«Non ti preoccupare, mamma! Non le arriverà neanche un centesimo», ha sbottato il marito, ignaro che la moglie lo stesse ascoltando di nascosto.
Marina stava tornando a casa, sfinita. Era una serata di fine autunno, feriale, umida. Dentro le borse: pane, latte, una confezione di farro, mele. Nel vano scala, come al solito, cera lodore di muffa misto a quello dei cavoli bolliti, e la lampadina al secondo piano tremolava a ritmo nervoso, quasi fosse un segnale dallarme.
Salendo al terzo piano, quasi meccanicamente si è avvicinata al corrimano, quando ha notato la porta dellappartamento di sua suocera, al secondo, socchiusa. In quellattimo ha udito la voce di suo marito, Andrea, provenire dallinterno.
«Stai tranquilla, mamma. È già tutto sistemato. Lappartamento è mio per il patto prematrimoniale. Lei non si accorgerà nemmeno fino a quando non sarà rimasta a zero. La firma sembra autentica».
Marina si è fermata di colpo, il cuore le è affondato nella scarpa.
«Esatto, figliolo», ha risposto la suocera, Luisa. «Non ti è stato lasciato erede, perché allora lei non dovrebbe prenderla. È solo un fastidio temporaneo».
Marina si è appoggiata al muro, stringendo i manici delle buste come se volesse ancorarsi alla realtà. Senza fare rumore, è salita piano, quasi unombra. Ha chiuso la porta dietro di sé, ha posato le borse sul tavolo della cucina. Una borsa si è strappata, il pane è caduto leggermente, le mele hanno rotolato sul pavimento; non ha nemmeno cercato di prenderle. Si è seduta sullo sgabello accanto al termosifone, fissando il vuoto.
Le parole dellappartamento di sotto le rimbombavano in testa come un martello: «Non se ne accorgerà La firma sembra autentica».
Stupido. Davvero credeva che non lavrebbe scoperta?
Eppure tutto era cominciato con quella comodità. Sei anni fa, mentre sceglievano lappartamento, Andrea parlava con sicurezza, come avesse già deciso.
«Lappartamento di tua madre è un piano più in basso, è un vantaggio! Sarà lì pronta ad aiutare, a tenere docchio le cose. Salderemo il mutuo più in fretta. Ha senso, vero, Marina?».
Lui lo chiamava sostegno familiare.
Marina annuiva, non sapeva come contraddirlo e non voleva farlo. Limportante era avere un proprio nido, qualcosa di proprio, anche se con un mutuo: almeno non sarebbe stato un affitto con regole altrui.
Mettono lappartamento a nome di entrambi. Poi arrivano i fogli.
«Firma qui», lasciava Andrea un foglio sul tavolo della cucina vicino al suo caffè. «È solo burocrazia, la banca lo richiede». O «Gli avvocati dicono che serve per lassicurazione, è solo una formalità».
Marina firmava, non per ingenuità, ma perché si fidava di lui. Chi controlla le formalità con la persona con cui si condivide il letto, il conto e la vita?
Luisa, la suocera, non nascondeva mai il suo disappunto:
«Sei fredda, senza tenerezza, senza sorriso. Con te tutto è programmato. Non sei una donna, sei un audit in gonna».
Marina non si offendè, rimaneva in silenzio. Solo quando Andrea era via per lavoro o per la palestra si concedeva un respiro profondo, come se scalasse una montagna.
Luisa si intrometteva in tutto: tende, piatti, la frequenza dei cene di coppia, persino la zuppa.
«Non è salata. Sai davvero cucinare?».
Marina non trovava la risposta pronta; faceva semplicemente il suo dovere: bucato, bollette, pulizie del sabato, dividere i panni per colore. Viveva secondo quelle regole, che credeva fossero condivise, ma erano solo le regole di qualcun altro.
E ora tutte quelle tecnicalità, quei piccoli fogli firmati senza pensarci, erano diventate un’arma contro di lei, con la sua stessa firma.
Ha guardato una mela che era scivolata sotto il frigorifero e, per la prima volta, ha pensato:
«Forse non ho davvero vissuto, ma solo esistito sulla carta».
Non ha detto nulla, né quella sera né a colazione né al caffè del giorno dopo. Tutto era lo stesso: Andrea affrettava la colazione, si lamentava del traffico, le dava un bacio sulla guancia e sbatté la porta quando usciva. Solo che ora non lo osservava più mentre se ne andava.
Quando lui è uscito, Marina ha aperto il cassetto più basso della sua scrivania. Il fascicolo di documenti era lì, come al solito, disordinato. Ha sfogliato con le dita tremanti e ha trovato il Patto Prematrimoniale.
Dentro cerano i loro nomi e la clausola che lappartamento sarebbe passato a lui in caso di separazione, firmato un mese prima del matrimonio. La sua firma. Quasi.
Lha fissato a lungo. Era quasi la sua firma, ma non proprio. Non aveva mai scritto la M in quel modo.
Due ore dopo, al bar vicino alla finestra, ha incontrato la sua amica delluniversità di giurisprudenza, Licia.
