Sulla strada di casa per il giorno del Ringraziamento, sono stato coinvolto in un grave incidente stradale.

Ciao tesoro, ti racconto una cosa che mi è capitata mentre tornavo a casa per Natale. Stavo guidando sullautostrada A4 verso Milano, con due crostate di zucca sul sedile anteriore e il classico contorno di fagiolini, quando un camion è spuntato dal nulla e ho avuto un duro tamponamento. Mi sono trovata incosciente, con le costole fratturate in tre punti, il polmone sinistro parzialmente collassato e un sacco di sangue interno.

Il figlio mi aveva chiamato il giorno prima, ma non ho sentito le sue parole perché ero svenuta. Quando ho ripreso conoscenza, con dei tubi che uscivano dalle braccia e una maschera dossigeno che mi riempiva la bocca, una infermiera mi ha detto esattamente quello che era stato detto al telefono: Luca, se succede qualcosa fammelo sapere, non voglio occuparmi della burocrazia stasera.

Solo per farti capire, ho settantatré anni. Ho seppellito un marito, cresciuto da sola un figlio, superato il tumore al seno e vivo con una pensione che a volte non basta nemmeno per arrivare a fine mese. Pensavo di sapere cosè il dolore. Mi sbagliavo.

Prima di andare oltre, dimmi dove sei adesso, a che ora ti senti. Stai ascoltando al lavoro, di notte quando non riesci a dormire, o durante il tragitto mattutino? Lasciami un commento, dimmi da dove vieni e che ore sono. E se questa storia ti tocca, metti like e iscriviti, perché quello che sto per dirti deve essere sentito e ricordato.

Ricordo subito il suono monotono del monitor: bip, bip, costante e inesorabile. Poi lodore tipico di disinfettante e di detergente per pavimenti, che ti fa capire subito che sei in un posto serio. I miei occhi erano incollati, pesanti. Quando finalmente li ho aperti, la luce al neon sopra di me era così intensa che ho dovuto strizzare.

Il dolore era profondo, non acuto, una sensazione di tutto il corpo che ti dice che qualcosa è andato davvero male. Il petto era stretto, il braccio sinistro pulsava, sentivo una tensione quasi addominale. Quando ho provato a spostarmi, una fitta mi ha trafitto le costole.

Una giovane infermiera in camice bianco è comparsa sopra di me, i capelli neri raccolti in una coda ordinata, gli occhi gentili ma stanchi. Elena, ha detto piano. Elena, mi senti?

Ho provato a parlare, ma la gola era secca, la voce un gracchiettio. Ha preso una piccola coppa con una spugna e mi ha inumidito le labbra. Non parlare ancora. Hai vissuto un brutto incidente ieri sera. Ti ricordi? Lei ha iniziato a raccontare: sei allOspedale Generale di Milano, arrivata in ambulanza, costole rotte, emorragia interna, polmone parzialmente collassato. Hai bisogno di un intervento durgenza.

Lintervento. La parola mi è sembrata pesante e strana; non ricordavo di aver firmato nulla, né di aver autorizzato il tutto dopo lairbag che si è gonfiato e il mondo è impazzito. Linfermiera ha proseguito: Abbiamo provato a contattare il tuo riferimento di emergenza, tuo figlio Luca, giusto? Ho annuito. Luca, lunico che avevo, il ragazzo che ho cresciuto da sola dopo la morte del marito quando aveva dodici anni, luomo che chiamavo ogni domenica, anche se raramente rispondeva. Sempre impegnato, sempre troppo stressato per venire.

Linfermiera ha avuto unespressione più seria, ha guardato verso la porta, poi di nuovo me. Elena, devo dirti qualcosa, resta calma, ok? I tuoi parametri sono stabili ora, ma devi riposare. Il monitor ha accelerato il battito.

Cosa è successo? ho sussurrato. Lei ha esitato, poi ha tirato una sedia più vicina al letto e si è seduta, le mani incrociate. Quando sei arrivata eri in condizioni critiche. I medici hanno deciso di operarti subito per fermare lemorragia e rinfrescare il polmone, ma dovevano avere il consenso del tuo prossimo di kin. Ho sussurrato Luca. Il personale lo ha chiamato più volte, gli ha spiegato la situazione, gli ha detto che potresti non farcela senza lintervento.

Il mio petto si è stretto di nuovo, non per le ferite ma per un freddo che mi ha avvolto. E? ho chiesto. Linfermiera ha serrato la mascella, mi ha guardato dritta negli occhi e, con una voce che cercava di nascondere la gravità, ha recitato dalle note: Se muore, fammelo sapere. Non voglio occuparmi della burocrazia stasera. Il silenzio è stato rotto solo dal bip dei macchinari.

Io aspettavo una risata, un chiarimento, una scusa. Non è arrivata. Mi ha detto di aver organizzato una cena di Natale, ha continuato con voce bassa. Non poteva assentarsi. Ha rifiutato di venire in ospedale, di firmare i moduli. Il peso di quelle parole mi ha schiacciata dentro.

