Spighe Dorate: Racconti di Grano e Tradizione Italiana

Cirka venticinque anni fa, quando ero ancora giovane e un po acerba, il medico di base, nonostante tutte le mie proteste, decise di ricoverarmi nel reparto di medicina generale.

Avevo appena compiuto ventitré anni, mentre mio marito, Sandro, ne aveva ventisei. Sandro lavorava come ingegnere presso uno studio tecnico, io invece stavo finendo luniversità. Eravamo sposati da due anni, ma i pannolini e tutto ciò che riguarda i neonati non facevano ancora parte dei nostri programmi.

Mi consideravo una moglie modello, quasi senza difetti. Ma in Sandro, come in uno specchio, ogni giorno mi sembrava di vedere sempre più difetti. Per esempio, non mi andava giù che dedicasse tanto tempo alla sua Vespa invece che a me. Ero convinta che sarei riuscita a sistemare tutto ciò che non mi andava bene di lui. Poi ho scoperto che ero io a dover cambiare.

Dopo una sessione universitaria particolarmente pesante mi si è distrutto lo stomaco: nausea, dolori continui, non riuscivo a mangiare o bere nulla.

Cara mi disse il dottor Innocenzo Livio, sistemandosi gli occhiali sulla punta del naso ricorda, la salute si preserva da giovani come il vestito nuovo. Non discutere, Caterina. Meglio se ti ricoveri e ti fanno unindagine seria. Su, su, niente storie. Adesso ci pensano i miei colleghi al tuo benessere.

Mi affidò il foglio di ricovero e io, piangendo e asciugandomi le lacrime con la manica, andai a farmi registrare in ospedale.

In camera eravamo in quattro: due signore di circa cinquantanni, una nonnina piccolina con un fazzolettino a pois sulla testa la chiamavano Lucia Maria e io. Degli altri nomi non ricordo più.

Non avevo voglia di parlare con nessuno. Mi sentivo arrabbiata con il mondo, soprattutto col mio Sandro: secondo me lui era contento di togliersi il peso e non aveva insistito abbastanza perché venissi curata a casa.

Abbracciando le ginocchia e voltata verso il muro, me ne stavo sdraiata su quella branda a molle, immersa nel mio dolore e nei miei pensieri pieni di accuse a tutti.

Portati via le tue vasetti, non voglio mangiare quella roba borbottavo a Sandro ogni volta che mi portava qualcosa di cucinato.

Ma Caterina, dai, il dottore ha detto che il pesce al vapore ti fa bene si preoccupava Sandro almeno assaggialo Ho portato anche la patata lessa, almeno un cucchiaino, che dici?

No, non chiedermelo! gli rispondevo stizzita Non la voglio. Dai questa roba ai gatti di strada, se mai la mangeranno.

Sandro sospirava e se ne andava, triste. Io, lo ammetto, cercavo sempre di ferirlo con le mie parole. Addirittura gli dicevo:

Non venire più a trovarmi.

Lui però continuava a venire, mattina e sera, senza mai lasciarmi senza un pasto preparato con le sue mani. Incartava tutto bene, metteva i barattolini in una coperta di pile per tenerli caldi. Peccato che io non sapessi apprezzare né la sua dedizione né il suo amore.

Quando trovava tutto quel tempo per cucinare? Mah! Adesso che ci ripenso, mi rendo conto di quanto dovesse essere duro per lui. Ma in quel periodo, francamente, non mi interessava.

Intanto le medicine, le punture e le flebo non davano nessun risultato. Dimagrivo a vista docchio, le guance scavate, le occhiaie enormi. Alla fine, dopo tanto, mi trovarono una gastrite cronica. Niente di gravissimo, direte voi, ma per me fu una vera prova.

Fatte tutte le terapie, stavo lì stesa a fissare il vuoto. Nessuno mi si avvicinava: ero un concentrato di negatività e lo sapevo pure, ma non potevo farci niente.

Una notte le altre due signore chiesero il permesso di andare a casa e restammo solo io e Lucia Maria.

Non dormi, Caterina? mi chiese piano la nonna.

No, ho male alla pancia borbottai e mi girai dallaltra parte.

