“Stracciona!” gridò il padre dello sposo davanti allufficio comunale. Non sapeva che suo figlio avrebbe ricordato quella parola per tutta la vita.
Nel corridoio del municipio odorava di lana bagnata, garofani e cera fresca per pavimenti. Lucia stava vicino alla finestra, stringendo la cartella con i documenti, e distinto nascondeva le dita nella manica del cappotto beige, dove il bordo era stato rammendato con un filo sottile.
Alessio aveva notato quella cucitura già a casa, mentre Lucia si abbottonava davanti allo specchio nellingresso stretto. Laveva vista e non aveva detto nulla, perché in quel rammendo cera tutto ciò che lei evitava di spiegare: non cerano abbastanza soldi per un cappotto nuovo, la madre era malata, la sorella minore studiava, e Lucia aveva imparato, prima di tutto, a riparare, poi a pensare a se stessa.
La porta sbatté.
Giulio Palmieri entrò con latteggiamento di chi deve sempre diventare il centro della stanza. Alto, con un cappotto blu scuro, un anello pesante alla mano destra. Scrollò la neve umida dal bavero, scrutò la futura nuora dalla testa ai piedi e fissò lo sguardo sulla manica.
Disse forte, quasi con sarcasmo, tanto che pure la signora del guardaroba alzò la testa:
“Stracciona!”
La parola si infranse sulle piastrelle, sul portaombrelli metallico, sul vetro della porta e restò sospesa nellaria, come il profumo di unestranea nellascensore appena vuotato. Lucia non mosse un muscolo. Solo strinse la cartella un po più forte.
Allinizio Alessio non capì nemmeno che lo avesse detto ad alta voce. Pensò che, come sempre, suo padre avesse borbottato qualcosa tra sé e sé. Ma la donna al guardaroba abbassò gli occhi. Limpiegata sfogliò il registro troppo velocemente. Allora fu chiaro: avevano sentito tutti.
“Papà,” disse Alessio, con voce più bassa del solito.
Giulio Palmieri gli rivolse uno sguardo come se si stupisse non della parola, ma del fatto che il figlio avesse osato parlare.
“Cosa cè, papà? Ho forse detto una bugia?”
Lucia girò la testa.
“Alessio, andiamo, ci stanno chiamando.”
Lo disse piano, senza tremolio, e forse proprio questo fu il peggio. Come se non si aspettasse difese. Come se sapesse già che avrebbe dovuto oltrepassare quella parola come una pozzanghera sui gradini di un portone.
Silvana, la madre di Alessio, si avvicinò di fretta al marito, gli sistemò il colletto come se il problema fosse quello, e sussurrò:
“Giulio, non è il momento.”
Lui fece spallucce.
“E quando, allora? Dovrei forse mentire?”
Alessio avrebbe voluto rispondere. Dire qualsiasi cosa. Prendere Lucia per mano e portarla via, voltarsi verso suo padre affinché non la guardasse più così, con quellaria di giudizio. Ma la cerimonia stava iniziando, le porte si spalancarono e Lucia fu la prima ad entrare.
Lui la seguì.
Ecco cosa gli rimase impresso per tutta la vita. Non tanto quella parola, quanto il fatto che lui semplicemente le andò dietro.
Nella sala cera caldo. I termosifoni soffiavano aria secca, i fiori profumavano troppo, e il tappeto bianco tra le sedie sembrava estraneo, come se fosse destinato a qualcun altro, a una coppia per cui tutto sarebbe andato diversamente.
Lucia stava dritta. Quando limpiegata pronunciava le frasi di rito, lei non guardava né Alessio né gli invitati. Fissava un punto poco sopra la spalla della donna con la cartella. Solo al momento della firma abbassò lo sguardo e fece un lieve gesto con la spalla, come se la manica si fosse nuovamente tirata.
Alessio firmò in fretta. La mano non tremò. Si disse che era un bene. Almeno non tradiva ciò che provava.
Ma dentro si sentiva vuoto.
Quando tutto finì, quando consegnarono il certificato e qualcuno applaudì, Giulio Palmieri si avvicinò per primo. Non a Lucia, ma al figlio.