Non potevo respirare, non per il polmone, ma per la freddezza di quelle frasi. Mio figlio, lunico che avevo cullato quando aveva gli incubi, il ragazzo a cui avevo pagato due lavori per luniversità, luomo a cui avevo sempre offerto supporto finanziario, quello che non è mai venuto a trovarmi. Il suo non mi importa dei fogli mi ha spezzato il cuore.

Ho chiesto di urlare, di capire come fossi qui, come fosse avvenuta lintervento. Linfermiera ha sorriso appena: Qualcuno ha firmato. Ho alzato le sopracciglia. Chi? Jamal Rossi, ha detto, mostrando il suo taccuino. Il nome mi ha colpito come un fulmine. Jamal? Non lo sentivo da anni.

Lo conosci? Linfermiera ha chiesto. Ho annuito, ma il vero dubbio era perché fosse lì. Jamal era il ragazzo che avevo aiutato quando era un adolescente affamato, che avevo accolto a casa, che avevo dato cibo e una mano quando nessun altro lo faceva. Lavevo visto per lultima volta quasi un decennio fa, quando era un giovane disoccupato. Eppure era lì, a firmare i consensi e a stare al mio fianco durante lintervento.

Il personale mi ha detto che aveva lasciato il suo numero alla reception, chiedendomi se volevo che lo chiamassero quando mi sarei svegliata. Ho risposto solo con un sì. Poi linfermiera è uscita, lasciandomi con quel nome che ora era una speranza.

Ti porto indietro a quella sera di Natale. Il cielo era già scuro, quellora dinverno che arriva in anticipo. Guidavo sullautostrada A4 verso la casa di Luca in periferia, con le mani strette sul volante come sempre. Avevo due crostate di zucca sul sedile, una casseruola di fagiolini, la stessa che Luca chiedeva da bambino. La radio trasmetteva dolci melodie natalizie, ma la mia mente era lontana, piena di preoccupazioni.

Pensavo al figlio, alla moglie della figlia Chiara, che sempre trovava qualcosa di sbagliato in quello che portavo. Mi diceva troppo sale, non è biologico, la crosta è comprata. Io rimanevo con la casseruola, cercando di fare qualcosa di diverso questanno, di non cercare troppo di dimostrare. Ma il desiderio di sentirsi apprezzata, di far parte della sua vita, mi faceva tornare a mettere tutto in tavola.

Il traffico era intenso, tutti in viaggio verso le loro feste di Natale. Mi chiedei quanti di loro stavano veramente andando verso persone che li volevano lì. Scacciai il pensiero, pensando che Luca mi volesse lì, che mi avesse invitata, che avesse inviato un promemoria con lorario di arrivo.

Il tempo si era raffreddato, il mio respiro si vedeva fuori dal finestrino, ma non cera neve né ghiaccio. Avevo controllato il meteo tre volte, come sempre, per non essere un peso. Quando mi sono avvicinata allincrocio con la strada statale 12, i lavori avevano ridotto le corsie, costringendo tutti a fondersi. Ho rallentato, dando spazio allauto davanti, come faceva mio marito: Guida come se stessi facendo un esame.

Un camion mi è apparso nello specchietto a distanza di un chilometro, più veloce, con una certa impazienza che mi ha messo a disagio. Non mi piace stare vicino ai grandi mezzi, mi sento piccola. Ho spostato la mano a destra, pensando di lasciarlo passare, ma anche lui è andato a destra. Allimprovviso lauto davanti ha frenato bruscamente, le luci rosse sono lampeggiate. Ho premuto i freni, il mio veicolo è rallentato gradualmente. Il camion dietro non ha rallentato. Lho visto nello specchietto, ancora a tutta velocità. In un attimo, limpatto è stato una parete di suono, di forza e di terrore. Il metallo ha stridato, il vetro è esploso. Il mio corpo è stato sbalzato contro la cintura di sicurezza così forte da sentire un frattura al petto. Lairbag è scoppiato con un botto che mi ha fatto rimbombare le orecchie. La testa ha ruotato, una fitta è salita lungo il collo. Lauto è rotolata, il mondo fuori era un lampo di luci, strada e cielo mescolati. Ho urlato, o almeno ho provato a farlo, pensando alle crostate sul sedile, ormai rovinati.

Il veicolo si è schiantato contro una guardrail, poi contro un altro veicolo, non ricordo bene. Quando tutto si è fermato, ero girata al contrario, le auto intorno con i lampeggianti, il fumo sotto il cofano, la polvere dellairbag sparsa sul sedile. Ho cercato di muovermi, le braccia hanno reagito a malapena, le gambe non si muovevano, una pressione sul petto come se qualcuno mi stesse schiacciando. Il dolore era terribile, irradiava da costole, schiena, capo. Sentivo urla, passi, una voce maschile: Signora, mi sente? Resta ferma, ok? Non muoversi. Volevo rispondere che non avevo intenzione di muovermi, ma non potevo.