«È una falsificazione», ha detto Licia dopo aver dato unocchiata ai file. «Ci serve unanalisi della grafologia. Nel frattempo, silenzio. Non fargli capire che sei al corrente».
Quella sera Marina ha messo un piccolo registratore nella hall, sotto il comodino, e ha fotografato la firma confrontandola con quella sul passaporto.
Il giorno dopo ha registrato Andrea in bagno mentre diceva a sua madre:
«Tranquilla, mamma. Non ha ancora capito nulla».
Tre giorni sono passati. Marina ha continuato la routine: bucato, pulizie, scaffali pieni di generi. Ma ora contava i passi di Andrea, ascoltava il tono della sua voce, e si chiedeva come potesse sedersi accanto a lei e mentire così con calma.
Sabato ha preparato la ribollita, il suo piatto preferito, e una crostata di mele. Andrea è tornato a casa allegro, battendo le dita al ritmo della musica sul cellulare.
«Che profumo! Sono stremato, mangiamo?».
Hanno mangiato in silenzio. Marina era fredda, quasi di ghiaccio. Quando lui ha finito il secondo piatto, ha asciugato le mani e lo ha guardato dritto negli occhi.
«Ho sentito la tua conversazione con tua madre. Ho trovato il contratto. Non ti sei nemmeno preoccupato di falsare bene la mia firma».
Andrea è rimasto immobile, poi ha alzato un sorriso tagliente.
«Che sciocchezze! Come al solito inventi storie».
Marina ha tirato fuori la copia del documento dal cassetto e lha posta di fronte a lui. Poi ha fatto partire la registrazione, la sua voce chiara che diceva:
«Lappartamento è mio per il patto prematrimoniale».
Andrea è diventato pallido, poi si è arrossato.
«Tutto dipende da me! Tu non sei nulla! Non puoi dimostrare nulla. È già fatto. Se continui a creare problemi, sei fuori di casa con le ciabatte».
Marina si è alzata, calma.
«Grazie, Andrea. Mi hai appena aiutato a vincere la causa».
Il giorno dopo ha presentato i documenti. Licia ha curato tutto: la domanda di divorzio, la mozione per dichiarare nullo il patto, la richiesta di grafologia.
Gli esperti hanno confermato: la scrittura non era sua. Linclinazione, la pressione, la curva della r erano sbagliate. Anche le registrazioni audio, dove Andrea discuteva con la suocera come privarla di tutto, hanno confermato il suo intento. Licia ha sorriso:
«È pulito. Lo schema di cui era così fiero ora gli gira contro».
In aula Andrea era sguaiato, le labbra serrate. Accanto a lui la suocera, con la borsa stretta al petto, non di vergogna ma di delusione: non era riuscita a portare a termine il piano. Il giudice non ha perso tempo.
«Firma falsificata. Patto nullo. Audio conferma lintenzione. Lappartamento resta alla moglie. Il convenuto dovrà risarcire».
Dopo ludienza, Marina è uscita dal tribunale con la sentenza in mano, la carta sembrava quasi respirare. Andrea è passato senza incrociare lo sguardo, con Luisa al suo fianco.
«Non avresti dovuto ficcare lorecchio», ha mormorato. «Hai rovinato tutto».
Marina non ha risposto. È andata verso la fermata dellautobus, ferma, decisa.
Quando Andrea è finalmente uscito definitivamente, dopo due notti senza addii, lappartamento è diventato silenzioso. Nessun passo, nessuna voce della suocera al telefono, nessun cigolio di porta al mattino.
Una settimana dopo, Luisa ha suonato. Marina ha aperto senza guardare dal buco della porta.
«Non siamo nemici, vero? Siamo ancora famiglia», ha sussurrato, stringendo una scatola di crostate.
Marina ha chiuso la porta senza parole, non con durezza ma con calma.
Quel giorno ha tolto le tende scure, ha buttato via il servizio di porcellana di nozze, ha comprato un nuovo bollitore, ha tinteggiato le pareti della cucina di un colore chiaro. Ha posato il tappeto che sognava da tempo, anche se non combinava con il divano. Ha messo una pianta verde sul davanzale.
Ha fatto il tè, ha aperto la finestra e si è seduta al tavolo. Era il suo spazio, finalmente.
Un anno dopo, Marina è diventata senior analyst nella stessa azienda. Le hanno offerto una posizione di manager e, per la prima volta, ha pensato: sì, posso farcela.
Vive da sola, tranquilla, con viaggi, weekend senza fretta e corsi di ceramica il sabato. È lì che ha incontrato Giorgio, un istruttore vedovo, leggermente calvo, voce pacata e mani calde. Non rideva forte, ma la sua risata era contagiosa.
«Hai le mani di chi ha già lavorato con largilla», le ha detto una volta, osservandola modellare un vaso.
Hanno iniziato a frequentarsi, senza promesse, solo con calore.
Una sera, nella sua cucina illuminata, Marina ha sorseggiato il tè e ha sorriso.
«Ora lo so: qualunque cosa si celi dietro le pareti, la cosa più importante è che la tua vita abbia la tua voce».





