Stefano ha accolto un gatto randagio: dopo un mese, il suo appartamento sembrava un altro mondo!

Ciao, ti racconto una cosa che mi è successa a Milano, a ottobre, quando il tempo era davvero spietato. Fuori pioveva a dirotto, il vento sibilava tra i vicoli e io, Stefano Bianchi, ero seduto in cucina a fissare il vuoto. Da due anni la mia vita era una routine perfetta: sveglia alle sette, colazione alle otto, telegiornale alle nove. Tutto ordinato, i pantofole allineati alla porta, le tazze nello scaffale dritte come se fossero in fila per una foto. Da quando mia moglia, Lidia, è venuta a mancare, ho vissuto così, in silenzio.

Che bel panorama, mi sono detto a me stesso. A Lidia gli sarebbe piaciuto.

La sera, come al solito, sono andato al supermercato di zona a prendere del pane. Lì, davanti al portone della nostra palazzina, su una scaletta, cera un gatto. Un rosso striato, tutto pelato in parte, con un occhio che sembrava persa nelle nebbie. Tremava leggermente, non so se fosse per il freddo o per la paura.

Ehi, amico, gli ho parlato, sedendomi accanto a lui. Sembri un po scosso.

Il gatto mi ha guardato come a dire non è il momento di chiacchierare. Ho allungato la mano.

Vieni qui, gli ho detto.

Non è scappato. Ha permesso di toccarlo e, quasi a malincuore, ha iniziato a fare un flebile ron ron.

Sei un piccolo ghiacciolo, ho sorriso, scuotendo la testa.

Proprio in quel momento ho sentito dei passi sul marciapiede. Era la nostra vicina del terzo piano, la signora Giulia Cattaneo, che stava scendendo per portare fuori la spazzatura.

Stefano! Che cosa fai con quella bestiola? ha sbottato.

È gelato, poverino.

E con ragione! Non è il caso di portarlo dentro. Sparge pulci, malattie

Mi sono alzato, guardando prima Giulia e poi il gatto.

Andiamo dentro, è più caldo, ho sussurrato.

Sei pazzo! ha protestato la signora Cattaneo. Che sporco porti a casa!

Se muore qui, sarà più pulito, no?

Sono tornato a casa con il felino che mi seguiva piano, ma non mi abbandonava. Appena entrato, si è fermato alla soglia, annusando laria.

Non aver paura, entra, lho incoraggiato. Non è più la strada.

Lo ho subito portato al bagno. Un po dacqua tiepida e un po di shampoo, e il gatto ha chiuso gli occhi come se fosse in paradiso.

Poverino, ho mormorato guardando le cicatrici. Chi ti ha fatto questo?

Gli ho dato un po di salame e formaggio: è sparito in pochi minuti.

Ti chiamerò Ruggino, ho deciso. Ti sta bene così.

Lho messo su un vecchio asciugamano vicino al radiatore; si è rannicchiato e si è addormentato allistante. Ho pensato: Che faccio ora? Devo dargli da mangiare, portarlo dal veterinario.

Va bene, una notte, poi vedremo, mi sono detto.

La mattina mi sono svegliato nel caos: la cucina era un disastro, la caraffa rovesciata, la farina sparsa ovunque, la tazza in frantumi. E Ruggino, serio come sempre, leccava la zampa.

Che hai combinato?! ho esclamato.

Il gatto ha alzato la testa, guardandomi con indifferenza, come per dire buongiorno, tutto ok.

Basta, ho sospirato. Lo riporterò fuori. Non sono pronto per questo.

Mi sono ritrovato in mezzo a una cucina distrutta, con due anni di ordine perfetto ridotti a un vero e proprio fiasco. Ho preso Ruggino e, proprio alla porta, mi sono imbattuto di nuovo nella signora Giulia, che stava raccogliendo la spazzatura.

Guarda che casino, ha detto, osservando la scena. Ti avevo detto che sarebbe finita male!

Lui si è avvicinato al mio petto, iniziando a fare un ron ron più forte.

Non te lo porto via, ho detto, sorpreso.

Come? ha chiesto Giulia, confusa.

Lo tengo qui. Lo educerò.

Ti rovinerà la casa! ha protestato.

Che vuoi, non ho un palazzo, solo un appartamento.

Giulia ha sbattuto la porta, e io sono rimasto con Ruggino e una cucina da rimettere a posto.

Daccordo, amico, ho urlato, tirando fuori la scopa. Non farò più questi pasticci.

