Mi ricordo come se fosse ieri, anche se sono passati ormai tanti anni. Stavo lavando i piatti nella cucina della nostra casa a Parma, quando Leonardo entrò di corsa. Non entrò: praticamente irruppe, con la faccia stravolta e i pugni serrati ai fianchi. Un tempo ero scattante, ma lì feci quasi cadere il piatto nellacqua saponata.
«Che succede, Leo?»
Lui gridò, senza nemmeno pensare: «Perché hai detto a mia madre delle nostre finanze?! A cosa pensavi?!»
Mi tolsi i guanti di gomma lentamente, uno dopo laltro, mettendoli sul bordo del lavandino, mentre il cuore mi batteva fortissimo in gola.
«Di che parli? Quali soldi?»
«Non fare finta di niente!» esclamò lui, muovendosi avanti e indietro nella cucina, la camicia che gli avevo stirato la mattina già tutta stropicciata. «Ho appena sentito mia madre al telefono. Dice che hai spostato i soldi che stavamo mettendo da parte per la macchina! Me lo spieghi?»
Spensi lacqua. Mi appoggiai al lavandino sentendo il sole caldo che entrava dalla finestra e il rumore distante dei bambini che giocavano fuori. Era una domenica come tante, pensavo giusto di attaccarmi a scegliere della nuova carta da parati e di spostare il comò vicino alla finestra. E invece.
«Leo, aspetta un attimo. Di quali soldi stai parlando?»
«Mamma dice che hai prelevato una cifra importante! Da dove vengono e dove sono andati?» urlava sempre più forte. Gli occhi di Leonardo erano duri, fermi su di me.
«Da quale conto, scusa?»
«Dal nostro conto, Sara!»
Sospirai e mi sedetti sullo sgabello. «Leo, ascoltami. Non ho mai prelevato nulla dal nostro conto. Te lo giuro.»
Lui mi guardò, rabbioso. «E allora? Cosa voleva dire mia madre?»
«Penso che tua madre abbia frainteso qualcosa. Forse non ha capito bene», risposi.
«Mia madre non si confonde mai! Ha visto lestratto conto!»
Ah, ecco cosera. «Hai fatto vedere lestratto conto a tua madre?»
Me ne pentii subito, perché so che è argomento delicato. La signora Rita ormai aveva preso labitudine di voler essere informata su ogni nostro movimento finanziario, e Leonardo lo riteneva del tutto normale: «È mamma, non è una sconosciuta», diceva sempre.
«Non davvero. Le ho solo raccontato qualcosa al telefono… a grandi linee.»
«A grandi linee.»
«Non svicolare, Sara! Come mai dal telefono di papà risultano dei bonifici fatti da te?»
A quel punto compresi tutto. Sospirai e mi sedetti bene. «Leo, siediti anche tu. Ti spiego tutto, ma con calma.»
Lui rimase in piedi.
«Va bene,» continuai, «senti qui. Papà il mese scorso ha comprato unutilitaria. Lo sai. Una vecchia Fiat Panda, da usare per andare allorto. Da solo non ci arrivava mai, il pullman non passa quasi più. Era senza macchina.»
Leonardo fece una smorfia. «E quindi?»
«Papà non sa utilizzare le app, sai comè abitudinario. La carta lo spaventa. Preferisce i contanti, per non farsi fregare. Ma chi vendeva lauto voleva per forza un bonifico. Così papà mi ha portato i contanti. Io li ho messi sulla mia carta e ho fatto il bonifico dal mio conto. Punto. Tutto qui. Nessun mistero.»
Leonardo taceva, con la fronte aggrottata.
«Erano soldi suoi, Leo. Non nostri. Mi ha dato in mano i contanti, io li ho trasferiti via bonifico. Nessun prelievo dal nostro fondo.»
«Perché non me lhai detto?»
«Perché sono cose di mio padre. Non devo venire a rendicontarti ogni movimento che riguarda lui, no?»
«Dovevi almeno avvisarmi che cerano entrate ed uscite che non erano nostre!»
«Era mio padre, Leo. Non uno sconosciuto.»
«Non importa! Che figura ci faccio io? Sono tuo marito o che altro?!»
La parola chi rimase lì, sospesa pesante nellaria della cucina. Lo guardai a lungo, negli occhi. Era ancora arrabbiato, ma ora sembrava più confuso che furioso, e io sentivo una stanchezza antica, non solo quella di giorno.
«Sei mio marito, Leo. Ma sei arrivato qui urlando, senza ascoltare nulla, solo perché così ha detto tua madre. E io, niente, devo giustificarmi.»
