Mario, hai di nuovo perso l’autobus! la voce dellautista suona scherzosa ma con un pizzico di rimprovero. È già la terza volta che ti vedo correre come un matto questa settimana.
Il pensionato, con la giacca spiegazzata e il respiro corto, si appoggia al corrimano mentre cerca di riprendere fiato. I capelli bianchi spettinati, gli occhiali scivolati sulla punta del naso.
Scusami, Antonio… ansima tirando fuori qualche banconota stropicciata dalla tasca lorologio si sarà fermato, o forse sono io ormai che…
Antonio Moretti, lautista, avrà quarantacinque anni, la pelle cotta dal sole dopo una vita passata a guidare per il suo percorso tra Firenze e i paesini vicini. Guida da ventanni, ormai riconosce la maggior parte dei suoi passeggeri uno per uno. Ma questo vecchietto lo ricorda sempre: gentile, discreto, ogni giorno alla solita ora.
Ma dai, vieni su. Dove andiamo oggi?
Al cimitero, come sempre.
Lautobus parte senza fretta. Mario si sistema al suo solito posto: terza fila dal finestrino. In mano stringe il solito sacchetto di plastica vissuto, chissà con quali cose dentro.
Sullautobus non cè molta gente è un giorno infrasettimanale, mattina. Alcune ragazze chiacchierano fitto tra loro, un uomo in giacca e cravatta immerso nel telefono. Tutto nella norma.
Senti Mario, chiede Antonio lanciando uno sguardo dallo specchietto ma tu davvero vai là ogni giorno? Non è pesante?
Dove vuoi che vada risponde piano il pensionato, lo sguardo fuori sul panorama della campagna toscana. Mia moglie è lì la porto i fiori, ormai da un anno e mezzo. Glielavevo promesso, che ogni giorno sarei passato.
Ad Antonio si stringe il cuore. Lui pure sposato, la moglie la adora. Nemmeno riesce a immaginare
Abiti lontano da qui?
Ma no, col pullman ci metto mezzora. A piedi però ormai non ce la faccio più, le gambe non vanno come una volta. E con la pensione ci arrivo giusto a pagare i biglietti.
Passano le settimane. Mario cè sempre col suo sguardo schivo e gentile. Antonio ci fa l’abitudine, anzi, quasi lo aspetta. Se capita che il vecchietto fa tardi, lautista aspetta quei due minuti in più.
Non dovete mica aspettarmi, Antonio dice una volta Mario, intuendo che il pullman lo stava aspettando. Gli orari sono orari.
Che vuoi che sia, scherza Antonio. Due minuti non fanno danno a nessuno.
Poi, una mattina, di Mario nessuna traccia. Antonio aspetta qualche minuto, magari è solo in ritardo. Ma niente. Anche il giorno dopo, il posto resta vuoto. E pure il terzo.
Ma hai visto il nostro vecchietto, quello che va sempre al cimitero? chiede Antonio alla controllora, la signora Giovanna, che gli dà una scrollata di spalle.
Non saprei magari ha qualcuno in visita, oppure è successo qualcosa…
Ma Antonio non è tranquillo. Era abituato a lui, a quel suo grazie alluscita, al suo sorriso malinconico.
Dopo una settimana, Mario ancora non si vede. Antonio prende coraggio e, durante la pausa pranzo, si spinge fino alla fermata finale della corsa, proprio vicino al cimitero.
Mi scusi, si rivolge alla custode, una signora che staziona vicino allingresso, c’è un signore anziano, Mario Bianchi bianco di capelli, occhiali, sempre con un sacchetto per caso si è visto?
Ah, certo! risponde lei con prontezza. Passava qui ogni santo giorno, andava dalla moglie sua.
E adesso?
Da una settimana niente, non si fa più vedere…
Sta male, forse?
Non saprei. Un giorno mi disse che abitava qui vicino, in via dei Fiori, numero 8. Ma scusa, tu chi sei?
Lautista del pullman. Lo portavo qui ogni mattina.
Via dei Fiori, numero 8: palazzina anni Settanta, pianerottolo consumato dal tempo. Antonio sale al secondo piano, suona al primo campanello. Gli apre un vicino sui cinquantanni, schivo allinizio.
Chi cerca?
Mario Mario Bianchi. Sono lautista, lo accompagnavo sempre
Ah, il vecchietto del dodici il volto si fa più gentile Lo hanno portato in ospedale una settimana fa, un ictus. Non era messo bene, ma dicono che piano piano si sta un po’ riprendendo.
Antonio sente lo stomaco cadergli giù.
Ma in quale ospedale?
Al Santa Maria Novella, in città. Allinizio era grave, ma sembra che stia migliorando.