Ho pulito per mezzora, mentre Ruggino mi osservava come un giudice.

Vedi, così va la vita, dicevo a me stesso, spazzando. Tu sei solo spettatore, io sono il padrone di casa.

Il gatto ha miagolato, come per confermare.

A pranzo tutto brillava di nuovo. Ma appena mi sono seduto a tavola, Ruggino è saltato sul mobile e ha fatto cadere una pila di libri.

Ma sei matto! ho sbuffato.

La rabbia è svanita subito. Qualcosa dentro di me si è riacceso.

La sera sono andato al negozio di animali per comprare del cibo. La commessa, una ragazza con i capelli rossi, ha alzato un sopracciglio.

Avete un gatto nuovo?

Sì, credo di sì.

E a casa lo tenete, eh? Che storia!

Sono scioccato anchio, ho risposto ridendo.

A casa ho dato a Ruggino il cibo nuovo; lha mangiato con gusto.

Ti piace? gli ho chiesto.

Il gatto si è strofinato contro il mio piede.

Una settimana dopo la mia vita non era più quella di prima. Mi alzavo non più per la sveglia, ma per le escursioni di Ruggino sul tavolo. La sera non guardavo più il telegiornale, ma giocavo a tirare la corda con il gatto.

Lidia si sarebbe messa a ridere, pensavo. Che fine ha fatto il suo marito così ordinato.

Lappartamento è diventato un vero regno felino: una cuccia vicino alla finestra, un tiragraffi, ciotole ovunque. È sparita la silenziosa morte, al suo posto cè vita.

Giulia Cattaneo si presenta come un calendario: a volte con curiosità, a volte con domande assurde, ma sempre a fissare Ruggino.

Hai trasformato qui un zoo! sbuffa. Aspetta di vedere i scarafaggi.

Che scarafaggi? rispondo, ridendo. È più pulito di molti posti.

A volte sospira, scuote la testa e se ne va. Lappartamento ora ha un profumo di calore, non più di sterilità.

Tre settimane dopo, mentre dipingevo il termosifone su uno sgabello, Ruggino ha corso sotto la mano e ha sfregato la zampa nella vernice, lasciando tracce bianche dappertutto.

Che artista! ho riso, alzandolo.

Allimprovviso ha bussato la porta.

Che facciamo ora? ha chiesto Giulia, entrando di corsa.

Ruggino sta facendo arte, ho mostrato le macchie.

Caos! ha esclamato.

Dai, Giulia, è bellezza, non è vero?

La quarta settimana ho comprato un nuovo giocattolo per lui. La commessa del negozio ha sospirato.

Voi due vi siete davvero pamperati, eh?

Vale la pena, ho risposto, arrossendo.

Ruggino è tornato a casa, miagolando dolcemente.

Ti sono mancato? gli ho detto piano. Anchio a te.

Con il suo ritorno ho capito che quel piccolo felino rosso mi ha restituito la vita.

Un mese dopo, Giulia è tornata con una richiesta.

Posso scattare una foto? La mando alla nipote.

Certo.

Abbiamo scattato; Ruggino pose come un modello professionista, e Giulia ha riso come non lo faceva da anni.

Dopo che è uscita, ho pensato: Anche Giulia è cambiata, è più gentile. O forse solo io la vedo così.

Ma la mattina mi ha svegliato di nuovo il silenzio, quello inquietante.

Ruggino? ho chiamato, alzandomi di scatto.

Nessuna risposta, nessun passo sul tavolo. Ho cercato sotto il divano, nello armadio, dietro il frigo. Nulla.

Sul tavolo cera ancora la ciotola di cibo intatta. Il cuore mi si è stretto.

Non può essere, ho sussurrato, la voce tremante.

Ho perquisito tutta lappartamento più volte, senza tracce.

Allora mi è venuto in mente il balcone. Lho sbattuto, la persiana era aperta, sul pavimento cerano i frammenti di un vaso di terracotta.

Cristo santo ho pensato. Deve essere caduto!

Il quarto piano, sotto di me, era solo cemento.

Mi sono vestito in fretta e sono sceso in strada, cercando in ogni cespuglio, in ogni aiuola, sotto le auto, nei basement.

Ruggino! urlavo. Dove sei, piccolino?

Le persone mi guardavano con compassione.

Signore, che è successo? mi ha chiesto una giovane mamma con la carrozzina.

Il mio gatto è sparito ho abbassato la voce.

