Stai attento a quello che dici! Mio figlio ti sbatterà fuori! Non mi importa di chi sia questo appartamento!” urlò la suocera.

Una parola fuori posto e mio figlio ti butta fuori dalla porta! Non mi importa di chi è lappartamento! urlò la suocera.

Ginevra mise la colazione sul tavolo davanti a Luca e di soprassalto guardò lorologio. Erano le sette e cinque. Luca masticava lentamente le uova strapazzate, lanciando occhiate sporadiche alla moglie.

Non so come fai, ma io sono entusiasta dellarrivo della mamma, disse Luca sorseggiando il caffè. Viene dal paese, laria di campagna le farà bene.

Ginevra sorrise forzatamente, ma rimase in silenzio. «La settimana» di Grazia Serafina si era già allungata a venti giorni, e non si intravedeva la fine della sua visita.

Luca, non mi hai detto quando la mamma pensa di tornare? chiese Ginevra con la massima delicatezza.

Luca posò la forchetta e sospirò:

Ti prego, non cominciare. È venuta a riposarsi. In paese è difficile stare da sola.

Capisco, ma

Un fragore proveniente dalla cucina interruppe la discussione. Grazia Serafina si era appena svegliata e si era lanciata nella routine mattutina: scaricare i piatti e preparare la polenta. Ginevra chiuse gli occhi. Ogni mattina, lo stesso copione.

Buongiorno, giovani! proclamò la suocera, comparendo sulla soglia. Che cosa state mangiando di soppiatto? E a me?

Mamma, lho preso da solo, spiegò Luca. Ginevra deve andare al lavoro.

Ah, certo, il lavoro di lei, arrossì Grazia. Ma chi pulisce la casa? In paese le donne fanno di tutto: danno da mangiare al bestiame, vanno al campo, si prendono cura del marito.

Ginevra strinse i pugni sotto il tavolo. Quella litanìa laveva sentita almeno venti volte. Ogni giorno la suocera trovava un motivo per ricordarle che le donne di città sono pigre e viziata.

Grazia Serafina, ho davvero fretta, disse Ginevra, guardando lorologio. Alle nove ho una riunione.

Ah, una riunione! Stai lì sulla sedia tutto il giorno a spostare fogli. Non è lavoro!

Luca si limitò a ingoiare il cibo, cercando di non intromettersi, come al solito.

Tornata dal lavoro, Ginevra trovò il suo trousse sullangolino del tavolino. Il contenuto era disposto ordinatamente, come in una vetrina.

Grazia Serafina, ha preso il mio trousse? chiese Ginevra, cercando di mantenere la calma.

E che cè di male? rispose la suocera, davanti alla televisione a volume massimo. Ti guardo con quel cosmetico da città. Quando avevo la tua età il viso era già colorito senza queste bottigliette!

Ginevra raccolse in silenzio le sue cose e si diresse verso il bagno. Non era la prima volta che la suocera frugava tra i suoi oggetti. La settimana precedente, Grazia aveva rovesciato tutti gli armadi per mettere ordine, lasciando Ginevra due giorni senza i documenti necessari.

Dopo cena, mentre i piatti si accumulavano nel lavandino (Grazia li lava solo la domenica), la suocera accese un piccolo radiò e cantò Oh, fiorisce il biancospino. La sua voce riecheggiava per lintero palazzo.

Grazia Serafina, potrebbe abbassare il volume? chiese Ginevra. I vicini si lamentano.

Vicini? sbuffò la suocera. In paese cantiamo fino allalba e nessuno si lamenta!

Noi viviamo in un condominio, ricordò Ginevra. Qui le regole sono diverse.

Regole, regole brontolò Grazia, spegnendo il radio. Siete tutti strani in città.

Quando Luca tornò dal lavoro, Ginevra cercò di parlare con lui in privato.

Luca, potresti parlare con tua madre? sussurrò, quando si trovarono da soli nella camera da letto. Le spiegherai che il nostro appartamento è piccolo, i muri sottili

Cosa le devo dire? sbuffò Luca. La mamma è la mamma. Ha 65 anni. Non la devo crescere.

Non parlo di crescere, sospirò Ginevra. Solo di rispetto reciproco.

Va bene, non esagerare, scrollò le spalle Luca. Abbi pazienza, non è per sempre.

Passavano i giorni e Grazia Serafina non sembrava intenzionata a tornare al paesino. Al contrario, si sistemava sempre meglio nellappartamento cittadino.

Un pomeriggio, Ginevra rientrò dal lavoro e trovò il frigorifero gelato; tutte le finestre erano spalancate, nonostante fuori fossero -15°C.

