Spighe d’Oro

Allora, ascolta che storia devo raccontarti oggi Sai, sarà passata una ventina danni, forse qualcosa di più, quando ero una ragazza giovane e inesperta. Allepoca il medico della mutua, nonostante tutte le mie proteste, decise che dovevo ricoverarmi nel reparto di medicina interna. Avevo appena compiuto ventitré anni, mio marito che si chiamava Riccardo ne aveva ventisei. Riccardo lavorava come ingegnere in uno studio tecnico, io invece stavo finendo luniversità. Eravamo sposati da due anni, ma di bambini neanche lombra ancora non era nei nostri piani di cambiar pannolini e lavare bavaglini.

Pensavo di essere la moglie perfetta, senza alcun difetto. Ma, guarda caso, ogni giorno vedevo in Riccardo nuovi punti oscuri, come se lo scoprissi allo specchio. Lunica cosa che proprio non mi andava giù era tutto quel tempo che dedicava alla sua Vespa, invece che a me! Ero convintissima di poterlo cambiare, di eliminare ogni difetto che notavo. In realtà ero io che dovevo cambiare.

Dopo una sessione desami bella tosta, sono crollata: lo stomaco faceva malissimo, avevo la nausea continua e non riuscivo né a mangiare né a bere nulla. Il medico, un distinto dottore di nome Innocenzo Leopardi, sistemando gli occhiali sul naso, mi fa: Cara mia, la salute va curata da ragazza, e i vestiti, quando sono nuovi. Non fare di testa tua, Caterina! Serve proprio che tu faccia tutti gli accertamenti qui in ospedale, mi arrendo, ora penseranno i miei colleghi a rimetterti in sesto.

Mi diede limpegnativa e io, singhiozzando e asciugandomi le lacrime mentre camminavo, andai a farmi ricoverare. In camera eravamo in quattro: due signore sui cinquantanni, una nonnina vestita di bianco con un fazzoletto a pois lei era la signora Lidia Bernardi e poi io. I nomi delle altre non li ricordo neppure. Ero di malumore con tutto il mondo, soprattutto con Riccardo, che secondo me voleva solo sbarazzarsi di me, tanto che non aveva insistito per farmi curare a casa.

Me ne stavo racchiusa sulla branda, voltata verso il muro, e mi crogiolavo nelle mie lamentele, incolpando chiunque tranne me stessa. Ogni volta che Riccardo mi portava dei sacchetti di cibo, lo rimproveravo: Portati via queste cose non le mangio! E lui: Cate, dai, il dottore ha raccomandato il pesce azzurro al vapore ti ho portato anche un po di patatine lesse, almeno un cucchiaio assaggialo! Ho cucinato apposta per te Ma io niente, rispondevo stizzita: Neanche pensarci, dati da mangiare ai gatti randagi non so se gradirebbero nemmeno loro! Riccardo sospirava, si rattristava e se ne andava, e io, infierendo, gli lanciavo dietro parole sempre più cattive. Non venire più! gli dicevo ogni volta.

Eppure Riccardo veniva, prima e dopo il lavoro, nonostante il mio pessimo umore. Ogni mattina trovavo sul comodino cibo fresco, ben incartato e avvolto nella coperta di flanella per tenerlo caldo. Ma non apprezzavo pazienza né amore. Adesso lo capisco, chissà come se la viveva malissimo con me Ma in quel momento, di queste sciocchezze non mi curavo.

Le pastiglie, le flebo, nulla dava risultati. Dimagrivo a vista docchio, le guance infossate, occhiaie esagerate. Alla fine mi diagnosticarono una gastrite cronica. Può sembrare poco, ma per me fu una bella batosta. Ero sempre più negativa, chiusa in me stessa. Nessuno si avvicinava, lo capivo ma non riuscivo a cambiare.

Un giorno, le signore della stanza andarono a casa per la notte, restammo io e la nonna Lidia. Non dormi, Cate? mi domanda piano. No, mi fa male la pancia rispondo storta, girandomi dallaltra parte. Ed ecco che mi racconta: Sai, ci vengo tre volte lanno qui allospedale per stare un po meglio ho la gastrite anche io, come te, ma so tenerla a bada a casa. E io, scocciata: Vuole farmi la predica sulla dieta? Guardi, non perda tempo le so queste cose!