Forse sta solo girandosi, succede.

Non lo so, non lo trovo

Ho girato lintero quartiere, anche quello dei vicini, ma nessuna traccia.

Stanco, sono tornato a casa, seduto davanti alla ciotola vuota, il cuore a pezzi.

Allora hanno bussato. Era Giulia.

Stefano, hai gridato per tutto il cortile Che è successo?

È sparito, ho detto a mezza voce. Potrebbe essere caduto dal balcone, o aver scappato via.

Hai controllato ovunque? ha chiesto.

Sì, anche nei garage.

Forse qualcuno lha preso? Lo hanno adottato?

Questa idea mi ha colpito come un pugno.

Giulia, lho chiamata per nome per la prima volta, non riesco a pensare.

Non ti preoccupare, mi ha toccato la spalla. Ne troverà una via, è un gatto furbo.

Quella notte non ho chiuso occhio. Ascoltavo dietro la porta, sperando di sentire quel miagolio familiare, ma solo silenzio.

Al mattino sapevo di non poter vivere senza di lui. Un mese intero era passato, e Ruggino era ormai parte di me.

Il giorno dopo sono uscito per le vie, mostrando la foto del gatto ai passanti.

Lavete visto? Un rosso, con il petto bianco.

La gente scuoteva la testa. Il negoziante di animali mi ha offerto aiuto.

Metti un annuncio, lo stampiamo, lo mettiamo su internet.

Non ne capisco nulla, ho risposto.

Ci penso io! ha sorriso, prendendo la foto. Lo diffondo subito.

Così è comparso il messaggio: Smarrito: gatto rosso, nome Ruggino, via della Pace. Ricompensa garantita. Ma il cellulare è rimasto in silenzio.

Il terzo giorno, quasi rassegnato, bevevo il tè meccanico, cercando di tenere le mani occupate, quando ho sentito un suono famiglio: un miagolio flebile, lontano ma riconoscibile.

Ho saltato in piedi, corsi verso le scale:

Ruggino?!

Silenzio. Salivo al piano di sopra:

Ruggino! Sei qui?

E lì, tra la ringhiera di una finestra al secondo piano, lo ho visto: tremante, sporco, ma vivo.

Signore mio ho balbettato. Come sei finito lì?

Lo ho preso tra le braccia, lo ho scaldato. Il suo piccolo ron ron è stato appena un sussurro, ma è stato abbastanza per farsi andare le lacrime.

Stupido, perché mi hai fatto questo? ho sussurrato. Ma ti ho ritrovato.

Lho curato con latte tiepido e cibo leggero. Di sera era già più vigoroso, giocava con la zampa.

Ora è gennaio. Sono passati tre mesi da quando Ruggino è entrato nella mia vita, e un altro mese da quando è sparito e poi ritrovato. Sto alla finestra, con il sole che entra, e Ruggino è sdraiato sul davanzale, felice e grasso.

Che bel gufo, amico, lo sorrido. Sei diventato davvero casalingo.

Lui risponde con un ron ron, gli occhi chiusi.

Bussa di nuovo la porta. È Giulia.

Posso entrare? chiede, timida.

Vieni pure, Giulia.

Diventa quasi una visita regolare: porta tè, porta giochi per il gatto, persino un topo di lana fatto a mano.

Come sta il nostro re? accarezza Ruggino.

Come un sovrano, mangia, dorme, e a volte ci fa impazzire.

Non ti penti di averlo preso? domanda Giulia.

Mai, rispondo sinceramente. La casa è un caos creativo: giochi, ciotole, pelo sul tappeto. Non cè ordine, ma cè vita.

Forse dovrei prendere anchio un gattino? dice, ridendo.

Se lo fai, subito dal veterinario, con le vaccinazioni, ok?

Lo sai già, vero?

Sto imparando, le faccio locchiolino.

La sera siamo sul divano: io guardo la TV, Ruggino è sul mio grembo, si stira e si gira sulla schiena.

Ti ricordi quando volevo buttarti fuori? gli dico, grattandogli la pancia. Che stupido sono stato.

Fuori soffia il vento di gennaio, ma dentro cè calore. Guardo il gatto che dorme e capisco che, finalmente, sto davvero vivendo, non solo esistendo.

Domani mi sveglierà il suo sveglio con le orecchie aguzze: sarà il più bel risveglio del mondo.

Dormi, piccolo, gli sussurro.

E mi addormento al suo ron ron, la ninnananna più dolce che ci sia.

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