15 ottobre, 2025
Mi aggiro freneticamente per il mio monolocale a Milano, cercando di infilare nellultima valigia gli oggetti indispensabili. I miei movimenti sono agitati, quasi come se qualcuno mi inseguisse. Laria esce dal petto a suon di fischio, e le dita non riescono a chiudere la cerniera della borsa ormai strapiena. Unora prima ricevo una chiamata dal policlinico: la voce sorpresa del primario cerca di capire perché ero stata dimessa allimprovviso. Mi hanno lasciata andare senza troppe domande, ma una nuvola di incomprensione è rimasta sospesa, e non ho né la forza né la voglia di rispondere.
Non ho voluto dare spiegazioni. Lidea di raccontare a voce alta tutto quello che è accaduto mi sembrava insopportabile. Nella mente riaffiorano i ricordi del nostro primo incontro, dipinti di colori vivaci ma ora amari. Ci siamo conosciuti quando, ancora tirocinante, lavoravo al reparto di emergenza dellOspedale San Raffaele. Una scintilla è scoccata tra me e Luca e si è trasformata in un fuoco che ci ha divorati. Non abbiamo esitato: poche settimane dopo ci siamo scambiati una cerimonia semplice ma sincera. Poi ho preso un posto al policlinico, e noi abbiamo deciso di mettere le basi: prima la carriera, poi, forse, i figli. Stabilità prima di tutto, il resto a tempo debito.
Il tempo però scorreva, e la frase non è il momento è diventata una scusa ricorrente. A volte, quasi senza accorgermene, accennavo a quanto desiderassi sentire il riso dei bambini in casa, ma Luca scacciava il pensiero con parole su instabilità e difficoltà. Ora, ricordando quei momenti, sento un nodo caldo montarmi in gola.
Il mio mondo è andato in frantumi per colpa di una amica, Vittoria, colei a cui confidavo tutti i segreti e i sogni. Ieri, con brutal chiarezza, ho compreso che Vittoria non è mai stata una vera amica. Il mio turno di notte è stato cancellato allultimo minuto; col cuore leggero per organizzare una piccola sorpresa, ho deciso di tornare a casa prima del previsto. Inserisco la chiave nella serratura, apro la porta e mi fermo sullo spigolo, come trafitta da un colpo al petto.
Dalla sala di ingresso sento una risata femminile, allegra e cristallina, che conosco fin troppo bene.
Mi sorprendi sempre, dice Vittoria, la sua voce colma di dolcezza. Non riesco nemmeno a immaginare cosa inventerai la prossima volta!
È tutto per te, gioia mia, risponde una voce maschile, familiare e un tempo caro. Sei il mio universo. Sposterei montagne solo per vedere il tuo sorriso
Le parole mi trafeggiano il cuore come spilli. Indietro, passo a passo, mi ritrovo a scivolare silenziosa giù per le scale, lasciando la porta socchiusa. Quella notte non ho chiuso occhio, seduta nella piccola stanza del guardia medica, fissando un punto vuoto. I pensieri mi squarciavano lanima, ma allalba è nata una decisione fredda e nitida: partirò. Scomparirò.
Per tutti coloro che mi conoscevano. Per il mondo intero che mi ha procurato così tanto dolore.
Ho un luogo dove nessuno potrà mai trovarmi. Una volta, la nonna mi ha lasciato in eredità una casetta piccola ma robusta in un villaggio dellUmbria, quasi sconosciuto a tutti. Dopo la morte della madre, mi sono trasferita da mio padre, e la via per quel remoto angolo è andata a finire nella memoria. Ora quelloblio è la mia salvezza.
È giunto il momento di ricordarla.
A poche ore di viaggio, la valigia è finalmente pronta. Guardo lappartamento un tempo pieno di luce e gioia, ora grigio e desolato, come una palude che ha inghiottito ogni fiducia negli uomini e nellamore.
Non resta più nulla della mia anima qui, sussurro al silenzio, e quelle parole diventano una condanna.
Due giorni dopo sono già nel villaggio. Lungo la strada getto via la vecchia SIM e ne compro una nuova, sconosciuta a chiunque. Non voglio che qualcuno, per caso, possa rintracciarmi.
La casa mi accoglie con un silenzio profondo e lodore di legno vecchio e erbe secche. Aprendo il cancello cigolante, avverto unimprovvisa leggerezza, quasi una leggerezza di piuma.
Qui nessuno mi potrà ferire. Qui inizia una nuova vita.
Sono passate due settimane. Mi sto riorganizzando lentamente. I vicini, persone semplici e sincere, si sono rivelati estremamente accoglienti. Aiutano con quello che hanno, senza fare domande. Insieme mettiamo a posto la casa: ripariamo il tetto, togliamo le erbacce dal cortile. Dal loro calore, il mio cuore comincia a scongelarsi, il dolore si ritira.
Ma il destino ha in serbo unaltra prova, una che metterà alla prova la mia resistenza.
Una mattina, alla porta corre Valentina, la vicina pallida per la paura.