“Auguri,” disse, dandogli una pacca sulla spalla. “Ora arrangiati.”
Alessio lo guardò e capì che suo padre considerava la questione chiusa. Detto e fatto. Il mondo non era crollato. La sposa non era scappata. La cerimonia non era stata annullata.
E questo era particolarmente pesante.
Solo un attimo dopo Giulio Palmieri porse la mano a Lucia, come se si fosse ricordato in quel momento della cortesia.
“Vivete, ragazzi.”
“Grazie,” rispose lei.
Né più, né meno.
Il pranzo fu anche peggio. Avevano scelto una trattoria economica, al piano terra di una casa antica, con una tovaglia sbiadita e insalate servite in pesanti ciotole di vetro. Qualcuno versava aranciata nelle caraffe, qualcun altro stappava bottiglie di gassosa, la zia di Lucia le sistemava il colletto del vestito, e Silvana cercava continuamente di chiacchierare con luna e laltra parte come se con la sua voce potesse sistemare ciò che era già accaduto.
Giulio Palmieri parlava molto. Di lavoro, di come oggi tutti si sposino in fretta, di come bisogna vivere con la testa e non solo con il cuore. Non chiamò mai Lucia per nome, quasi fosse qualcosa da guadagnare.
Alessio beveva acqua minerale e sentiva il tintinnio delle forchette sui piatti.
A un certo punto Giulio Palmieri sollevò il bicchiere.
“Alla coppia. Senza sciocchezze, senza offese inutili, senza false illusioni. Una famiglia è una questione di ruoli, ciascuno al suo posto.”
Lucia posò il tovagliolo sulle ginocchia, perfettamente piegato. Solo così Alessio si accorse che le dita erano diventate bianche.
“E se il posto non piace?” chiese piano.
A tavola calò il silenzio.
Giulio Palmieri sogghignò.
“Significa che non hai lavorato abbastanza per meritartelo.”
“O forse ti sei abituato troppo a dire agli altri dove devono stare,” replicò Alessio.
Silvana posò il bicchiere.
“Alessio…”
Ma lui non riusciva più a fermarsi. Troppo tardi per la scena del mattino, troppo tardi per tacere. Quella parola, lanciata davanti al municipio, era ancora lì tra loro, seduta tra una ciotola dinsalata e il piatto dellaringa.
Giulio Palmieri abbassò piano la mano.
“Parli con me?”
“Con te.”
Sotto il tavolo Lucia sfiorò il ginocchio di Alessio. Non strinse, non trattenne. Solo un tocco. E lui si fermò.
La serata si concluse comunque. E quando uscirono, con il freddo che pungeva la faccia e la neve azzurrina sotto i lampioni, Lucia gli domandò:
“Perché lhai detto proprio ora?”
“Quando avrei dovuto?”
“Allora.”
Non rispose.
Arrivarono alla fermata, salirono su un autobus quasi vuoto, e per tutto il viaggio Lucia guardò fuori, nello specchio scuro dove si riflettevano le sue guance e il colletto bianco. Alessio stringeva tra le mani la cartella rossa con il certificato. Langolo gli scavava la palma.
Per la prima volta, comprese che ci sono parole che un uomo non può mai togliersi di dosso, anche se non le ripete più.
Avevano trovato una stanza in affitto a marzo. Quarto piano di una vecchia casa, corridoio stretto, cucina condivisa con unaltra famiglia e una finestra che guardava la curva del tram. Il termosifone batteva di notte, il rubinetto perdeva, e il davanzale odorava di muffa e polvere, nonostante i tentativi di pulirlo.
Lucia disse:
“Pazienza. Almeno è nostra.”
Alessio annuì. Portava scatole, montava il letto, avvitava una mensola sopra il tavolo e si ripeteva che non avrebbe chiesto nulla a suo padre: né soldi, né mobili, né consigli.
E così fece.
Silvana veniva talvolta con una borsa di generi alimentari. Portava riso, mele, asciugamani orlati da lei, e guardava il figlio come se si scusasse per tutti.
