Arrivai da mio marito senza preavviso e capii subito perché facesse così tardi in ufficio
Per ventitré anni, Livia Santini aveva cucinato minestroni, stirato camicie, sopportato la suocera e il suo tormentone: «Eh, ma Roberto da piccolo mangiava la polenta senza fiatare.» Per ventitré anni, aveva creduto che suo marito facesse tardi in ufficio per lavoro. Succede, si diceva. Un rendiconto trimestrale. Una riunione. Unemergenza. Tutto chiaro, tutto spiegabile.
Ma poi qualcosa era scattato. Non subito, certo. Allinizio solo il telefono che squillava a vuoto. Starà lavorando, pensava lei. Poi, la cena che si freddava per la terza volta in una sera. E ancora, un nuovo profumo, fresco, floreale, che Livia non gli aveva mai regalato.
Livia non era una che faceva scenate. Anzi, era di quelle che per settimane fissano il soffitto alle due di notte, poi si alzano, si mettono un cappotto, e vanno.
Così fece.
Lamica Paola, raggiunta al telefono mentre era in viaggio, le disse quello che ci si aspettava:
Livia, ma dove vai? Cosa ti aspetti di vedere? Ti farà solo stare peggio.
Peggio di così non si può, rispose Livia, chiudendo la chiamata.
Lufficio di Roberto si trovava al terzo piano del centro direzionale Parnaso. Livia conosceva bene quelledificio: cera stata due volte, una per una cena aziendale e una quando aveva portato a Roberto il badge dimenticato. Allingresso, anni fa, il portiere laveva guardata con rispetto: la moglie del capo reparto.
Ora erano già le sette di sera. Il parcheggio era quasi vuoto. Quasi tutte le finestre spente.
Tranne una.
Livia si fermò vicino allauto e alzò lo sguardo. Terzo piano, ultima finestra a destra: proprio lì si trovava lufficio di Roberto. Là la luce era accesa. E chiaramente cera qualcuno: due sagome si muovevano dietro il vetro.
Restò ferma, a guardare.
Poi prese il telefono e compose il numero di Roberto.
Uno squillo, due, tre.
Dietro la finestra, la figura più minuta si avvicinò allaltra.
Quattro, cinque squilli.
Lutente non è raggiungibile…
Livia infilò il telefono in tasca. Si avviò verso lingresso.
Il portiere la squadrò, come se invece di un documento stesse presentando un mandato di perquisizione.
Da chi va?
Da Santini. Roberto. Terzo piano.
È in elenco?
Livia lo fissò. Con calma. Con quellaria di chi sa che un muro, prima o poi, va abbattuto.
Sono sua moglie.
Antonio assimilò la cosa. Prese tempo, schiacciò un bottone. Attese.
Non risponde.
Lo so, disse Livia. Ma è sopra.
Ancora una pausa. Antonio, si capiva dalla faccia, ponderava: far passare la moglie del responsabile senza autorizzazione o attenersi alle regole? Da una parte la procedura. Dallaltra, la moglie. Le mogli apri un caso se non cedi.
Avanti, prego, disse Livia, e in quella voce cera qualcosa che spinse Antonio a levare la mano dal tornello.
Terzo piano. Corridoio lungo, moquette grigia, porte tutte uguali. Livia camminava pensando che avrebbe dovuto chiamare Paola, o forse non sarebbe dovuta venire. Forse fermarsi prima in un bar, bere un caffè, calmarsi. Presentarsi in condizioni migliori.
Ma ormai
Lufficio era in fondo. La porta socchiusa, un filo di luce. Voci dentro.
Livia si fermò a due passi.
Risate di donna. Leggere, cristalline. Segno che qualcuno aveva appena detto qualcosa di perfetto.
Poi la voce di Roberto. Livia restò ad ascoltare. Trenta secondi. Un minuto. Le mani fredde, le guance stranamente calde.
Poi spinse la porta.