Ginevra, cara, mi dispiace, non potrò aiutarti in giardino oggi, è successo qualcosa! La mia Maria il ventre le gira, non riesce a trattenere nemmeno un sorso dacqua! E gli occhi sono spenti!
Ha bisogno duna flebo subito, rispondo subito, da medico. È una grave disidratazione, è pericoloso.
Che flebo, tesoro, qui non abbiamo neanche un dottore! sbatte le mani Valentina, quasi piangendo.
Fortunatamente ho sempre con me una piccola ma ben fornita borsa medica. Installo la flebo alla ragazzina e, dopo qualche ora, la situazione migliora. Verso sera Maria sorride debolmente e chiede da bere.
Il giorno seguente tutti nel villaggio sanno che la nuova arrivata, Ginevra, non è solo una cittadina ma una vera dottoressa. Non riesco più a nascondere la mia professione.
In quel momento capisco finalmente che non potrò mai rinunciare alla mia vocazione. Solo quando aiuto gli altri, dando una parte di me, provo il vero senso della vita, non più unesistenza vuota.
Un mese dopo lavoro ufficialmente al posto di assistenza territoriale del nostro FAP, quel piccolo ambulatorio dove nessuno voleva restare a lungo. Per me è diventato un rifugio: la possibilità di fuggire, di nascondermi, di ricominciare da una pagina bianca.
Il tempo scorre, passano mesi. Allalba, mi chiamano per una bambina con febbre alta. Alla porta del vecchio ma curato edificio appare un uomo.
Buongiorno, sono Dario, si presenta con un tremore evidente. Per favore, aiuti mia figlia.
Guardo Dario per un attimo: i suoi occhi profondi, la voce calma e sicura. Scarto subito ogni pensiero superfluo. Dopo quello che è successo, non cè più spazio per uomini nel mio cuore; è chiuso a chiave.
Portami da lei, dico brevemente, ritrovando la concentrazione professionale.
La piccola giace sotto una coperta ricamata, pallida, febbrile, ma incredibilmente fiduciosa. I suoi grandi occhi azzurri fissano lanima.
Ha dei respiro difficili, dico dopo lesame. Prescriverò i farmaci, ma dovranno essere comprati in città. Chieda sua moglie, le spiegherò la cura
Non ho una moglie, risponde Dario a bassa voce. Crescerò da solo Orsia. La madre è morta al parto.
Riguardo la bambina unultima volta, e qualcosa si stringe nel petto. Che ingiusta sia la vita Per anni ho implorato Luca di avere un figlio; ora una bambina sconosciuta scioglie in me ciò che credevo morto.
Guarirai, piccola principessa. Ti prenderò cura di te, dico toccandole delicatamente la testa.
Orsia sorride appena, e quel sorriso vale più di qualsiasi parola. Dario annuisce, grato.
Non so come ringraziarla. Lasci che la porti a casa o la porti al lavoro ogni mattina? chiede. Non può percorrere queste strade a piedi.
Volevo rifiutare, ma qualcosa dentro di me lo trattiene. La sua voce è sincera, senza falsità. E la bambina… è ormai radicata nel mio cuore.
Va bene, accetto dopo una pausa. Grazie.
Il tempo passa. Nel villaggio la vita scorre lenta e tranquilla. Mi siedo su una vecchia panchina davanti a casa, sorseggiando una tazza di tè alle erbe. Dario si avvicina, mi avvolge le spalle e mi bacia la guancia.
Amore mio, sussurra con tenerezza. Sarai per sempre la mia.
Sorrido, chiudo gli occhi, sentendo il calore delle sue mani. Orsia scatta dal portico, gioiosa, e Dario, ridendo, corregge:
Scusa, non mia, ma nostra.
Risiamo, e il nostro riso si mescola a quello della bambina, creando una dolce sinfonia.
Un anno è passato. È stato il periodo più sereno e luminoso della mia vita. Grazie a Dario e Orsia ho trovato il coraggio di tornare a Milano per firmare i documenti del divorzio.
Lex marito e Vittoria vivono ancora insieme. Non gli importava del mio ritorno è stato doloroso ma liberatorio. Esco dallaula di tribunale e non guardo più indietro.
Ora la mia vita è diversa: piena di un nuovo senso, fiducia e luce. Credo ancora nelle persone. Amo ancora. E mi concedo di essere amata.
Tutto questo gioioso cambiamento è stato possibile grazie a quella piccola casa di campagna, ereditata dalla saggia nonna.
Poso la mano sulla forte mano di Dario.
Davanti a noi cè tutta una vita, sorrido guardandolo negli occhi.
Ti amo, risponde stringendo le dita. Sei la mia ispirazione, il mio porto tranquillo.
Fuori, la sera accarezza il cielo con tinte pesca e lavanda. Il fiume vicino scorre placido, portando via le vecchie preoccupazioni. In quel silenzio nasce una nuova melodia: la musica di un amore che ha superato il dolore. Due anime, un tempo perdute, ora si tengono strette per proteggersi a vicenda.
Ecco la più grande verità sulla vera casa: non si costruisce con mattoni, ma con fiducia, sostegno e comprensione silenziosa.