Grazia Serafina, perché ha aperto le finestre? Fa freddo fuori! esclamò Ginevra, chiudendole in fretta.

Arieggio! rispose fiera la suocera. Laria in città è soffocante, al campo è più pulita.

Ma i termosifoni non reggono questo gelo, paghiamo il riscaldamento

Oh, ancora il denaro! sbuffò Grazia. I cittadini pensano solo ai soldi.

Entro la terza settimana Ginevra si sentiva ospite nella sua stessa casa. Grazia aveva riorganizzato il letto come si deve, spostato i piatti nei pensili in modo intelligente, persino cambiato i canali TV affinché passassero programmi normali.

A pranzo, la suocera criticava sempre il cibo di Ginevra.

Non è una minestra, è acqua colorata, lamentava Grazia, assaggiando la zuppa. Al paese la minestra è così densa che una forchetta non la affonda! E le patate sono poco cotte, la carne quasi inesistente.

Se vuole, può cucinare lei, sbottò Ginevra.

E come la cucinerò! ribatté la suocera. Ti farò vedere come si fa!

Il giorno dopo, Grazia preparò davvero la cena. La cucina sembrava un campo di battaglia: superfici ricoperte di grasso, montagne di piatti sporchi, il pavimento scivoloso per lolio versato.

Ecco la vera cucina! annunciò e mise in tavola una pentola enorme di qualcosa che somigliava a un ragù.

Il cibo era buono, ma Ginevra non poteva smettere di pensare alla pulizia che lattendeva.

Mamma, lava i piatti? chiese Luca cautamente.

I piatti? alzò le sopracciglia Grazia. Al paese gli uomini non lavano i piatti, è lavoro da donne.

Ma tu li hai cucinati, ricordò Luca.

Ho fatto la cosa più importante: ho nutrito la famiglia! I piatti possono aspettare fino alla domenica. Ho le mie regole.

Luca lanciò unocchiata colpevole a Ginevra e si diresse verso il televisore per la partita.

Verso la fine del mese la pazienza di Ginevra era al limite. Dormiva poco, la suocera russava così forte che le pareti tremavano, la mattina si lamentava che i giovani hanno sbattuto il letto tutta la notte.

In bagno, la suocera confondeva gli asciugamani con i panni da cucina, puliva il pavimento con la spugna del bagno. Il siero per il viso di Ginevra lo usava come rimedio per le crepe dei talloni: perché il bene non vada sprecato.

Quando Ginevra provò a parlare con Luca del suo nervosismo, lui si infuriò.

Sei sempre insoddisfatta! sbottò. La mamma fa come vuole, e tu ti lamenti sempre.

Sul serio? non poteva credere Ginevra. Lei non pulisce, sono io a pulire dopo di lei, e anche dopo di te.

Ecco, è ricominciato, sospirò Luca. Non riesci a stare senza lamentele.

Dopo quellaccesa discussione Ginevra decise di arrendersi. Prima o poi la suocera avrebbe dovuto tornare al paese, con la sua fattoria, il orto e le vicine. Ma le settimane passavano e Grazia sembrava intenzionata a stabilirsi in città per sempre.

Lultima goccia fu la questione delle tende. Ginevra aveva scelto il tessuto, ordinato la cucitura, speso quasi metà della sua borsa paga. Le nuove tende leggere illuminavano la stanza, rendendola più ariosa.

Quella sera Grazia preparava i ravioli. Ginevra lavorava a un progetto urgente quando sentì la porta spalancarsi.

Ginevra, non vedi se i ravioli sono pronti? Devo lavarmi le mani, gridò la suocera.

Ginevra entrò in cucina e vide Grazia strofinare le mani su quel velo di seta delle nuove tende, lasciando aloni di grasso sulla stoffa chiara.

Qualcosa dentro Ginevra si spezzò. Non alzò la voce, non agitò le braccia. Con tono calmo ma fermo dichiarò:

Grazia Serafina, queste sono nuove tende. Usa un tovagliolo per le mani.

Oh, è solo una macchia, sbuffò la suocera. Si lecerà!

Non è una questione di macchie, continuò Ginevra, sentendo crescere la determinazione. È rispetto. Sei qui da un mese e mezzo e non ti sei mai chiesta se possiamo spostare i mobili o toccare le mie cose.

Il viso di Grazia si fece rosso.

Cosa significa nella tua casa? incalzò la suocera. È la casa di mio figlio! Non sono unospite!