Senti, Caterina continuò io qui mi ricovero tre volte lanno, solo per controlli. Ho pure io la tua stessa gastrite, è roba che so gestire benissimo a casa.

Non dirmi che vuoi farmi la lezione sulla dieta sana, dai! le risposi tagliente Non sprecare fiato, so già tutto da me.

Mi hai fraintesa, Caterina rispose, accennando un sorriso dolce volevo solo dirti che mi ricordi tanto me stessa da giovane. Anchio ero pungente, sempre sulle mie, una vita fa

Per la prima volta la guardai davvero: piccola, un po ingobbita, aveva due occhi azzurri da cui emanava una luce incredibile. Mi ricordai che da lei andavano spesso anche da altre stanze: uomini, donne, infermieri. Le raccontavano le loro storie, lei ascoltava e poi diceva due parole, e quelli uscivano quasi sempre con una mezza risata e più sereni.

Le portavano biscotti, kefir, cioccolatini, piccoli doni in segno di affetto. Lucia Maria ringraziava tutti col cuore e li salutava con una carezza. Poi, quando erano via, piangeva in silenzio di commozione.

Senti, Caterina, se hai pazienza ti racconto un pezzetto della mia storia che non ho mai detto a nessuno.

Negli occhi le lessi una tristezza antica. Le rughe si distesero per un attimo; sembrava una bambina indifesa.

Mi scusai delle mie risposte brusche e mi misi in ascolto. Lei indicò col dito la zuppa col polpettine, avvolta ancora nella coperta.

La presi. Di solito avrei fatto una smorfia, invece mi trattenni. Mangiai il primo cucchiaio e il dolore si placò!!! Ne mangiai quasi metà! Era buona, davvero!

Ti è piaciuta, vero? mi chiese.

Tantissimo.

Ora pian piano, senza strafare, il tuo stomaco deve riprendersi. Ma Caterina, ricordati che devi imparare a rispettare gli altri, soprattutto tuo marito. Ti vuole bene, non tenerlo lontano. Ma basta, ora ascolta una storia che non ho mai raccontato.

Bevve un sorso di tè dalla sua tazza dalluminio e iniziò:

Sono cresciuta in una famiglia di sette figli. Il più grande, Ignazio, morì piccolo di tubercolosi; la più piccola, Margherita, se la portò via il tifo. Mio padre lavorava in ferriera, mamma cuciva per tutti nel paese, era bravissima.

Io amavo leggere e andai al magistrale, poi tornai da insegnante. I ragazzi del borgo mi facevano la corte: io, niente da fare, li snobbavo tutti.

Ma mamma, chi è quel Federico? Uno stalliere? Mai, mai mi sposerò con uno così, mani sempre nel fango! E Giovanni? Ubriacone. Renato il fisarmonicista? Sempre alla balera. Bruno il pastore? Non sa nemmeno leggere! Insomma, meglio zitella per sempre che con questi!

Mamma e papà scuotevano la testa, ma non mi imponevano nulla.

Poi arrivò in paese, da Firenze, il nuovo direttore della scuola: alto, occhi chiari, bello… conquistò il mio cuore. Gentilissimo con i bambini, restava dopo le lezioni per aiutarli, tutto gratis.

Alla fine, ci siamo sposati.

Lucia Maria si alzò per sistemarmi il cuscino e continuò:

Mamma mi diceva sempre: Ricordati, Milena, sii dolce con tuo marito e non farti accecare dallorgoglio. Lui ti vuole bene davvero. Ovviamente la testa dura era la mia, facevo tutto di testa mia.

Nella scuola lavoravamo insieme. Tre anni dopo nacque la nostra prima, Vittoria, gracile, malaticcia, con un problema al cuore. È morta a undici anni, prima della guerra. La seconda, Valeria, per fortuna era sanissima, bellissima.

Mio marito Carlo spesso andava a Firenze e mi portava tessuti nuovi. Mamma mi cuciva robe meravigliose, ero la più elegante della campagna! Ma non mi andava mai bene niente: il colore non mi piaceva, il tessuto troppo sottile, troppo scuro…

Nel 33 è arrivata la fame: dividevamo le patate, i ceci e le carote per trenta parti uguali, così si arrivava a fine mese. Ancora oggi non butto un seme di melone o di zucca!