Roberto era seduto sul bordo della scrivania, non dietro, ma sopra, con aria da padrone di casa, e spiegava qualcosa a una giovane donna accanto, tra le carte. Lei, una trentottenne attraente raccolta i capelli in uno chignon.
Entrambi guardarono verso la porta.
Una pausa tanto lunga che non cera bisogno di parole per capire tutto.
Livia? disse Roberto. E in quel tono cerano tutto: sorpresa, paura e, ancora peggio, un po dinfastidimento, come se qualcuno lo avesse interrotto.
Buonasera, disse Livia.
La donna fece un passo indietro. Poi un altro. E trovò un pretesto per fissare la finestra.
Sei venuta senza avvisare? scese dalla scrivania, si fece serio, cercando di sembrare normale. Ci riuscì così così.
Ti ho chiamato, fece notare Livia. Non hai risposto.
Ero occupato, vedi anche tu.
Vedo, assentì Livia.
Aveva visto bene. Aveva notato il primo bottone slacciato della camicia di lui. Due bicchieri di tè sul tavolo, uno con macchia di rossetto. Vide la donna che armeggiava con le carte senza saper dove metterle.
Questa è Silvia, la nuova project manager, spiegò Roberto. Tono piatto, come chi non ha nulla da nascondere. Quel tono che, però, si adotta solo quando si ha qualcosa da nascondere.
Molto lieta, rispose Livia.
Silvia finalmente lasciò i fogli sulla scrivania, accennando un sorriso. Normalissimo sorriso. Livia non la colpevolizzava. Lei non aveva mai promesso niente a Roberto.
Credo che vado, disse Silvia.
Sì, disse Livia. Faccia pure.
Silvia uscì. Una signora educata.
Roberto e Livia rimasero soli. Ufficio silenzioso, fuori solo la sera, le luci, le auto di altri.
E quindi? Perché sei venuta? chiese Roberto. Non era una domanda, ma un rimprovero.
Livia guardava il bicchiere col rossetto. Poi lui.
Volevo capire, disse con calma, perché non rispondevi al telefono.
Te lho detto, ero impegnato.
Lhai detto.
Pausa.
Livia, non facciamone un dramma. Lavoriamo. È una riunione di lavoro.
Alle sette di sera.
Sì, alle sette! Capita! Abbiamo una scadenza, lo capisci cosa vuol dire?
Roberto parlava forte, con sicurezza, un po infastidito. Come chi vuole che il volume sostituisca le argomentazioni. Livia lo sapeva bene. Ventitré anni una bella scuola.
Restava zitta. Lo fissava.
Fu lì che in Roberto si incrinò qualcosa. Perché di solito a quel punto lei sarebbe già scoppiata a piangere, o si sarebbe scusata, o sarebbe uscita. Invece adesso stava lì, in silenzio, a guardarlo.
Torniamo a casa, disse lui, più piano. Parliamo con calma a casa.
Torniamo pure, acconsentì Livia.
Fu la prima a uscire dallufficio. Percorse il corridoio dalla moquette grigia, e nella testa aveva solo chiarezza. Una chiarezza fredda, come il vetro.
Aveva visto. Ora doveva solo decidere cosa farne.
Tornarono a casa in silenzio.
Roberto guidava fissando la strada. Livia guardava fuori le luci, lasfalto bagnato, finestre illuminate di altre persone. Dietro ogni finestra, pensava, cè una vita, una cucina, un marito. E forse in ognuna di quelle vite cè una Silvia. O forse ancora no. O cè già stata.
In ascensore, Roberto premette il tasto del quinto piano. Livia immaginava: ora entriamo e lui parte con le spiegazioni. Lunghe, dettagliate, con riferimenti al lavoro, per convincerla che lei aveva capito male. Sapeva argomentare bene.
Entrarono. Roberto accese la luce, tolse e appese il cappotto con la cura di sempre; cosa che laveva sempre irritata. Oggi un po di più, senza sapere perché.
Livia, ascolta…
Sto ascoltando.
Lei entrò in cucina. Roberto la seguì, appoggiandosi al muro, le mani in tasca.