“Giulio mi ha chiesto come state,” disse un giorno.
Alessio non si voltò nemmeno dalla cucina.
“E cosa gli hai risposto?”
“Che vivete.”
“Hai fatto bene.”
La madre eseguì qualche gesto solito, spostò una tazza di pochi centimetri sul tavolo e alla fine bisbigliò:
“Lui non sa fare diversamente.”
Lucia alzò la testa dal cucito:
“Ma noi sì.”
Dopo di allora Silvana non tornò più su certi argomenti davanti a Lucia.
Due anni dopo nacque Romano. Piccolo, biondo, con uno sguardo serio che faceva sorridere tutti, come se fosse già scontento del mondo. Alessio si alzava la notte, anche se al mattino lavorava, cambiava lacqua nel biberon, cullava il bambino e ascoltava il primo tram.
Lucia in quei mesi quasi non si lamentava. Solo una volta, quando Romano piangeva tutto il giorno e il riso traboccava sul fornello, si sedette sulla sedia e fissò a lungo lo strofinaccio bagnato.
Alessio si avvicinò.
“Dai a me.”
“Cosa?”
“Lo straccio.”
Glielo passò. E fu lui a pulire il fornello, lavare la pentola, e stare a lungo dietro al rubinetto che perdeva, anche se non era pratico.
Lucia lo osservava dalla porta.
“Non devi aggiustare tutto da solo,” gli disse.
“E chi, allora?”
“Puoi chiamare un idraulico.”
“Con che soldi?”
Sospirò.
“Non parlo dei soldi.”
Asciugò le mani. Si voltò.
“So cosa intendi.”
Non continuarono. Entrambi sapevano che non era questione di rubinetti, né di pentole, né di idraulici. Alessio, da quel giorno davanti al municipio, viveva come se ogni cosa in casa dovesse meritarsela da solo. Anche una sedia. Anche la culla del figlio. Anche il diritto di stare con Lucia.
Dopo una settimana Silvana tornò con la spesa. E con essa una copertina azzurra per bambini, nuova, legata con un nastro bianco.
“Lho comprata io,” disse subito, ancora in corridoio. “Non Giulio.”
Alessio guardò la coperta, il nodo, le sue mani nei guanti grigi, anche se era già aprile.
“Mamma, perché ti giustifichi?”
Si tolse un guanto, distese le dita.
“Perché così la prendi.”
La presero.
La copertina durò a lungo. Romano la trascinava per casa, ci dormiva di giorno, ci copriva lorsetto, costruiva tende. Lucia ne rammendava gli angoli con la stessa puntura fine con cui aveva cucito la manica del suo vecchio cappotto. E ogni volta Alessio vedeva il rammendo prima della stoffa stessa.
Quando Romano compì dieci anni, Giulio Palmieri si presentò con grandi scatole. Nel frattempo la giovane famiglia si era trasferita in un bilocale ai margini della città. Casa nuova, lingresso odorava ancora di pittura e dalle finestre di cucina si vedevano campi che avevano promesso di trasformare in un parco.
Lucia preparava una torta di mele. Romano era per terra a costruire con i mattoncini, Alessio riparava lo sportello dellarmadio. Era una giornata qualunque. Fino al citofono.
Giulio Palmieri entrò senza togliersi il cappotto, posò le scatole e disse:
“Dovè il festeggiato?”
Romano si alzò con esitazione. Vedeva il nonno di rado e con una certa diffidenza, come chi di una persona non sente parlare male, ma nemmeno trovare affetto.
“Salve,” disse il bambino.
“Ciao. Questo è per te.”
Nella prima scatola: un orologio pesante, lucido, sicuramente troppo da adulto. Nella seconda: uno zaino costoso. Nella terza: una tuta sportiva con bande colorate.
Lucia si pulì le mani.
“Giulio Palmieri, è troppo.”
“Ma va bene così. Un ragazzo deve sembrare un ragazzo, non ” Si fermò un attimo, lanciò a Lucia uno sguardo e concluse: “Non a caso.”
Alessio posò con calma il cacciavite sul davanzale.