Cate, hai frainteso, risponde lei tranquilla. Non volevo offendere, ma sai mi ricordi proprio me stessa da giovane, aspra e testarda. Mi giro verso di lei, inizio ad ascoltare.

Era minuta, la signora Lidia, un po curva, ma dagli occhi color del cielo traspariva una luce così gentile da scaldare il cuore, sembrava brillasse di suo. Adesso facevo caso che passavano spesso medici, infermieri e altri pazienti nella nostra stanza per confidarsi con lei parlavano, parlavano, e lei li ascoltava in silenzio, poi diceva due parole dolci e loro uscivano o piangendo di commozione o sorridendo rasserenati.

Prima di tornare a casa, chi guariva le portava qualcosa: una scatola di biscotti, una bottiglia di kefir, magari qualche cioccolatino, marmellatine o purea di frutta. Lei ringraziava sempre tutti con un abbraccio, e poi si asciugava gli occhi col fazzoletto.

Cate, se hai voglia ti racconto una storia mia, mi dice un giorno la signora Lidia, con un sorriso appena accennato. E nei suoi occhi, che sembravano tristi come non mai, ho letto talmente tanta nostalgia che mi sono vergognata della mia cattiveria.

Mi scuso e prendo, come dice lei, il barattolo di minestra di polpette avvolto nella coperta. Assaggio e miracolo! Il dolore sparisce, la zuppa è buonissima, e la finisco quasi tutta. Hai mangiato, brava? sorride Lidia. Sì, buonissimo, le dico.

Però vai piano, il tuo stomaco non sa più lavorare. Adesso mangerai poco e spesso. E soprattutto impara a rispettare gli altri in primis tuo marito. Ti vuole bene. Basta essere capricciosa. Ora basta, ecco la storia che non ho mai raccontato a nessuno.

Beve un sorso di tè da una tazza di alluminio, intinge un biscotto secco e inizia il racconto.

Sono nata in una famiglia numerosa, eravamo in sette figli. Papà lavorava in fabbrica, mamma cuciva e pensava alla casa. Le sue cuciture le indossavano mezzo paese. Io ero bravina negli studi e poi sono diventata maestra. Ero piena di sogni, tornata al mio paese, tutti i ragazzi mi volevano sposare, ma io li bocciavo tutti!

Ogni volta che qualcuno si faceva avanti, lo liquidavo: Quello fa lo stalliere no, grazie! Laltro? Beve troppo quello suona la fisarmonica e non lavora! Troppo grezzo io sarò pure una semplice maestra, ma almeno un marito con le mani pulite lo voglio! Mamma scuoteva il capo, ma lasciava che scegliessi.

Poi arrivò da Milano il nuovo direttore della scuola, Giovanni bellissimo, con gli occhi chiari, alto, educato faceva lezione ai bambini in difficoltà dopo la scuola senza chiedere una lira. Mi sono innamorata e ci siamo sposati in poco tempo.

Mia madre mi raccomandava: Mili, sii dolce, non tirare sempre fuori il carattere, tuo marito è un buon uomo, metti da parte lorgoglio. Ma io niente, facevo tutto di testa mia.

Lavoravo con Giovanni alla scuola e dopo tre anni è nata nostra figlia, Vittoria. Era fragile, con un problema al cuore, e quando aveva undici anni è morta, poco prima della guerra. Poi è nata Valeria, sveglia e bella come il padre. Giovanni spesso andava in città per riunioni e dalla città mi portava dei bei tessuti: mamma mi cuciva vestiti e io mi sentivo la regina del paese! Ma non ero mai soddisfatta la stoffa mai del colore giusto, il taglio non mi convinceva povero Giovanni!

Nel 1933 è arrivata la carestia ogni inizio mese dividevamo i viveri in trenta mucchietti per farli durare. Ancora oggi i semi di anguria e di melone non li butto mai. Per tutti cerano due-tre patate, una manciata di cereali, una cipolla, una carota, un po di semi, un cucchiaio di strutto e un bicchiere di farina scura. Nascondevo tutto in buste, altrimenti avremmo rischiato di mangiare tutto in una volta e restare senza niente il resto del mese.

