Mi affacciai sul balcone per ritirare il bucato, quando sentii la vicina del piano di sotto chiamare il nome di mio marito nel cortile del palazzo.
Era un sabato pomeriggio. Il sole batteva dritto sul filo dove erano stesi i lenzuoli, e laria odorava di polvere e asfalto riscaldato. Mi sporsi un po, e vidi Riccardo fermo accanto alla sua macchina, con mia suocera accanto.
Quella era la cosa strana.
Lei abitava in un altro quartiere di Milano e non veniva mai senza avvertire.
Raccolsi in fretta le mollette ancora umide nelle mani e rientrai. Non feci neppure in tempo a raggiungere lingresso, che sentii la chiave girare nella toppa.
La porta si aprì, entrarono insieme.
Mia suocera aveva una grossa borsa di stoffa appesa alla spalla. Riccardo mi sembrava teso, come se pregasse che tutto si concludesse alla svelta.
Non aspettavo visite, dissi.
Non ci fermeremo a lungo, rispose lei, sfilandosi piano le scarpe e osservando la casa con occhi attenti.
Deposito le mollette ancora bagnate sul mobile e li osservai entrare in soggiorno.
Che succede?
Riccardo abbassò lo sguardo, sedendosi appena sul bordo del divano.
Mia suocera posò la borsa sul tavolo.
Ho portato alcune cose dalla cantina, disse.
Che genere di cose?
Aperse la borsa, tirando fuori gli oggetti uno a uno. Un vecchio album di foto, due quaderni ingialliti. E infine una piccola scatola di legno.
Il cuore mi si strinse, la riconobbi subito.
Era la scatola di mia nonna.
Era rimasta anni nella nostra credenza.
Dove lhai trovata? chiesi.
In cantina.
Ma stava qui.
Lei alzò le spalle, quasi infastidita.
Riccardo lha portata giù un po di tempo fa.
Mi voltai verso di lui.
Perché?
Si passò una mano tra i capelli neri.
Credevo non fosse importante.
Non importante? Quella è la scatola di mia nonna!
Mia suocera sollevò il coperchio. Dentro cera un vecchio orologio da polso, due spille e una piccola lettera ripiegata.
Cose di famiglia, disse lei, calma. Devono rimanere alla famiglia.
Io SONO la famiglia.
Mi lanciò uno sguardo che sembrava dire che avevo appena detto una cosa assurda.
Tu sei la moglie.
Nel salotto calò il silenzio.
Per strada si sentì lo sportello di una Fiat sbattere.
Che cosa vuoi dire con questo? domandai.
Riccardo finalmente alzò gli occhi.
Mamma pensa che alcune di queste cose dovrebbero andare anche a mia sorella.
Ma tua sorella non ha mai visto mia nonna.
È comunque della famiglia.
Mia suocera annuì, lentamente.
Così è giusto.
Guardai lorologio nella scatola. Mia nonna lo portava ogni giorno. Ricordai come una sera me lo diede in cucina, mentre sbucciava le mele.
Disse solo una frase.
Tieni, custodiscilo tu. Le persone dimenticano, a volte, cosè davvero loro.
Chiusi la scatola.
No.
Il viso di mia suocera si irrigidì.
Cosa vuol dire no?
Vuol dire che queste cose restano qui.
Riccardo sospirò.
Non fare una scenata.
IO sto facendo la scenata?
La voce mi tremava, ma non mi spostai di un millimetro.
Tu porti via qualcosa da casa nostra senza dire nulla e io faccio la scenata?
Mia suocera si alzò in piedi.
Stiamo SOLO parlando.
No. Voi avete già deciso.
Mise la mano sopra la scatola.
La porto via io. Poi vediamo con calma.
In quellistante qualcosa si spezzò dentro di me.
Presi la scatola e la nascosi dietro la schiena.
Nessuno prenderà nulla da questa casa.
Riccardo balzò in piedi.
Daniela, basta.
No. Basta tu.
Lo guardai dritto negli occhi.
Sei stato tu a portare la scatola in cantina?
Tacque.
E quel silenzio bastò.
Mia suocera scosse la testa.
Incredibile quanto diventino ingrati, le persone, col tempo.
Riposi la scatola nel mobile, chiudendolo a chiave.
A volte si capisce il limite non quando qualcuno lo supera, ma quando qualcun altro se ne sta zitto e lascia correre.
Rimasi lì, nel soggiorno, fissando entrambi.
Ditemi la verità: sono io che ho esagerato? O hanno davvero cercato di portarsi via qualcosa che non era loro?



