Sono passati 40 anni, ma io continuo a pensarlo. Ho deciso di cercarlo di nuovo.

30 ottobre 2024

Quarantanni sono passati, ma lui non è mai uscito dalla mia mente. Decisi di rintracciarlo.

Lo trovai per caso, navigando tra una ricetta di crostata di mele e una pubblicità di crema antirughe. Il suo nome comparve accanto a una foto: capelli ormai grigi, occhiali, e quel sorriso che riconobbi allistante.

Il cuore accelerò, come se il corpo ricordasse qualcosa che la ragione non aveva ancora osato nominare. Cliccai. Era il profilo di un artista, una piccola galleria nel quartiere Oltrarno di Firenze, immagini di paesaggi, antiche porte, una donna alla finestra. Sotto uno di quei dipinti, la didascalia recitava: Lautunno ricorda più dellestate.

Sapevo che era lui. Luca. Il mio Luca di quegli anni, quello di cui mi ero innamorato silenzioso per tutta la classe dei superiori e ancora dopo. Dopo il diploma partì, io rimasi.

La vita lo portò altrove: matrimonio, figli, divorzio, una lunga silenziosa routine. Ma quel sentimento non si spense mai; si era solo nascosto, come una lettera dimenticata in fondo a un cassetto.

Prima ancora di rendermene conto, scrissi:
Non so se ti ricordi di me. Io invece ti ricordo. Se ti va di prendere un tè, sarò a Firenze.

Lo stesso giorno mi rispose:
Ti ricordo. E il tè lo bevo sempre dopo le quattro. Lindirizzo lo trovi sul mio sito.

Comprai il biglietto, imballai una piccola valigia, un maglione caldo e quella vecchia lettera mai inviata. Sul treno osservavo gli alberi che sfilavano: dorati, rossi, accartocciati dal gelo, e sentivo qualcosa di strano, come se il tempo tornasse indietro e io avessi di nuovo diciottanni.

Scesi alla stazione di Firenze Santa Maria Novella e, per la prima volta dopo tanto, avvertii che stava accadendo qualcosa di davvero importante. Non sapevo ancora cosa, ma non volevo perderlo.

La sua bottega si trovava in una viuzza stretta dellOltrarno. Scale antiche, una porta pesante con una piccola finestra, sopra un’insegna in ottone: G. Rossi Studio dArte. Il cuore mi batté più forte quando bussai. Dopo un attimo di silenzio, udii una voce familiare:
Aperto.

Entrai. Lambiente era diverso da ciò che avevo immaginato, ma al tempo stesso esattamente come doveva essere: odore di trementina, penombra, luce del giorno che filtrava da una finestra alta, tele appoggiate alle pareti, un secchio di pennelli, una tazza di caffè quasi finito. Luca era dietro il cavalletto; si girò lentamente, come se sapesse che stavo arrivando. Sorrideva, non apertamente, ma con gli occhi.

Non sei cambiato affatto, disse, anche se non era vero. La sua voce non tradiva alcuna menzogna.
Tu non sei cambiato, risposi.

Mi indicò una poltrona di velluto, mise lacqua per il tè e cominciammo a parlare. Prima di tutto di nulla: dei treni, del traffico, di quanto Firenze diventi più bella in autunno. Poi di tutto: di come erano trascorsi quegli anni, della mia vita, del fatto che entrambi avevamo perso persone care, che eravamo rimasti un po soli, nonostante la folla intorno.

Sul tavolo profumava il pane appena sfornato; nelle tazze si vedeva il vapore di un tè alle bacche di ginepro. La luce dorata entrava dalla finestra. Il silenzio era tale da sentire il mio stesso respiro.

Pensi a quellestate?, chiese allimprovviso.
Sempre, risposi, prima ancora di potermi fermare a riflettere.

Per due giorni fu difficile separarci. Passeggiavamo nei Giardini di Boboli, mangiavamo panini con la mortadella in Piazza Santo Spirito, ridevamo di cose che solo chi ricorda il sapore di una bibita in bottiglia di vetro e il suono della campanella di inizio lezione può comprendere.

Non mi chiese quanto tempo sarei rimasto. Io non gli dissi quando sarei partito. Era come una bolla: fragile, silenziosa e bella. Eppure reale.

Il terzo mattino riempiai la valigia e la posai vicino alla porta. Luca mi porse una tazza di tè e disse soltanto:
Non tornare ancora.
Ma io ho dei doveri, una casa

Scosse la testa.
Qui tutto aspetterà. Qui cè qualcuno che non vuole più perderti.

Guardai fuori, sugli alberi autunnali, e pensai: forse stavolta dovrebbe essere io a restare.

Non salii sul treno. La valigia rimase accanto alla porta, io alla finestra, con la tazza di tè tra le mani, nella sua poltrona, nel suo mondo. Per un attimo provai vergogna, come se avessi fatto qualcosa di irresponsabile o sciocco. Ma quellemozione svanì più in fretta di quanto fosse nata.

Rimasi un giorno, poi un altro, e poi persi il conto.

Nel suo studio il tempo scorreva diversamente. Lo aiutavo a sistemare i colori, pulivo le cornici, gli leggevo ad alta voce mentre schizzava. Scoprii così che si può vivere semplice, leggero, senza smembrar tutto in mille pezzi.

La sera passeggiavamo per il centro storico. Tra la gente, ma separati. Nessuno ci guardava con strano sguardo; forse perché sembrava naturale, o forse perché a nessuno importava se avevamo trentanni o sessantanni.

Un giorno trovai sul tavolo un piccolo schizzo: io seduto alla finestra, incantato dalla luce. Sotto la firma: Autunno tornato. Non dissi nulla. Solo toccai la carta con le dita e sorrisi silenziosamente.

Non so se questo durerà per sempre. Non ho piani, non faccio domande. Basta questo unico istante che qualcuno mi abbia detto Resta e che io labbia sentito davvero.

Ho atteso quarantanni per prendere questa decisione. Ora non voglio più aspettare.

**Lezione personale:** a volte il coraggio non è affrontare il futuro, ma accettare di fermarsi, di ascoltare il proprio cuore e di capire che il tempo, quando è giusto, può tornare a essere nostro alleato.

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