Altri voci hanno chiamato il 112, hanno cercato di aprire la portiera, ma il metallo era piegato. Il tempo è diventato elastico, momenti che si allungano e si contraggono. Ho visto le luci rosse e blu, lacciaio tagliato, scintille, mani che mi toccavano il collo, il polso, facendo domande a cui non potevo rispondere.

Qual è il tuo nome? Elena. Sai che giorno è? Natale. Chi possiamo chiamare? Luca. Chiama Luca. Mi hanno sollevato su una barella, il movimento ha scatenato lampi di dolore. Qualcuno ha stretto la mia mano e mi ha detto di aggrapparmi. Tieniti forte.

Lambulanza è stata una corsa di sirene, velocità e dolore che non si fermava. Un paramedico con occhi gentili mi ha parlato, mantenendomi cosciente: Stai bene, Elena, siamo quasi lì. Resta con me, ok? Ho provato a annuire, ma anche questo faceva male.

Lospedale era un caos di luci, voci che chiamavano numeri e termini medici. Mi hanno spinto su una barella, hanno spogliato i vestiti, mi hanno mostrato il nome del dottore: Sono il dottor Riccardo Bianchi, ha subito un grave incidente, dobbiamo fare alcuni esami. Ho provato a dire di sì, ma le parole non uscivano. Mi hanno portato in una stanza di TAC, una macchinetta bianca che mi ha fatto scivolare dentro, poi fuori con il volto più serio. Dobbiamo operarla, ha detto il dottore a qualcuno. Emorragia interna, possibile rottura della milza, tre costole fratturate, una che ha parzialmente collassato il polmone sinistro. Intervento.

Il dottore ha parlato al telefono: Stiamo chiamando il tuo contatto di emergenza. Linfermiera ha continuato: Luca è il tuo figlio? Ho annuito. Luca è lunico figlio, lho cresciuto da solo quando il marito è morto quando lui aveva dodici anni, lo chiamo ogni domenica, anche se raramente risponde. La sua espressione è diventata più rigida, ha guardato verso la porta, poi di nuovo me.

Linfermiera ha chiesto di stare calma. I tuoi parametri sono stabili adesso, ma devi riposare. Il monitor ha accelerato il battito. Ho chiesto cosa è successo? e lei ha esitato, poi si è seduta sul letto, le mani incrociate. Quando sei arrivata eri in stato critico. I medici hanno deciso di operarti subito per fermare lemorragia e reinfondere il polmone. Ma, essendo incosciente, avevano bisogno del consenso del prossimo di kin. Ho sussurrato Luca. Luca è stato contattato più volte, ha spiegato la situazione, ha detto che potresti non farcela senza lintervento. Il mio petto si è stretto, non per il dolore fisico, ma per il freddo che mi ha avvolto. E? ho chiesto. Linfermiera ha serrato la mascella, mi ha guardato negli occhi e, come se volesse nascondere qualcosa, ha recitato dalle note: Se muore, fammi sapere. Non voglio occuparmi della burocrazia stasera. Il silenzio era rotto solo dal bip dei macchinari.

Non ho potuto ridere, né chiedere scuse. Mi ha detto di aver organizzato una cena di Natale, ha continuato a bassa voce. Non poteva assentarsi, ha rifiutato di venire in ospedale, di firmare i fogli. Il dolore non era più al torace, ma al cuore, al tradimento di quel figlio che non poteva lasciarsi andare dal suo stesso tavolo natalizio.

Linfermiera ha poi detto che qualcuno aveva firmato al posto suo: Jamal Rossi. Il nome ha fatto vibrare la mia memoria. Jamal, il ragazzo che avevo aiutato anni fa quando rubava cibo in una mensa, che avevo accolto, che avevo dato una mano senza chiedere nulla. Non lo sentivo da anni, forse più di un decennio. Lo conosci? mi ha chiesto linfermiera. Ho annuito, ma la vera domanda era perché fosse lì, perché avesse firmato, perché gli importasse.

Poi mi hanno detto che aveva lasciato il suo numero alla reception e mi hanno chiesto se volevo che lo chiamassero al risveglio. Ho detto sì. Linfermiera è uscita, lasciandomi con quel nome che ora rappresentava una speranza.

Passa un po di tempo e mi trovo a guardare le luci della stanza, il suono dei monitor, le parole che mi hanno raccontato tutto. Ho capito che la vita mi era quasi strCon quel giorno ho compreso che la vera famiglia è chi ti sta al fianco quando più hai bisogno, non solo chi condivide il tuo cognome.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × five =

Sulla strada di casa per il giorno del Ringraziamento, sono stato coinvolto in un grave incidente stradale.