Sposarsi con un invalido: Una storia d’amore, di coraggio e di nuove speranze per Luciana, infermier…

Sposarsi con un uomo segnato dalla sfortuna. Un racconto

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Mia figlia tornò tardi quella sera, dalla clinica dove lavorava come infermiera nel reparto di pronto soccorso. Si lavò a lungo, poi, ancora con la vestaglia addosso, entrò in cucina.

In padella ci sono delle polpette con un po di pasta le dissi, osservandola bene in volto, cercando di capire cosa non andasse Sei stanca, Caterina? Ti vedo di cattivo umore

Non ho fame, e già sono abbastanza brutta così, figurati se ingrasso: nemmeno lo sguardo mi darebbero rispose cupa, versandosi il tè.

Ma che dici! mi preoccupai subito Sei una bella ragazza tu! Occhi svegli, bocca e naso giusti, non dire sciocchezze, Caterina!

Ma se tutte le mie amiche sono già sposate e io no! Piaccio solo a tipi che non interessano a nessuno. I pochi che mi piacciono passano oltre, come se non esistessi. Che cosa cè che non va in me, mamma? mi guardava dal basso in cerca di una risposta.

Non hai ancora incontrato quello giusto, tutto qui. Arriverà il momento provai a rassicurarla, ma Caterina si agitò ancora di più.

Ecco, appunto! Si vede che i miei occhi sono piccoli. Ho le labbra sottili, il naso guarda che roba! Se avessimo soldi, la rifacevo la faccia; ma siamo poveri! Quindi ho deciso: sposerò qualcuno sfortunato, un uomo segnato dalla vita, ce ne sono tanti in clinica, ragazzi che dopo lincidente sono stati lasciati anche dalla fidanzata. Non posso aspettare allinfinito, ormai ho trentatré anni!

Su, non dire così, Caterina. Anche tuo padre ha problemi alle gambe e ho sempre sperato che almeno il genero desse una mano nellorto della casa di campagna. Sarebbe una grande mano, come viviamo sennò? mi sfuggì, ma subito cercai di rimediare,

Non fraintendermi, Caterina, ma non tutti vivono agiatamente; che te ne fai tu di un uomo segnato? Guarda il nostro vicino, Alessandro, è un bravo ragazzo, ti guarda da un pezzo, è robusto, sarebbero sani i vostri figli, e poi…

Ma mamma, per favore! Alessandro non si è mai tenuto un lavoro e ama bere un bicchiere in più. Di che dovrei parlare con uno così? Caterina sbottò.

Ma non importa parlare tanto, gli chiedo io di zappare lorto, poi a mangiare. O a far la spesa È volenteroso, forse vi trovereste bene suggerii con gentilezza, ma Caterina spostò la tazza e si alzò.

Vado a dormire, mamma. Credevo almeno tu mi vedessi come una persona, invece anche tu pensi che io sia un mostro

Ma Caterina, ti prego… tentai di fermarla, ma lei mi fece solo cenno con la mano, Basta così, mamma!

E mi chiuse la porta in faccia.

Quella notte lei restò sveglia a lungo, pensava a quel ragazzo che portarono poco tempo fa in clinica, a cui avevano dovuto amputare la gamba fino alla caviglia.

Gli era rimasta schiacciata da una lastra in una vecchia casa in demolizione. Casa che avrebbe dovuto evitare, ma si era infilato lì chissà perché; lhanno tirato fuori troppo tardi, la gamba non si è potuta salvare.

Nessuno era mai venuto a trovarlo, giovane comera, nemmeno trentanni.

Allinizio lui la guardava sempre, la prendeva per mano dopo loperazione, cercava i suoi occhi con lo sguardo implorante.

Poi, ripresosi, capì la condizione, e si perse a fissare il soffitto, cupo e in silenzio. Chissà perché mi faceva più pena di altri, forse perché era sempre solo.

Che dici, potrò camminare? mi chiese di recente, senza guardarmi, e Caterina rispose con voce sicura,

Certo che potrai, sei giovane, tutto si sistema!

Lo dite tutti, ma dovreste provarci voi senza una gamba, che vita sarebbe mai? si rabbuiò, rivolto al muro, come se avessi colpa io.

E perché, sei entrato là dentro? si arrabbiò allora Caterina Tutta colpa tua!

Ho visto ho pensato biascicò lui, e da quel giorno, ogni volta che lei entrava, si girava dallaltra parte.

Caterina studiava il suo viso: occhi chiari, freddi come il ghiaccio. Ma era bello, sì, peccato fosse successo tutto questo

Mi dispiaci, vero? un giorno colse il suo sguardo Lo vedo, tu provi pena; certo, a uno come me non resta che la pietà, nessuno può amarmi più così.

Nemmeno io sono amata, e pure gambe e braccia le ho, perché sono diversa, nessuno prova pena neppure per me. Meglio sarei senza una gamba, almeno qualcuno si commuoverebbe! sputò fuori Caterina, sentendosi così dispiaciuta da scoppiare a piangere.

E invece lui, Riccardo, le sorrise per la prima volta, guardandola negli occhi,

Ma sei matta? Tu, brutta?! Ma quando mai! Io penso che chi ti sposerà sarà da invidiare, ci credi?