“Perché sei venuto?”
“Dal nipote.”
“Con i regali o dal nipote?”
Giulio Palmieri lo fissò.
“Per te non è la stessa cosa?”
Romano toccava la scatola dellorologio senza aprirla. Sembrava temere di sbagliare qualche gesto.
Lucia disse, dolce:
“Romano, ringrazia il nonno.”
“Grazie,” mormorò il bambino.
E non indossò mai lorologio.
Rimase nella scatola per quasi un anno. Un giorno Alessio la trovò cercando i guanti invernali e la tenne a lungo tra le mani, poi la ripose.
Di tanto in tanto Giulio Palmieri telefonava. Chiedeva della scuola, dello sport, di quale fosse il talento del nipote. Ma in ogni chiamata era chiaro: misurava la vicinanza in valore di cose regalate, non nel tempo passato. Come se bastasse mettere sul tavolo una scatola costosa e il passato sarebbe svanito.
Non svaniva.
Silvana più spesso veniva a trovarli. Si sedeva in cucina, piegava i tovaglioli quadrati, sorseggiava il tè con piccoli sorsi, chiedeva a Romano di libri, matematica, compagni di scuola. Mai si intrometteva più di quanto fosse concesso. Forse per questo era la benvenuta.
Una volta, quando Romano si chiuse in camera, Silvana disse ad Alessio:
“Si è ammorbidito.”
“Chi?”
“Papà.”
Alessio scosse la testa.
“Più vecchio, casomai.”
“Non è la stessa cosa.”
La madre rigirò la tazza tra le dita.
“Lo so.”
E non aggiunse altro.
Nellautunno del duemiladiciotto Lucia notò che Silvana parlava più piano. Non più lentamente, ma come se volesse risparmiare la voce. In cucina si sedeva più spesso, in ingresso ci metteva più del solito a chiudersi il cappotto. I tovaglioli li piegava solo dopo averli carezzati con la mano.
Alessio domandava:
“Mamma, sei stata dal medico?”
“Sì.”
“E allora?”
“Hanno detto di riposare.”
Una frase che significava tutto e niente.
In quei mesi cambiò anche Giulio Palmieri. Cominciò a venire da solo. Sedeva in salotto, guardava in cortile, parlava poco. Lanello ancora al dito, ma meno luccicante. A volte si alzava, avvicinava la tazza di Silvana al bordo del tavolo anche se era già vicina, come chi non sa stare senza fare qualcosa.
Una sera, mentre Lucia raccoglieva i piatti e Romano faceva i compiti, Giulio Palmieri restò sulla porta.
“Alessio.”
“Sì.”
“Quel giorno… al municipio…”
Il figlio sollevò la testa.
Giulio abbassò lo sguardo sulle proprie dita.
“Non avrei dovuto.”
Alessio si fermò di fronte. Forse per la prima volta da anni attese dal padre non una frase fatta, né un sottinteso, né una fuga di lato, ma parole vere. Ma Giulio non arrivò a concluderle del tutto. Non nominò Lucia, né quella parola, né se stesso in quel giorno.
“Non avrei dovuto,” ripeté, afferrando la maniglia della porta.
“E basta?” chiese Alessio.
Giulio si voltò.
“Cosa vorresti?”
Tutto si fermò lì.
Un mese dopo, Silvana non cera più.
La casa sembrò vuota. Non rumorosa, non silenziosa. Soltanto vuota. Come quando togli un armadio che cera da anni e resta il segno chiaro sulla tappezzeria. Giulio Palmieri sedeva nella sua cucina e aggiustava a vuoto la sedia accanto al tavolo, anche se nessuno ci si avvicinava.
Una volta Lucia andò da lui con una minestra e asciugamani puliti. Tornò tardi.
“Come sta?” chiese Alessio.
Lucia si tolse il cappotto, cercò a lungo lattaccapanni.
“Vecchio.”
Nessuna parola sarebbe stata più precisa.