Finita la giornata, Antonio va subito allospedale. Chiede informazioni all’infermiera del reparto.
Mario Bianchi? Sì, è qui con noi. Lei chi è?
Un amico più o meno abbozza Antonio, non sapendo che dire.
Stanza sei, ma sia breve: è ancora molto debole.
Mario è disteso vicino alla finestra, pallido ma cosciente. Appena vede Antonio, rimane incerto un secondo, poi gli occhi si spalancano di sorpresa.
Antonio? Ma come cosa ci fai qui?
Ti ho cercato, sorride imbarazzato, lasciando un sacchetto di frutta sul comodino. Non ti vedevo più, ho iniziato a preoccuparmi.
Ti sei preoccupato per uno come me e negli occhi di Mario si fa lucido qualcosa. Ma chi sono io
Come chi sei? Il mio passeggero fisso. Mi sono abituato: ormai la mattina ti aspetto.
Mario tace, lo sguardo verso il soffitto.
E al cimitero sono dieci giorni che non vado, mormora piano. È la prima volta che manco in un anno e mezzo. Ho tradito la mia parola
Ma che dici, Mario, lo consola Antonio tua moglie può capire. La salute è importante.
Mah fa lui con la testa io ogni giorno le raccontavo comera andata, il tempo che faceva Ora invece sto qua, e lei là da sola
Antonio vede quanto ci soffre, e la decisione gli viene spontanea.
Vuoi che ci vada io? Dalla tua Lina. Le dico che sei in ospedale, che presto tornerai
Mario lo guarda strano, incredulo ma anche con una speranza nuova.
Lo faresti davvero? Per una persona che conosci appena?
Ma che scherzi? Ormai sei di famiglia: tutte le mattine ci incrociamo, non sei più uno qualunque.
Il giorno dopo, la domenica, Antonio va al cimitero. Trova la tomba di Lina: nella foto una donna dai capelli chiari, occhi dolci. Lina Rossi, 1952-2024.
Allinizio si sente un po a disagio, ma poi le parole gli vengono da sole:
Buongiorno, signora Lina. Sono Antonio, lautista del pullman. Suo marito mi aveva chiesto di dirle che ora è allospedale ma sta migliorando. Le vuole bene e presto ritorna qui, come aveva promesso
Aggiunge qualcosa su quanto sia una brava persona Mario, su come le sia stato fedele e leale, su quanto gli manchi. Si vergogna un po, ma sente di aver fatto la cosa giusta.
Quando torna in ospedale, trova Mario a prendere il tè. Sembra già più in forma.
Ci sono stato, dice Antonio. Ho fatto tutto quello che mi avevi chiesto.
E comera? la voce gli trema.
Tutto a posto. Cera un bel mazzo di fiori freschi, qualcuno avrà pensato a lei. Pulito, ordinato. Lei aspetta solo il tuo ritorno.
Mario chiude gli occhi, due lacrime scivolano giù senza rumore.
Grazie, figliolo. Grazie di cuore
Due settimane dopo, Mario torna a casa. Antonio lo aspetta davanti allospedale e lo riaccompagna fino a sotto casa.
Ci vediamo domani? domanda mentre Mario scende dal pullman.
Certo che sì, sorride lui. Alle otto, come sempre.
E infatti la mattina dopo è di nuovo lì, al solito posto. Solo che adesso tra lui e Antonio è cambiato qualcosa. Non sono più solo autista e passeggero. Cè di più.
Sai che ti dico, Mario propone un giorno Antonio la domenica ti porto io al cimitero. Non col pullman, con la mia macchina. Non mi costa niente, e mia moglie sarà contenta.
Ma ti pare Ti disturbo
Macché! Ormai ci ho fatto labitudine. E poi mia moglie dice che se una persona è buona, bisogna aiutarla quando si può.
È diventata una piccola tradizione: durante la settimana pullman, la domenica Antonio passa con la macchina. Qualche volta porta anche la moglie si son conosciuti, pure amici sono diventati.
Sai, confida Antonio alla moglie una sera allinizio pensavo che fosse solo lavoro. Orari, fermate, gente che sale e scende Invece dietro ogni persona sullautobus cè una storia.
Hai ragione, annuisce lei. Per fortuna non sei uno che si gira dallaltra parte.
E una volta Mario confida loro:
Da quando è mancata Lina, ho pensato che la mia vita fosse finita. Che non servissi più a nulla. Invece, a quanto pare, a qualcuno importa ancora di me. E questo fa tutta la differenza del mondo.
***
E tu, hai mai visto persone comuni capace di fare grandi cose?