«Non urlavo», mormorò lui.
«Leo»
«Vabbè, forse ho alzato un po la voce»
«Hai urlato», lo interruppi, calma.
Si voltò e fissò il nostro vecchio frigo, dove ceravamo noi nelle foto al mare, giovani e sorridenti. Poi guardò fuori dalla finestra.
«Senti, mamma mi ha messo in agitazione…»
«Cosa ti ha detto esattamente?»
«Che hai fatto un bonifico. Non sapeva spiegare bene, ma…»
«Lei sa quanto è costata la macchina a papà?»
«Onestamente, non so.»
«Nemmeno io. Ma lei evidentemente lo sa, se ha fatto tutti questi conti.»
«Io solo volevo capire, Sara»
Mi alzai e andai verso la finestra. Fuori cera il gatto della vicina, seduto sul muretto al sole.
«Leo, ti devo dire una cosa chiara e ti prego di non offenderti.»
«Dimmi pure.»
«A me non piace che tua madre sappia più del necessario delle nostre cose. Capisco che ti fidi, è tua madre, ma noi siamo una coppia. E che lei ti chiami a riferire su ogni movimento su presunti trasferimenti, sugli scontrini della spesa non è normale.»
«È che non ti sta simpatica»
«Non è questione di simpatia, Leo.»
«Sì che lo è! Ogni volta che cè un problema, dai la colpa a mia madre!»
Chiusi un attimo gli occhi. «Tre anni fa tua madre ti chiamò dicendo che spendevo troppo per la spesa. Ti ricordi?»
«Può darsi»
«Prese da te gli scontrini e fece i conti. Poi venisti da me e mi chiedesti di risparmiare sulla spesa. Ti ricordi?»
«Voleva solo aiutare…»
«Non voleva aiutare. Voleva sapere. E poi, lanno dopo, quando tornai tardissimo dal lavoro per chiudere il bilancio trimestrale, tua madre ti chiamò insinuando con chi fossi così tardi. E tu, la prima volta nella vita, mi hai chiesto: Sara, sei sicura che eri in ufficio? Nessuna fiducia, solo dubbi, perché lha detto lei.»
«Ma io»
«E poi, cè stato pure quellepisodio con Marco, il vicino che mi aiutava a portare le borse. Tua madre ti disse che mi aveva visto con un uomo, e tu non mi parlasti per tre giorni. Tre, Leo. Per le borse del supermercato.»
«Non pensavo male di te»
«Sì che pensavi, solo che non me lo volevi dire», dissi piano, guardandolo dritto.
Lui rimase zitto, poi cambiò tono. «Sara, non voglio litigare. Ma questa non è la prima volta: appena ti parla mamma, io vengo da te. E ti accuso, invece di chiedere.»
«Lei non è cattiva. Ma il risultato è che tu non ti fidi di me. E io, dopo ventisei anni insieme, sinceramente non ce la faccio più.»
«Che devo fare? Non parlare più con lei?»
«No! Voglio solo che, prima di credere a quello che dice, tu chieda a me. Solo questo.»
Lo dissi senza pianti, senza gridare, ma la cucina mi sembrava lo stesso più pesante di sempre.
Leonardo rimase a guardarmi, passi lenti sul pavimento. «Non sapevo niente di tuo padre, lo giuro.»
«Bastava chiedere: Sara, cosè successo? Solo quello», risposi io.
«Ma tu sembri già colpevole, quando te lo chiedo.»
Tacque di nuovo. La cucina era silenziosa, solo il ronzio del frigorifero e un raggio di sole sul pavimento.
Io guardavo Leonardo, il mio Leo, col quale avevo cresciuto un figlio, visto passare inverni senza lavoro, traslochi, malattie. Sapevo come respirava, come beveva il caffè la mattina. Eppure eravamo qui.
«Vai via, Leo.»
Si scosse.
«Cosa?»
«Ti chiedo di uscire dalla cucina. Ho bisogno di stare sola.»
«Sara, dai…»
«Per favore.»
Si mosse lentamente e uscì, senza sbattere la porta. Sentii solo il suo passo lungo il corridoio, la porta del salotto che si chiudeva.
Ripresi a lavare i piatti, i movimenti meccanici. Guardai fuori dalla finestra: dovevo chiamare Claudia, la mia amica dai tempi delle superiori, la sola che ascolta senza dare consigli.
Oppure no. Forse meglio prendere la borsa ed uscire. Un po daria.