Appena fuori dal paese cerano i campi di grano sorvegliatissimi. La tentazione di raccogliere qualche spiga era forte, ma la paura di essere beccati e finire in galera era più grande.

Una notte io e Giovanni, spinti dalla fame e dai bambini che ci chiedevano da mangiare, siamo andati di nascosto sui campi Sognavo le patate arrosto e il pane con lolio.

Ci siamo arrampicati tra i filari, a strappare qualche spiga allimprovviso abbiamo sentito lo scalpiccio di un cavallo: era il guardiano sul carro! Subito abbiamo mollato tutto e ci siamo nascosti dietro i cespugli di lillà. Per fortuna il guardiano non ci ha visti. Siamo tornati a casa a mani vuote. Solo allora ho notato che avevo perso la gonna! Dimagrita comero, tutta pelle e ossa, mi sarà scivolata via mentre cercavo di liberarmi dai covoni di grano!

Da disperazione sono scoppiata a piangere. Temevo che se avessero trovato la mia gonna, così riconoscibile in paese, mi avrebbero arrestata. I bambini si sono svegliati e in casa si piangeva in tre.

Giovanni, serio: Ora basta! A dormire, domattina vado io a riprenderla! E ha mantenuto la promessa: allalba ha trovato la gonna e me lha riportata. Mi ha salvato dalla prigione.

Da allora ho imparato a rispettare mio marito. Ho smesso di lamentarmi di lui e di giudicarlo.

E dopo? Che è successo? le chiedo io.

Dopo abbiamo tirato avanti come potevamo. Grazie al Cielo nessuno della nostra famiglia è morto di fame. Ma nel 41 è scoppiata la guerra e Giovanni è andato volontario al fronte. Io e Valeria siamo rimaste sole; i fascisti hanno occupato il nostro paese E loro, violenti comerano, prima ci hanno incendiato la casa, poi Valeria non ha resistito agli orrori, ed è morta. Io, incinta, ho perso il bambino per il troppo dolore. Era un maschietto

Qui la voce di Lidia si spezza, le lacrime la scuotono. Mi sono avvicinata al suo letto e lho abbracciata. Siamo rimaste così per non so quanto tempo, in silenzio, stringendoci luna allaltra.

Quando il sole ha fatto capolino, lei mi ha detto piano: Nel 43 mi hanno spedito un telegramma: Giovanni disperso, probabilmente morto. Non sono mai riuscita a scoprire dove sia sepolto. Dopo la guerra ho girato tutta la Lombardia a lavorare in scuole di paese, dormivo dove capitava. Poi con la pensione mia nipote mi ha portata a vivere con lei in città, in un appartamento piccolissimo. In ospedale vengo ogni tanto, mi rimettono in forze e almeno non stresso troppo la povera Tamara lei va matta per il cioccolato e io glielo compro ogni mese; ride come una bambina, come se fosse il regalo più bello del mondo!

Io la guardavo, sorpresa: quanta forza danimo e generosità in quella piccola donna! Ha sofferto tanto, eppure non si è mai indurita anzi, aiuta sempre gli altri. Se glielo dicessi, non mi capirebbe! Io invece sempre a borbottare, eppure ho tutto: un marito che mi ama, la famiglia intorno.

Col tempo ho iniziato a stare meglio, il dolore è sparito e poco dopo, proprio come un piccolo miracolo, è nato il nostro primo figlio, Michele, seguito dopo quattro anni da una splendida bambina che abbiamo chiamato Lidia, come lei.

Da quel momento qualcosa è cambiato: finalmente vedevo anche io quanto Riccardo fosse una persona buona, intelligente, gentile capace di tutto per noi. Ho dovuto correggere me stessa, smussare le mie pretese. E quando mi capita ancora di arrabbiarmi con lui, mi ricordo la storia delle spighe di nonna Lidia e di Riccardo che si occupava di me quando stavo male. E ti dico la verità: da quando ho imparato a dare una mano agli altri, sono anche diventata più felice.

A volte penso: non è che tutte quelle sofferenze mi sono venute proprio per il mio caratteraccio? Tu che dici?

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