Per tutta la famiglia avevamo due patate, una cipolla, una manciata di fagioli, una carota e un cucchiaio dolio. Nascondevo tutto in giro per casa. Altrimenti avremmo fatto la stessa fine dei vicini, che mangiavano tutto subito e poi restavano senza nulla.

Cerano i campi di grano dietro il paese, ma erano sempre sorvegliati. La tentazione di andare a prendere le spighe era fortissima, ma sapevamo che si rischiava la galera.

Una notte, con Carlo abbiamo deciso di provare: non ce la facevamo più, i bambini erano sempre affamati, io sognavo pane e patate arrosto.

Aspettammo che tutti dormissero e via nei campi. Eravamo appena entrati che sentimmo avvicinarsi un carretto: il sorvegliante faceva il giro! Buttammo tutto, scappammo a nasconderci dietro i cespugli. Fortuna che non ci vide!

Rientrammo a casa a mani vuote, e solo lì mi accorsi che avevo perso la gonna. Ormai ero dimagrita tanto che mera scivolata via mentre raccoglievo le spighe!

Lucia Maria intinse un pezzo di pane nel tè e continuò.

Mi misi a piangere come una fontana, sicura che, trovando la mia gonna, mi avrebbero arrestata. Scoppiarono anche le bambine a piangere, un vero coro.

Silenzio! disse Carlo Domani, con la luce, ti trovo la gonna.

Non dormii tutta la notte, solo a pensare di finire in galera e lasciare orfani i figli.

E come promesso, la mattina dopo Carlo ritrovò la mia gonna tra le spighe e la riportò. Mi salvò.

Lucia Maria mi aggiustò la coperta e finì la sua storia:

Da quel giorno cominciai a rispettare mio marito e mai più lo parlai dietro le spalle. Abbiamo passato anni duri, sempre con poco da mangiare, ma ce labbiamo fatta. Poi la guerra: Carlo partì volontario, rimanemmo da sole io e Valeria. I tedeschi invasero il nostro paese, bruciarono tutto perché rifiutai di lavorare per loro. A Valeria le fecero del male, non resse, morì pure lei. Io poi persi il bambino che aspettavo

Sentii le sue lacrime e la abbracciai. Così siamo rimaste insieme fino al mattino, strette senza parlare quasi più.

Allalba Lucia Maria mi disse:

Nel 43 ricevetti la notizia che Carlo era disperso, probabilmente morto. Ho viaggiato in tutta la Toscana, scuole di paese, sempre con due cose in croce. Poi, quando andai in pensione, mia nipote mi portò a Firenze, nella sua piccola casa. Ma ogni tanto vengo qui in ospedale: mi curano, risparmio anche un po, e Tamara mia nipote è contenta, le porto il cioccolato, lei lo ama come fossero gioielli! Mi dice sempre di non spendere soldi per lei.

Guardavo questa donna e non capivo come in un corpicino così fragile ci fosse tanta forza, generosità, capacità di amare. Aveva visto e sofferto di tutto, eppure aiutava ancora gli altri. Se le avessi detto quanto lammiravo, non mi avrebbe capito. Mentre io, invece, ero sempre scontenta eppure ho tutto: marito che mi ama, famiglia.

Poco dopo ho iniziato a riprendermi, mangiavo di più, e il dolore sparì. Dopo un anno è nato il nostro primogenito, Michele, e poi quattro anni dopo è arrivata la tanto attesa bambina, che abbiamo chiamato Lucia.

Da allora, davvero, mi è caduto il velo dagli occhi. Ho finalmente visto quanto Sandro fosse speciale: premuroso, pratico, paziente. Ho capito che ero io a dover cambiare, non lui.

Ogni volta che mi arrabbio con Sandro, ripenso alle spighe di grano di Lucia Maria, alla mia storia in ospedale quando lui si prendeva cura di me e mi torna sempre il sorriso. Anzi, da quando anche io ho iniziato a dare una mano agli altri come faceva Lucia Maria, mi sento davvero felice.

A volte penso: magari mi ero ammalata proprio per via del mio caratteraccio tu che dici?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twenty + 12 =

Spighe Dorate: Racconti di Grano e Tradizione Italiana