Da quel giorno Alessio iniziò a passare una volta a settimana dal padre. A volte per portare medicinali, altre volte la spesa, o semplicemente per controllare. Le loro conversazioni erano essenziali. Sul meteo, sulla pressione, sulle lampadine del pianerottolo che non funzionavano. Nessuno osava toccare gli argomenti veri. Così tra loro non cera solo il passato, ma anche labitudine a girarci intorno, come a una crepa sul pavimento.
Nel duemilaventicinque Romano era ormai adulto e non più il ragazzino per cui si poteva rimandare sempre a domani. Lavorava, aveva preso una stanza vicino al centro, indossava sempre lo stesso giubbotto col colletto consumato e parlava tranquillo e schietto. La freddezza di Lucia, la memoria dritta di Alessio.
A novembre si presentò a casa non da solo.
Vera entrò prima, tolse il cappotto grigio, sorrise a Lucia e portò una scatola di pasticcini come una che conosce la casa da tempo e non vuole arrivare a mani vuote. Maestra alle elementari, parlava pacata, nulla di lezioso, e sulle dita aveva ancora tracce di gesso anche se si era già lavata le mani.
Lucia se ne accorse subito. E sorrise.
“Vieni, il tè è pronto.”
Romano si teneva le chiavi in tasca. Alessio vide quel gesto e distinto si rivide quel giorno di febbraio davanti allufficio comunale.
Giulio arrivò dopo. Ancora senza bastone, ma più lento, a lungo si sfilava la sciarpa. Vedendo Vera si fermò un istante. Non disse nulla. Solo guardò il cappotto, le maniche, la cucitura ben calata dei polsini.
Alessio lo avvertì prima che il padre dicesse qualcosa. Come se in quell’istante la casa fosse tornata di molti anni indietro, e il profumo del tè lasciasse il posto a lana bagnata e cera.
“Lei è Vera,” disse Romano. “Abbiamo deciso di sposarci a febbraio.”
Lucia rimase ferma, il bollitore in mano.
Giulio si sedette, posando le mani accanto al piatto:
“Lavori?”
“A scuola,” rispose Vera.
“Pagano molto?”
Romano guardò il nonno.
“Basta.”
“Non sto chiedendo a te.”
Vera sostenne lo sguardo.
“Ci viviamo bene.”
Giulio scosse la testa come per pesare le parole.
“Vorrei vedere i giovani dicono sempre così.”
Alessio posò il cucchiaino.
“Papà.”
Lui alzò lo sguardo.
E non disse nulla.
Tutta la serata fu appesa su una corda sottile. Non si spezzava. Ma vibrava. Giulio fu gentile. Forse troppo. Domandava della scuola, dei bimbi, dei genitori di Vera. Ascoltava, annuiva. Ma Alessio lo vedeva ancora tornare a guardare la manica del cappotto di lei, come se volesse leggerci il destino.
Quando uscirono, Lucia raccolse le tazze in silenzio. Lacqua scorreva sottile nel lavandino. Odore di vaniglia e tè.
“Hai visto?” domandò Alessio.
“Visto.”
“Sta ricominciando.”
Lucia chiuse il rubinetto.
“No. Non ha iniziato.”
“E allora?”
Si asciugò le mani.
“Si stava pesando.”
Alessio rimase a lungo alla finestra. In cortile qualcuno accendeva lentamente lauto e la luce gialla scivolava sullasfalto bagnato.
“Non permetterò,” disse lui.
“Non permetterai cosa?”
Non rispose. Ma Lucia aveva capito.
A gennaio fu Giulio stesso a telefonare.
“Vieni.”
Alessio andò la sera. Lappartamento odorava di gocce di menta, mobili vecchi e biancheria stirata. Alla parete ancora la foto con Silvana nel giardino, in controluce. La solita sedia aggiustata mille volte.
Sul tavolo una busta.
“Questa è per Romano. Per il matrimonio.”
“Sono soldi?”
“Sì.”
Alessio non la toccò.
“Glieli dai tu.”
Giulio si sedette, pesante, con le mani sulle ginocchia.
“Alessio, io non sono suo nemico.”
“Non lho mai detto.”
“Ma lo pensi.”