È la nostra casa, spiegò paziente Ginevra. E vorrei che rispettassi il nostro spazio.

Grazia, furiosa, sbatté il mestolo sul tavolo:

Una parola fuori posto e il mio figlio ti butta fuori dalla porta! Non mi importa di chi è lappartamento!

La cucina cadde in un silenzio rinfrescante. Le parole di Grazia aleggiavano pesanti come nuvole. Ginevra la guardò, e dentro di lei scattò una scintilla, come un interruttore.

Non urlò, non piangeva, non sbatté porte. Si limitò a rimanere in silenzio.

Girò sui tacchi, aprì larmadio e tirò fuori la valigia di Grazia quella stessa con cui era arrivata per una settimana. La aprì delicatamente, posò la valigia sul letto.

Grazia comparve nella porta della camera, sorpresa, poi sfiduciata, infine furiosa.

Che stai facendo?! sbottò.

Ginevra non rispose. Continuò a sistemare vestiti, maglioni, gonne, biancheria, piegandoli con cura, quasi con rispetto.

Chiamo Luca! minacciò la suocera, tirando fuori il cellulare. Ti farà vedere!

Ginevra annuì silenziosamente, come per confermare lidea. Raccolse poi shampoo, sapone, spazzolino, tutti gli oggetti di igiene di Grazia, e li sistemò nella valigia.

Pronto, Luca! urlò Grazia al telefono. Tua moglie è impazzita! Raccoglie le mie cose!

Luca non rispose, ma dal suo volto si leggeva che non correva in suo aiuto.

Finita la valigia, Ginevra la chiuse e la posò nellatrio. Aprì lapp di un servizio taxi e prenotò una corsa. Il viaggio verso il paese di Grazia era di circa quarantacinque chilometri, non così lontano.

Il taxi arriverà tra quindici minuti, disse Ginevra, per la prima volta rivolgendosi direttamente alla suocera. Ho pagato il viaggio fino a casa sua.

Grazia rimase a bocca aperta, incapace di reagire. Nel suo villaggio nessuno oserebbe gridarle così, figuriamoci cacciarla fuori.

Non hai diritto a farlo! strillò. Qui non cè riscaldamento!

Ha una vicina, Zaira Pina, rispose Ginevra con calma. Lei si occupa della casa, probabilmente riscalda regolarmente.

Zaira, la vicina, era la padrona di una capra e di un gallo, ma gestiva lorto del paese.

Il telefono di Grazia squillò di nuovo.

Figlio mio! la sua voce divenne improvvisamente supplichevole. Questa donna mi sta cacciando! Torna subito!

Ginevra sapeva che Luca non sarebbe arrivato. Lui evitava i conflitti, preferiva nascondersi dietro il giornale o il cellulare.

Quindici minuti dopo, il taxi si fermò davanti al palazzo. Ginevra sollevò la valigia pesante ma gestibile e si diresse verso luscita.

Se ne va? chiese, guardando la suocera che stava sul corridoio a mani incrociate.

Grazia la fissò con diffidenza.

Pensi che me ne vada così? sfidò.

Può restare, disse Ginevra, alzando le spalle. Altrimenti chiamerò la polizia di quartiere. È il mio appartamento, ho i documenti. Decida.

Qualcosa nella voce di Ginevra convinse Grazia a credere nella serietà della nuora. Con unespressione ferita, prese il suo cappotto e si diresse verso le scale.

Scendendo al piano terra, posò la valigia vicino al taxi. Lautista aprì il bagagliaio e la aiutò a caricare.

Mi sta cacciando! Fa qualcosa! gridò Grazia al telefono, fissando Ginevra con odio.

Luca rimase in silenzio. Come sempre, non intervenne.

Il taxi si allontanò, scomparendo dietro langolo. Ginevra chiuse la porta dellappartamento, si appoggiò al telaio e respirò un profondo sospiro di sollievo. Il silenzio la avvolse come una coperta di velluto in una fredda sera dinverno. Per la prima volta dopo settimane, poteva stare lì, guardare lorologio e ascoltare il ticchettio della cucina.

Lava le mani al lavandino, asciugandole con un panno, non con le tende. Guardò lorologio: erano quasi le otto di sera, Luca sarebbe tornato presto.

Non preparò la cena. Si versò una tazza di tè e si sedette alla finestra. I pensieri scorrevano tranquilli, senza fretta. Stranamente, non provava più rabbia, solo un senso di leggerezCon un sorriso sereno, Ginevra posò la tazza sul davanzale, sapendo di aver finalmente riacquistato la pace nel suo piccolo regno di mattoni.

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