Ero immerso in una relazione con la mia ragazza da cinque anni. Abitavamo in città diverse a causa del lavoro; io a Bologna, lei a Firenze. Ogni giorno sentivo la sua voce, come in un film dove due ombre si rincorrono tra telefoni e treni che sfrecciano nella nebbia. Avevamo progetti: pensavo ormai seriamente di chiederle di sposarmi, di mettere fine alla distanza, di costruire una casa insieme fatta di sogni e caffè la mattina. Mi fidavo di lei, ciecamente. Mai, e dico mai, mi era sembrato di dover dubitare.
Una sera, in quel limbo tra la veglia e il sonno, ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto. Risposi come si fa nei sogni, quando non sai cosa aspettarti. Una voce maschile, calma e gentile, sussurrava dall’altra parte:
Non voglio guai. Ti chiamo solo perché credo tu debba sapere qualcosa.
Disse di chiamarsi Gabriele, di essere un sistemista, e che aveva iniziato da poco a frequentare una donna. Niente di serio solo messaggi, caffè fugaci in piazzette di pietra, qualche chiacchiera che si scioglie come il gelato in estate. Lei non aveva mai fatto cenno di avere un fidanzato. Tutto sembrava scorrere come le acque del Po, finché alcune cose avevano cominciato a incrinarsi.
Raccontò che aveva parlato con un amico, pure lui invischiato in una relazione nuova. Fece il nome della donna. Lamico si fece serio, chiese una foto. Quando la vide, rimase impietrito, poi sussurrò come chi rivela un segreto pesante come il piombo:
Lascia perdere subito quella donna. È fidanzata da cinque anni.
Questa voce non era un pettegolezzo. Era una verità sussurrata sotto i portici e conosciuta da molti, come il gusto del pane fresco la domenica mattina. Mi descrisse che vivo lontano, che lei lavora lì e si sente libera di fare ciò che vuole. Peggio ancora: disse che quella donna usciva anche con un altro uomo, anchegli ingegnere una presenza appena intuibile per Gabriele ma intima per il suo amico. E questuomo sapeva benissimo che lei aveva già un fidanzato. Eppure, non gliene importava nulla.
Fu in quellistante che Gabriele capì di trovarsi nel cuore di un sogno bizzarro, dove una donna intrecciava tre relazioni contemporaneamente: con me, con laltro ingegnere (quello consapevole) e con lui, che fino ad allora ero alloscuro di tutto.
Me lo disse senza rabbia, solo con una nota di solidarietà nellaccento toscano: se esiste la solidarietà tra donne, deve esistere anche tra uomini. Non voleva far parte di questa farsa da marionette. Trovò il mio numero sui social e preferì chiamarmi, piuttosto che scrivermi. Aggiunse:
Se vuoi le prove, dimmelo. Te le mando subito. Non ho nulla da nascondere.
Dissi di sì, e chiusi la chiamata sentendomi come dentro una piazza deserta sotto la pioggia. In pochi minuti ricevetti la verità nuda: conversazioni, messaggi vocali, foto, appuntamenti fissati sotto lampioni fiocamente illuminati. Il modo in cui lei gli parlava era identico a quello che usava con me: le stesse frasi, le stesse promesse zuccherose, gli stessi complimenti ripetuti come un jingle pubblicitario. Un déjà-vu spettrale.
Sentii un peso schiacciarmi il petto, come se stessi soffocando tra le braccia di Morfeo. Lamavo, e già pianificavo di cambiare città, di inginocchiarmi con un anello tra le mani, di iniziare una nuova vita insieme. La chiamai, la strinsi con domande. Lei non negò. Prima provò a minimizzare, come si fa con una bugia presa sul fatto. Poi si irritò, blaterò di “intromissioni”. Infine pianse, si discolpò dicendo che era confusa, che non sapeva cosa voleva, che non pensava sarebbe venuto fuori così.
Riagganciai.
Fu allora che leco del sogno mi sussurrò una verità amara: non solo gli uomini tradiscono. Anche le donne sanno mentire con calcolo, amministrare più vite parallele e non sentire il peso della propria ombra. Ho perso una storia ma ringrazio chi, senza neanche conoscermi, ebbe il coraggio e la lealtà di mettermi in guardia. Altrimenti oggi forse sarei stato fidanzato con una donna capace di vivere un doppio o triplo sogno senza rimorsi.






