Squillò il telefono. La voce dall’altra parte disse: “Il marito della signora ha avuto un incidente. Ma non è tutto…

Il telefono squillò. Una voce dalaltra parte, fredda e burocratica, disse: «Signora, suo marito ha avuto un incidente. Ma non è tutto». Sentii il sangue gelarsi nelle vene. Prima ancora di chiedere cosa volesse dire, udii: «Deve venire subito allospedale. È cosciente, ma era con unaltra donna».

Uscì di corsa di casa senza cappotto, in infradito, con le chiavi in una mano e il cellulare nellaltra. Sulla strada afferrai il primo taxi che passò. Il tassista mi guardò come se avessi perso il senno. Nella testa solo una domanda: chi era quellaltra donna? Marco, il mio marito, era appena tornato da una trasferta, o almeno così diceva.

Allospedale mi portarono alla zona accoglienza. Linfermiera mi lanciò uno sguardo che sembrava uscito da un film: compassione, confusione e il desiderio di concludere in fretta la conversazione. «Il signor Bianchi è stato coinvolto in un incidente stradale. Nessuna frattura grave, ma ha subito un forte trauma cranico. È in osservazione. La donna era con lui in macchina. È morta sul colpo».

Non capivo. Che donna? Unamica del lavoro? Una viaggiatrice? Ma Marco non si fermava mai per sconosciuti. Non parlava con persone che non conosceva.

Entrai nella stanza. Il marito giaceva con una fasciatura sulla fronte, il viso graffiato, sotto la flebo. Quando mi vide, distolse lo sguardo. «Ciao», sussurrò. E allora il mio cuore andò in frantumi. «Chi era lei? Unamica?», chiesi. Lui tacque un attimo, poi rispose: «Non è il momento». Ma io lo sapevo già.

Il giorno dopo, al momento della dimissione, Marco mi rivelò la verità. «Era Ginevra. Ci conoscevamo da un anno. Doveva tornare a suo marito, ma voleva salutarmi. Lho accompagnata a casa. Andammo troppo veloci, siamo usciti di strada». Disse con la stessa calma con cui qualcuno commenta il tempo. Poi aggiunse: «Non volevo che lo sapessi così».

Ritornai a casa con un vuoto dentro. Lappartamento era identico: la tazzina di caffè sul tavolo, le ciabatte sotto il termosifone. Ma nulla era più lo stesso. Marco cercava di far finta che tutto si sistemasse, che la vita «si rimettesse a posto». Io non riuscivo a dormire nello stesso letto, né a respirare lo stesso aria.

Ginevra aveva trentanove anni, due figli. Lho scoperto su internet. Il suo marito era stato al telegiornale locale, a dire che non capiva cosa fosse successo, che Ginevra era felice, che avevano programmato una vacanza. Guardavo lo schermo e sentivo di dover essere lì, io, che non sapevo nulla.

Mi chiusi in me stessa. Non mangiavo, non rispondevo al telefono. La mia figlia venne a trovarmi e mi disse: «Mamma, devi fare qualcosa». Ma cosa? Mi aveva tradito, si era innamorato, e per caso aveva ucciso la donna che amava. E adesso?

Dopo due settimane Marco ricominciò a parlare di «salvare il matrimonio». Non era più una chiacchierata di coppia, era un monologo di un uomo senza uscita. Non piangeva per Ginevra, non la menzionava, sembrava volerla cancellare. Io mi sentivo come se una parte di me fosse morta, quella che gli aveva creduto.

Alla fine feci la valigia e andai da mia sorella. Le dissi solo: «Non so quanto, ma non voglio più essere lo sfondo delle sue bugie». Marco rimase solo. Continuava a chiamare, a mandare messaggi, una volta mi portò anche un mazzo di fiori. Ma io non ero più la stessa donna.

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