“Penso che sai rovinare il giorno più importante con una parola.”
A lungo il padre guardò il tavolo.
“Te lo porti ancora dentro?”
“E tu no?”
Giulio sollevò lo sguardo. Gli occhi non erano più duri di una volta, ma stanchi. Ostinazione, però, ne era rimasta.
“Non avevo ragione.”
“Eri superbo.”
“Forse.”
“Non forse. Era così.”
Il silenzio era di quelli che non pesano, ma misurano. Ogni respiro, ogni rimprovero non detto.
Giulio passò la mano sul tavolo.
“Sono cresciuto diverso. Da noi si valutava ciò che uno aveva alle spalle. Chi era il padre, che mestiere faceva, come si vestiva, come parlava. Pensavo fosse giusto così.”
“E ora?”
Non rispose subito.
“Ora penso che ho guardato troppa stoffa e poco la gente.”
Alessio rivolse lo sguardo alla foto della madre.
“Troppo tardi.”
“Troppo tardi,” assentì Giulio. “Ma non del tutto.”
La busta restò lì. Andando via Alessio non la prese. In corridoio già si era infilato il cappotto quando il padre lo richiamò:
“Ragazzo.”
Alessio si voltò.
“Non lasciarmi dire più niente fuori luogo.”
E questa fu quasi una confessione. Quasi.
Il quattordici febbraio duemilaventisei la neve cadeva da quando era buio. Non fitta, ma pungente, che si appoggia al collo e non si scioglie subito. Il nuovo municipio era moderno, vetrato, con porte larghe e due grandi vasi allingresso. Ma dentro il profumo era sempre quello: lana bagnata, fiori, aria calda.
Alessio arrivò primo. Teneva la cartella nuova di Romano, bordeaux, le dita strette come una volta sulla rossa.
Lucia sistemava il colletto a Vera. Romano passava dal finestrone alla porta, cercando di sembrare calmo. Vera indossava ancora una manica rammendata, solo il cappotto era grigio, con la cintura morbida. Nemmeno lei vedeva motivo di buttare una cosa solo per un filo.
Alessio guardava lei e sentiva il gelo risalire dentro. Non quello di fuori, un altro, antichissimo.
Giulio fu lultimo ad arrivare. Nel cappotto scuro, senza anello. Alessio lo notò subito. Come se lavesse apposta lasciato a casa. Per rispetto, o per memoria.
Il padre si fermò vicino alla porta, guardò Romano, guardò Vera, poi disse piano:
“È bello qui.”
Lucia annuì.
“Sì.”
Romano si avvicinò.
“Ciao, nonno.”
“Ciao.”
Si strinsero la mano. Normale. Giusto. Senza calore, ma senza aguzzo. E per un attimo Alessio sperò che sì, tutto sarebbe filato liscio. Solo una giornata. Senza parole di troppo, senza ombre.
Ma Giulio tornò a fissare la manica di Vera. E Alessio vide il vecchio gesto: il padre era pronto a ripetere, parola, sguardo, tutto.
Fu abbastanza.
Alessio si mise fra lui e la porta.
“No,” disse piano.
Giulio alzò gli occhi.
“Cosa?”
“Non dire niente.”
“Non avevo intenzione.”
“Bene. Allora resta qui e stai zitto.”
Romano si voltò.
“Papà?”
Lucia era immobile. Vera abbassò le braccia col mazzo di garofani.
Giulio impallidì. Ma non per debolezza: perché capì al volo.
“Mi fai la predica?”
Alessio non distolse lo sguardo.
“Sono arrivato tardi una volta. Questa volta no.”
Il padre si raddrizzò quanto poté.
“Io non sono più quello.”
“E io sono lo stesso figlio che ti ha sentito.”
La neve si infittì. In corridoio la gente parlava a bassa voce. Da qualche parte si aprì una porta e una voce femminile chiamò un altro cognome.
Giulio abbassò la testa.
“Pensi che io non ricordi?”
“Lo ricordi,” disse Alessio. “Ma non basta se la lingua è più veloce del cuore.”
