quel signore anziano che portavi sempre al cimitero non si è più visto, disse Paolo alla bigliettaia, Lucia. Non è che magari sè ammalato?
Chi lo sa, rispose la donna con una scrollata di spalle. Forse sono arrivati parenti, forse altro
Ma Paolo sentiva dentro uninquietudine. Gli era ormai familiare quella presenza silenziosa e il suo «grazie» educato quando scendeva, quel suo sorriso velato di malinconia.
Passò una settimana. Giuseppe non tornò. Paolo alla fine si decise: durante la pausa pranzo prese il bus e andò fino al capolinea, proprio accanto al cimitero di via delle Cascine.
Mi scusi, chiese alla donna che badava allingresso, cercavo un signore anziano, Giuseppe Capelli bianchi, gli occhiali, sempre con una borsina. Lha visto?
Oh, sì, la donna si illuminò. Veniva ogni giorno, a trovare la moglie.
Ma da una settimana niente
Non si vede più, no. Ma ricordo che una volta mi disse dove abitava, proprio qui vicino: via dei Tigli numero dodici. Lei chi è, suo parente?
No Sono lautista, lo portavo ogni mattina.
Via dei Tigli, 12. Un vecchio palazzo, tinteggiatura scrostata, scale fredde. Paolo salì al secondo piano, bussò al primo appartamento che trovò.
Un uomo serio, sulla cinquantina, aprì la porta.
Chi cerca?
Cerco Giuseppe, sono lautista che lo porta sempre al cimitero
Ah, il vecchietto della dodicesima, il vicino cambiò espressione. È in ospedale. Hanno chiamato lambulanza una settimana fa, ha avuto un ictus.
Il cuore di Paolo mancò un battito.
Ma dovè ricoverato?
Allospedale di Careggi. Dicono che allinizio la situazione era brutta, ma ora pare si stia riprendendo, piano piano.
Quella sera stessa, dopo il turno, Paolo andò in ospedale. Trovò il reparto, chiese delluomo alla caposala.
Giuseppe? Sì, cè qui. Lei chi sarebbe?
Un amico rispose imbarazzato Paolo.
È nella stanza sei. Mi raccomando, è ancora debole, niente emozioni forti.
Giuseppe era sdraiato vicino alla finestra, pallido ma lucido. Vedendo Paolo stentò a riconoscerlo, poi gli occhi si spalancarono, increduli.
Paolo? Ma come come ha fatto a trovarmi?
Sa, la sua assenza si faceva sentire, sorrise lautista, appoggiando un sacchetto con della frutta sul comodino.
Si è preoccupato per me? negli occhi del vecchio brillava qualcosa di umido. Ma io sono solo
Solo? Ma se ormai la considero uno di famiglia. Sono abituato a vederla ogni mattina, quasi la aspetto.
Giuseppe abbassò lo sguardo.
Al cimitero non ci vado da dieci giorni, sussurrò. La prima volta da quando è mancata mia moglie. Non ho mantenuto la promessa
Giuseppe, la sua Lucia le darà pace. La salute viene prima di tutto.
Chissà scosse la testa. Passavo ogni mattina, le raccontavo le novità, il tempo Ora sto qui, e lei là, da sola
Paolo capì subito cosa doveva fare.
Vuole che ci vada io? A salutare la signora Lucia per lei? Le racconterò come sta, che presto guarirà
Giuseppe si voltò verso di lui; negli occhi speranza e dubbio insieme.
Davvero lo farebbe? Non è obbligato
Ma io ormai ci tengo a lei. Dopo tutto questo tempo, siamo più che semplici conoscenti.
Il giorno dopo, nel suo giorno libero, Paolo portò dei fiori e andò al cimitero. Trovò la tomba: la foto ritraeva una donna sorridente, occhi dolci e vivaci. Lucia Manfredi. 1952-2024.
Allinizio Paolo non sapeva che dire, ma le parole arrivarono.
Buongiorno signora Lucia. Sono Paolo, lautista. Suo marito Giuseppe viene ogni mattina a trovarla. Ora sta in ospedale, ma si sta riprendendo. Mi ha pregato di dirle che le vuole un bene infinito, e che torna presto
Aggiunse altro di quanto Giuseppe le fosse fedele, di come la ricordasse sempre, della sua bontà danimo. Si sentiva goffo, eppure unintuizione diceva che stava facendo la cosa giusta.
Tornò in ospedale. Giuseppe stava bevendo il tè, e Paolo notò con piacere che il suo volto aveva già un colore migliore.
Sono andato, disse semplicemente. Le ho raccontato tutto.
E comera laggiù? la voce tremava.
Tutto a posto. Nei fiori freschi, penso che qualche vicino abbia dato una mano. Pulito, ordinato. E lei aspetta solo che torni.
Gli occhi di Giuseppe si fecero ancora più lucidi, mentre le lacrime gli rigavano le guance.
Grazie, ragazzo. Grazie di cuore
Dopo due settimane, Giuseppe venne dimesso. Paolo lo accompagnò a casa con il bus.
Ci vediamo domani mattina? chiese quando lanziano scese.
Certamente, sussurrò Giuseppe. Alle otto, come sempre.
E realmente: la mattina dopo era di nuovo al suo solito posto. Ma tra loro era cambiato qualcosa. Non erano più solo autista e passeggero, ormai erano qualcosa di più.
Sa cosa, Giuseppe, propose un giorno Paolo, la domenica la porto al cimitero con la mia macchina. Non per lavoro, per amicizia. Non mi costa nulla.
Ma Paolo, per carità
Mia moglie dice che, quando si incontra una brava persona, bisogna aiutare.
Così cominciò una nuova abitudine. Nei giorni feriali il bus, la domenica Paolo portava Giuseppe al cimitero con la sua auto, a volte insieme a sua moglie Marina. Si conobbero, divennero amici sinceri.
Vedi, disse una sera Paolo a Marina, allinizio pensavo solo alla fatica del lavoro. Orari, percorso, clienti E invece, ogni persona che sale su quel bus è una storia, una vita.
Dici bene, annuì la moglie. È bello che tu te ne sia accorto.
Un giorno Giuseppe disse loro:
Da quando Lucia se nè andata, pensavo che la mia vita fosse finita. Non sapevo più a che cosa servissi. Invece ho scoperto che cè sempre qualcuno a cui importa davvero. E questo vale tantissimo.
***
E voi, ricordate daver visto persone semplici compiere grandi gesti?






