Mi ricordo quando, a diciotto anni, diedi alla luce la prima bambina. Fu un parto semplice, quasi una passeggiata; capii subito che il dolore non era il più grande ostacolo. Già allora la maternità surrogata era conosciuta, e cominciai a prenderla seriamente in considerazione.
La nostra famiglia non era benestante. I miei genitori faticavano a mantenere me e le tre sorelle: Lavinia, Ginevra e la più piccola Fiorella. Mi sposai a diciassette anni con Marco Bianchi. Con la nostra piccola Fiorella fummo costretti a lottare per arrivare a fine mese. Non avevamo soldi né un appartamento nostro, perciò ci arrangiavamo come meglio potevamo. Pensai alla surrogazione, ma Marco non la vedeva di buon occhio, per quanto lo convincessi; pareva lunica via duscita per i nostri problemi.
Qualche anno dopo arrivò il secondo figlio. Le difficoltà peggiorarono e Marco, incapace di sopportare la pressione, abbandonò la casa. Rimasi sola con due bambini piccoli. Fortunatamente la madre e le sorelle mi furono di aiuto: mentre io lavoravo loro si prendevano cura di Fiorella e della piccola. Nonostante ciò, i conti non tornavano mai. Decisi allora di realizzare unidea che mi girava in testa da anni.
Partii per Bucarest, dove mi iscrissi a unagenzia di maternità surrogata. Dopo vari tentativi di impianto di embrioni, nulla andò a buon fine; lultimo tentativo si concluse con un aborto spontaneo.
Tornai a casa e pensai di arrendermi. Sei mesi più tardi, però, lessi un annuncio online: una clinica offriva condizioni vantaggiose. Chiamai, convinta che valesse la pena provare ancora. Se funzionava, era un segno; se no, era destino.
Questa volta tutto andò come sperato. Per dodici mesi abitammo in un bel appartamento di un nuovo palazzo, insieme a Fiorella. I futuri genitori del bambino che sarei stata a partorire non furono avari: ci fornivano cibi prelibati, compravano giocattoli a Fiorella, pagavano il cinema e le escursioni allo zoo. Dopo nove mesi, diedi alla luce un maschietto sano e bellissimo, Alessandro.
Con i soldi della remunerazione surrogata acquistammo una bilocale nel nostro quartiere, nella nostra città natale di Napoli. Restò ancora un anno di vita davanti a noi, e non avevamo intenzione di lasciarci sfuggire nulla.
Due anni dopo tornai a fare la madre surrogata, questa volta per una famiglia cinese. Nacque un bambino che chiamammo Luca.
Oggi viviamo in una grande casa. Fiorella, Lavinia e Ginevra hanno tutto ciò di cui hanno bisogno. Alcuni mi giudicano, ma non vedo nulla di sbagliato nel garantire alla mia famiglia condizioni di vita dignitose, anche se il percorso è diverso. Guardando indietro, capisco che, nonostante le difficoltà, ho sempre cercato di dare loro un futuro più sereno.