Silenzio. Poi Giulio fece ciò che Alessio mai si aspettava: non obiettò, non protestò, non si offese. Solo si sedette in fondo, sul divano stretto allingresso.
“Andate,” disse. “È il vostro giorno.”
Romano guardava ora uno ora laltro.
“Nonno…”
Una mano alzata.
“Andate. Godetevi la giornata.”
Vera tirò un sospiro di sollievo. Lucia sfiorò il braccio di Alessio, appena, come aveva fatto tanti anni prima sotto il tavolo.
Ma ora il senso era nuovo.
Entrarono in sala. Luminosa, alta, niente a che vedere con la vecchia, dal tappeto consunto. Ma il profumo di fiori era il medesimo, e la neve sciolta al davanzale uguale.
L’impiegata pronunciava le formule. Romano rispondeva sicuro. Vera si illuminò quando afferrò la penna. Alessio li guardava e non pensava alle fedi, né alle foto, né al banchetto. Pensava alle porte.
A come, a volte, si torna due volte nella stessa stanza della vita.
Finita la cerimonia, mentre i giovani si abbracciavano e Lucia si asciugava un angolo docchio di nascosto, Romano rise, Vera strinse i fiori e dagli ultimi posti si levò un applauso caldo, di casa. Proprio come doveva essere.
Alessio uscì per primo.
Giulio era ancora sul divanetto. Mani sulle ginocchia. Spalle abbassate. Senza anello pareva più piccolo. Accanto a lui il berretto, per terra neve sciolta.
Alzò la testa.
“Tutto fatto?”
“Tutto.”
“Sono sposati?”
“Sì.”
Il vecchio annuì, guardò la porta chiusa.
“Bene.”
Alessio si sedette accanto. Non troppo vicino, ma nemmeno lontano come uno sconosciuto.
Aspettarono in silenzio.
“Lho chiamata così, allora,” sussurrò Giulio. “E lei non me lha mai rinfacciato. Mai. Anzi, offriva sempre un tè.”
Alessio fissava le sue mani.
“Perché era migliore di noi.”
“Lo so.”
La voce stanca, senza la durezza abituale. Solo stanchezza e sapere tardi chi si è.
“Hai fatto bene oggi,” disse Giulio. “Molto bene.”
Alessio lo guardò.
“Avrei dovuto farlo allora.”
“Allora eri un ragazzo.”
“No. Ero debole.”
Giulio fece un piccolissimo sorriso. Amaro, senza energia.
“E io un imbecille.”
Forse fu la prima vera parola, senza bisogno daltro.
La porta si aprì. Uscirono Romano e Vera. Sul polsino di lei brillava il filo del rammendo. Ormai non stonava. Era solo lì. Come la cicatrice su una vecchia memoria che regge il tessuto.
Giulio si alzò. Piano. E quando Vera gli si avvicinò disse:
“Auguri, Vera.”
Lei annuì.
“Grazie.”
Lui si fermò una frazione e aggiunse:
“Bel polsino. Cucitura a regola darte.”
Alessio per un momento non capì perché avesse detto proprio quello. Poi capì. Il vecchio non cercava parole belle: era arrivato solo fino al punto dove tutto era iniziato, e lì cercava di restare, stavolta in modo diverso.
Vera sorrise.
“È stata mia madre. Sa come si fa.”
“Si vede,” disse Giulio.
Lucia era lì vicino, lo guardava chiaro. Non trionfante. Solo serena, come chi ormai non aspetta più nulla di extra.
La neve fuori stava quasi finendo.
Romano prese il berretto di mano al padre così che potesse abbottonarsi. Alessio gli tenne la porta. In corridoio ancora odore di garofani e lana bagnata. Ma ormai non era più il profumo della vergogna, ma del giorno che aveva avuto luogo.
Quando uscirono, Lucia si fermò un momento sui gradini, sistemò la sciarpa a Vera, e Alessio notò il familiare piccolo punto del rammendo al bordo del guanto di lei.
Quel punto lo ricordava da troppo tempo.
Ma questa volta non seguì nessuno.
Questa volta stette al loro fianco.