Caterina lo fissava sbigottita e, non si sa come, ci credeva davvero. Allora le uscì di bocca quello che da tempo sentiva in gola:

E se scegliessi te, mi vorresti sposare? Non dici nulla? Allora menti, ho capito!

Caterina si alzò, rabbuiata, e si avviò alla porta.

Riccardo si tirò su, appoggiandosi sui gomiti, quasi volesse rincorrerla. Poi ricordò, dun tratto, che non poteva, e gridò dietro di lei,

Sposami Caterina! Ti giuro che fra poco nessuno si accorgerà della mia gamba. Farò di tutto per rimettermi. Non te ne andare, Caterina

Caterina si fermò in corridoio, vicina alle lacrime, eppure sentì, proprio in quel momento, che era lui.

Non importava il suo naso, i suoi occhi, e nemmeno la gamba mancante di lui, era solo destino, finalmente.

Il momento era arrivato, come sempre diceva la mamma

Riccardo affrontò la riabilitazione con una forza straordinaria. Ora aveva un obiettivo: voleva sposare quella meravigliosa ragazza, doveva rimettersi per il loro avvenire.

Voleva che Caterina non si sentisse più sola o inadeguata. Lei gli era indispensabile, avrebbe voluto solo lei accanto, giorno dopo giorno.

Ti sei finalmente innamorata, figlia mia? mi chiese sottovoce, notando quanto era cambiata Guarda come sei fiorita, e pensare che ti credevi brutta!

Caterina non negò nulla, svolazzava come una farfalla. Il suo più grande desiderio ora era vedere Riccardo camminare di nuovo bene, abituarsi alla protesi.

E cominciarono a passeggiare a lungo, prima nel cortile della clinica, poi fuori, tra le strade innevate e scintillanti di luci colorate del periodo natalizio.

Hanno già buttato giù la casa, guarda, era lì che mi ha travolto la lastra le fece vedere Riccardo un giorno.

E perché ci sei entrato? Cosa hai visto? Non me lhai mai detto si ricordò Caterina.

Riderai Ho visto un cagnolino randagio, magro, tutto nero a macchie bianche. Ho pensato che sarebbe morto di freddo, volevo portarlo a casa con me, almeno non sarei stato solo spiegò lui.

Guarda lì, quel cane magro ci osserva Però non si avvicina.

Ma è lui! Riccardo si illuminò, e il cane corse loro incontro, accompagnandoli a distanza fino a casa

E tu guarda che fortuna ha avuto Caterina: ha trovato un marito così bello, più giovane di lei, con la casa e senza suocera! scherzavano le amiche al suo matrimonio.

E io, la sua mamma, non potei trattenere qualche lacrima di gioia quando Riccardo iniziò a chiamarmi mamma.

Era cresciuto in orfanotrofio, senza una famiglia, ma era un giovane buono e sincero. Soprattutto, si amavano davvero: che la loro felicità duri a lungo!

Dellorto, poco importa: anche senza si può vivere, anche se Riccardo era diventato bravo anche in quello, e riusciva in tutto!

Ora Caterina, Riccardo e il cane, che hanno chiamato Peppino, vivono tutti insieme. E presto saranno in quattro: tra poco nascerà la loro bambina

Non bisogna disperarsi mai: si rischia di lasciarsi sfuggire la felicità, di non riconoscerla nemmeno.

Perché la vita è incredibile, nella sua imprevedibilitàE così ogni sera, quando il sole calava dietro le colline e la luce dorata accarezzava la piccola casa dove abitavano, Caterina usciva in giardino, seguita da Peppino che scodinzolava felice. Riccardo si appoggiava alla porta, la protesi ormai unestensione di sé, e sorrideva guardandola tra le ortensie in fiore.

Le paure e i dubbi sembravano svaniti, come le tracce leggere sui viali dopo un acquazzone estivo. La gente del paese, che tempo prima avrebbe bisbigliato parole di compassione, ora li salutava con ammirazionevedendo come la loro unione portava luce nella loro stessa esistenza.

Quando la bambina nacque, con grandi occhi vigili e il sorriso furbo che somigliava a entrambi, per Caterina tutto acquisì uno straordinario senso di compiutezza. Si chiese come avesse potuto credere di essere sbagliata o sola, quando la felicitàla suaera stata sempre lì, appena oltre il coraggio di non arrendersi.

Fu Riccardo, una sera, a prendere la sua mano e portarla nel giardino illuminato dalle lucciole.

Se non fossi mai entrato in quella casa abbandonata, se non avessi perso la gamba, non ti avrei mai incontrata le sussurrò. A volte il destino sembra crudele, ma forse era solo il suo modo per regalarci tutto questo.

E Caterina, stringendo la mano di Riccardo tra le sue, guardò la bambina che dormiva serena nella culla vicino a Peppino, e pensò che, davvero, la fortuna non è mai dove si immagina. È nascosta nelle ferite, nei passi incerti, nei giorni di pioggia. E che, a volte, solo chi non si arrende alle proprie fragilità può riconoscere quando la felicità bussa finalmente alla porta.

La vita continuava, con i suoi imprevisti e le sue svolte. Ma, qualunque cosa accadesse, Caterina e Riccardo lo sapevano: quando il cuore trova un altro cuore che risponde, nemmeno la sfortuna osa più bussare.

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