Livia, non cè stato niente.
Va bene.
Stavamo lavorando, realmente.
Va bene, Roberto.
Non mi credi.
No.
Non se laspettava. Forse si attendeva lacrime, urla, magari entrambe, ma mai quel non ti credo pacato e fermo. Non era mai successo.
Perché? chiese.
Perché ho visto la tua faccia quando sono entrata, rispose Livia. Mi hai guardata come si guarda un disturbo.
Non è vero.
Roberto, si voltò verso di lui. Ti conosco da ventitré anni. Ho visto la tua faccia quando sei contento di vedermi. L’ho vista anche stasera.
Tacque.
Livia, ti stai inventando tutto.
Forse, scrollò le spalle. E il profumo? Da tre mesi usi una colonia nuova
È mia.
Non lhai mai usata. Te le ho sempre regalate io. Questa è diversa.
Roberto rimase a bocca aperta.
Solo lì parve davvero a disagio.
Livia, ti assicuro, nulla di serio.
Nulla di serio, ripeté lei lentamente. Ma qualcosa cè stato.
Non lho detto!
Lhai appena detto tu.
Roberto si passò le mani sul volto. Un gesto che Livia conosceva: lo faceva quandera a disagio, o in colpa. Di solito in colpa.
Livia, disse a bassa voce, non so spiegartelo. Con lei è semplice parlare. È giovane, mi guarda diversamente. Lo so, sembra una scusa.
Sembra sincero, disse Livia.
Non è successo niente di grave. Giuro.
Ma poteva succedere.
Non rispose. E quel silenzio significava più di mille parole.
Livia fece un cenno come a spuntare una casella interiore.
Capito, disse.
Non trarre conclusioni affrettate.
Non parto prevenuta, Roberto. Semplicemente, ora non faccio più finta che vada tutto bene quando non è così. Ventitré anni sono stata zitta quando non ceri. Mai una domanda per non disturbare. È finita.
Roberto sollevò lo sguardo.
Non è un ultimatum. Ti sto solo dicendo come stanno le cose. Decidi tu cosa conta di più. Ora.
Roberto tacque a lungo. Poi, quasi sussurrando:
Livia. Sono uno stupido.
Sì, assentì lei. Ma non era questa la domanda.
Quella stessa notte, Livia si trasferì da Paola.
Fece la valigia in un attimo, senza scene. Roberto restò sulla soglia a guardarla.
Rimarrai quanto?
Non lo so.
Livia.
Roberto, chiuse la valigia. Tu devi riflettere. Anchio. Ognuno per conto proprio.
Non protestò. E questo, forse, diceva più di ogni parola.
Paola aprì, guardò Livia, la borsa, il suo viso, e non chiese nulla. Mise solo su il bollitore. Ecco perché, dopo ventanni, Livia la stimava tanto.
Rimasero in cucina fino alle due di notte. Paola ascoltava. Ogni tanto diceva qualcosa non consigli, solo parole per non rendere la notte troppo pesante.
Roberto chiamò al terzo giorno. Nessuna giustificazione, nessuna scusa. Solo:
Livia, vorrei che tornassi. Ho capito alcune cose.
Cosa?
Che sono uno stupido. Ma ormai lo ripeto da talmente tanto che le mie parole valgono poco. Devo dimostrarlo.
Livia rifletté.
Daccordo, disse semplicemente.
Tornò a casa il venerdì sera. Sul tavolo della cucina, una pentola di minestrone con le verdure un po troppo cotte. Roberto sbaglia sempre verdura per paura di lasciarla cruda. Accanto, un mazzo di fiori arrangiato in fretta.
Livia appoggiò la borsa. Guardò il minestrone. Guardò i fiori.
Ho stracotto le verdure, disse Roberto da dietro.
Vedo.
Ma alla fine è venuto buono.
Vedremo, rispose Livia.
E andò a lavarsi le mani. Così va la vita. A volte la verdura è troppo cotta, a volte no. Basta sapere la differenza e non far finta di niente per ventitré anni.