—
Mi preparai con calma. Presi un maglione, poi lo rimisi nellarmadio. Presi quello grigio, che a Claudia piace tanto. Dimenticai il caricabatterie in cucina; rimisi piede lì velocemente, senza voler incrociare Leonardo ma lui era in salotto, la TV accesa per un attimo, poi silenziosa.
Stavo uscendo quando lui mi fermò.
«Dove vai?»
«Da Claudia.»
«Perché?»
«Ne ho bisogno.»
Guardò la mia giacca, la borsa. «Sara, sei agitata, magari parliamone con calma.»
«Abbiamo già parlato.»
«No, dico, davvero.»
Lo guardai. In mano avevo la borsa, la giacca infilata a metà.
«Vuoi parlarmi col tono di prima, dopo avermi aggredita?»
«Non ti ho aggredita!»
«Leo.»
Lui si coprì la faccia stanca con la mano.
«Ok. Non andare, dai. Come i ragazzini, scappi via»
«Sì, come Simo, nostro figlio si chiudeva in bagno quando gli dicevamo qualcosa. Eppure è cresciuto bene.»
«Sara, stare lontano non cambia le cose»
«Forse no. Ma non posso restare qui oggi.»
«E io? Devo restare qui a rimuginare?»
«Fai quello che vuoi. Guarda la partita. Leo tu non ti fidi di me. Questo è ciò che mi fa veramente male, non le tue urla.»
Restò in silenzio.
«Torno stasera. O domani mattina, non lo so.»
Uscì piano. Non lo sentii più.
—
Dopo aver sbattuto piano la porta, Leonardo rimase nel corridoio, poi entrò in salotto per sedersi sul divano, inquieto.
Il telefono era sul tavolino, una notifica della madre: «Hai parlato? Fammi sapere.»
Lo prese in mano, restò lì a pensare a lungo.
Poi, improvvisamente, chiamò mio padre.
«Carlo? Ciao, sono Leo.»
«Eh, Leuccio! Tutto bene?»
«Carlo, la macchina che hai preso la settimana scorsa Era per te, vero?»
«Ma certo! Sai, questa Panda va che è un gioiellino. Tua moglie mi ha aiutato con il bonifico, io con i bancomat ci litigo ancora. Mi ha fatto proprio un gran piacere.»
Leonardo rimase zitto.
«Tutto ok?» domandò ancora papà.
«Tutto ok, grazie. Vengo a trovarti per il caffè, uno di questi giorni.»
Rimase fermo lì, la testa tra le mani: che stupido era stato. Aveva creduto a tutto quello che aveva detto la madre, senza chiedere niente a me. Poteva semplicemente chiedere, invece che urlare. Mi aveva fatto sentire sola, come già troppe volte.
Prese il telefono, chiamò la madre.
«Mamma, era papà di Sara che ha comprato lauto. I soldi erano suoi. Tutto a posto.»
La signora Rita fece silenzio. Poi disse: «Tu devi sapere cosa passa dai vostri conti»
«Mamma, smettila. Lascia che io e Sara ci arrangiamo. Capisci?»
Sul filo sentì il respiro pesante della madre, offesa. Ma ormai aveva deciso. Bastava. Troppi anni così.
Poi provò a chiamare me. Solo la segreteria.
Si avvicinò alla finestra. La città era silenziosa, le fronde dei tigli si muovevano appena. Fuori correva il cane del vicino, uno di quei bastardini dal pelo fulvo che fanno sempre tenerezza.
Indossò la giacca, chiuse la porta.
—
Claudia mi aprì e subito capì dal mio sguardo. «Entra, faccio bollire lacqua.»
Il suo appartamento era piccolo ma accogliente: tendine colorate, odore di biscotti alla vaniglia e il gatto Ernesto addormentato sulla mensola. Bevemmo il tè, in silenzio.
«Sono stanca, Claudia.» dissi infine.
«Si vede.»
«Non per la lite. È altro.»
«Cosa?»
Stringevo la tazza tra le mani. «Non si fida di me. Nemmeno dopo tutti questi anni, basta una parola di sua madre per farmi sentire tradita.»
«Forse è solo abituato ad ascoltarla, non è cattivo, Leo»
«Sì, ma è lui a scegliere ogni volta. Potrebbe chiedere a me. E invece no.»
Claudia non rispose.
«Non gli chiedo di non vedere la madre, ci mancherebbe. Voglio solo ordine. Solo sapere prima io se succede qualcosa che mi riguarda.»
«Gli hai detto tutto questo?»
«Certo. E sono venuta qui.»
Mi strinse la mano, versò altro tè. «Forse serviva. Almeno così capirà.»
«Io temo solo che cambi poco. Dirà che ha capito, chiederà scusa. Ma poi, alla prima chiamata della madre, tutto da capo.»
«Forse la gente cambia. Forse no…» sospirò Claudia.
Il gatto Ernesto si girò sullaltro fianco. Fuori passò una macchina.
Mi alzai. «Vado.»
«A casa?»
«Sì. Tanti impegni.»
«Ha chiamato?»
Sorrisi amaro, mostrando il cellulare: una chiamata persa, Leo.
—
Durante il viaggio in tram guardavo Parma scorrere: parchi, signore con le buste della spesa, bambini in bicicletta, un anziano che dava le briciole ai piccioni. Pensavo a mio padre: dovevo andare a trovarlo la prossima settimana, vedere come se la cavava con la Panda nuova.
Pensavo anche a Simone, mio figlio, che ora viveva a Bologna. Sentivo il bisogno di sentirlo più spesso ma era cresciuto bene, stava creando la sua famiglia.
Anche quelle pareti, la carta da paratimeglio beige o giallo chiaro? Forse beige.
Il tram si fermò al mio stop.
—
Trovai la porta di casa socchiusa, cosa insolita per Leonardo.
«Leo?» chiamai entrando.
«Sono io» rispose con voce bassa dal salotto.
Seduto sul divano, aveva preparato due tazze di caffè. Mi sedetti anchio, dallaltra parte.
Mi guardò.
«Ho parlato con tuo papà. È proprio una brava persona.»
«Sì.»
«Mi ha offerto pure i biscotti. Mi sa che stavolta glieli rubo, prima che li mangi tutti tu.»
Sorrisi per la prima volta.
«E tua madre?»
«Ho chiamato anche lei. Le ho detto che ora basta. Che ci arrangiamo noi.»
Lo guardai.
«Davvero?»
«Sì. Si è offesa, ma era ora che lo dicessi.»
Presi la tazza con calma. Lui si avvicinò un po, sembrava più stanco, più vero.
«Sara, scusami. Ho sbagliato, sono stato stupido.»
Annuii.
«Vuoi rifare il soggiorno? Parlavi di carta da parati Facciamo come vuoi tu. E magari il prossimo anno andiamo qualche giorno al mare, come desideravi.»
«Leo, non è quello che mi manca.»
«Lo so, è solo che non so come rimediare. Ho solo la testa confusa.»
«Mi basta la fiducia, Leo. Solo questa. E non è difficile, sai?»
«Mi fido di te.»
«Stamattina, però, hai creduto prima a tua madre.»
Si zittì.
«Non succederà più.»
«Non lo voglio come promessa, Leo. Vorrei che tu imparassi a chiedermi, anziché giudicare. La prossima volta, basta chiedere: Sara, è vero? E io ti rispondo.»
Ci pensò.
«Ci sto. Lo faccio.»
«Allora è un patto.»
Annuii: «Patto.»
Seduti lì, con tra noi la distanza di una tazzina mezza piena, sentivo il peso degli annile paure, gli errori, le molte cose dette e non dettema anche il fatto che lui cera, e io pure.
«Lei non smetterà, lo sai», mormorai. «Tua madre. Si offenderà e poi ricomincerà tutto.»
«Lo so. E questa volta sarò io a parlare con lei, chiaro e tondo.»
«Piangerà.»
«Sì, ma è giusto così.»
Sentivo che qualcosa era cambiato. Forse piano, non tutto in una volta. Ma era già diverso.
«La carta da parati. Forse beige. O gialla chiara.»
Un mezzo sorriso. «Domani andiamo a scegliere i campioni.»
Gli sorrisi anchio, debolmente. Restammo vicini, nel silenzio della cucina illuminata dalla luce tiepida della sera, mentre fuori Parma si calmava e già sapevamo che niente sarebbe stato facilema almeno stavamo cercando di capirci, finalmente.
«Leo?» dissi.
«Sì?»
«Fammi un po di caffè, caldo però.»
Lui si alzò, prese le tazze e andò in cucina. E io, guardando la sera fuori dalla finestra, pensai che la vita è fatta proprio così: stanca, imperfetta, piena di incomprensioni, ma sempre con qualcuno al tuo fianco.
Poi lui tornò, sedemmo insieme. Stavolta, le mani unite. E cera una specie di pace, in quel piccolo gesto, che mi sembrava valesse più di tutte le parole.
E la carta da parati la scelgemmo la domenica dopo.




