15ottobre2025 Lunedì
Il mio risveglio è sempre alle6.30, non perché sia una necessità, ma per la paura di non riuscire a prendere il ritmo. Prima che la casa si animi, riesco ancora a far partire la lavatrice, a mettere in frigo il contenitore con il couscous e il pollo perLuca, a controllare che il figlio di10anni, Marco, abbia firmato il quaderno di inglese, e a dare unocchiata veloce alle email segnate urgenti. Nella doccia il vetro si appanna; vedo solo parti di me stessa: la fronte, le ciglia, il labbro che negli ultimi mesi è diventato più rigido.
Lavoro come project manager in una società dove tutto è misurato in scadenze e rischi. Il gruppo chat lampeggia ogni minuto con richieste; la mano si alza automaticamente per rispondere, anche quando sono al fuoco. So bene che se non rispondo subito qualcuno pensa che sia sparita, e poi devo dimostrare di essere ancora presente. Sono sempre sul posto.
Marco si alza irritato, come se il sonno gli avesse lasciato un sapore amaro. Luca, il marito, esce per la cantiere alle7.00, lasciando Marco alla scuola se io mi ritardo. Non è un uomo cattivo; vive nella modalità devo, proprio come me, e quando la sera si abbandona al divano la stanchezza gli appare come una legge della natura. Invidio quella trasparenza: stanco, dunque a riposo. La mia stanchezza richiede sempre una spiegazione.
Quel lunedì ho notato, per caso, sul calendario, che compivo41anni. Lavviso era stato impostato da me stesso per non dimenticare, eppure lavevo dimenticato. Ho chiuso la notifica e, in metropolitana, mi sono aggrappato al corrimano pensando a tutti gli impegni: approvare il preventivo, ritirare lordine dal magazzino, chiamare mia madre perché si offendesse se non lo facesse. I colleghi mi hanno mandato brevi messaggi con emoji; ho risposto grazie in modalità automatica.
Nellaltra parte della città, allistituto, la prof.ssa Teresa Bianchi, 48anni, inizia la lezione alle8.15. Insegna letteratura, ma da qualche anno si sente più una coordinatrice di crisi. Gli alunni chiacchierano, i genitori scrivono messaggi, la dirigente invia tabelle da compilare entro sera. Teresa porta quaderni nella borsa, corregge saggi sullautobus e in cucina, mentre le patate bollono nella pentola.
Sua figlia, studentessa universitaria, vive da sola ma telefona quasi ogni giorno, chiedendo spesso: puoi trasferirmi i soldi? controla lorario dei treni? aiutami con la pratica. Teresa non sa dire non ora. Teme di apparire una cattiva madre, insegnante o persona. Tieni nella testa le aspettative altrui come regole sacre da non infrangere.
Nella mensa della scuola cerano biscotti per il tè. Teresa ne prende due, poi un terzo, sentendo crescere dentro di sé una fastidiosa irritazione. Non è per il biscotto, ma per sé stessa. Ascolta i colleghi parlare di chi è andato al mare, chi è riuscito a fare un massaggio, e percepisce nel verbo riuscito una punta di biasimo. Se solo fossi più organizzata, potrei anche io riuscire.
Nel reparto ambulatoriale della clinica, la dottoressa Lucia Russo, 52anni, è terapia. Il suo studio puzza di disinfettante e di carta dei vecchi fascicoli. I pazienti arrivano con tosse, pressione alta, certificati per il lavoro. Lucia ascolta, prescrive, spiega, e tra una visita e laltra risponde alle domande dellinfermiera e controlla che il sistema informatico non si blocchi.
Raramente misura la propria pressione: non per ignoranza, ma per non vedere i numeri. Quando tutti intorno hanno valori da monitorare, i miei sembrano un problema superfluo. A casa la convive con il padre anziano, colpito da ictus da tre anni. Lui può camminare fino alla cucina, ma si confonde con le medicine; Lucia organizza le compresse in dosatori settimanali, sperando di mettere ordine anche nella sua vita.
Chiara Ferri, 37anni, è estetista freelance, fa manicure a casa. Vive in un monolocale di una nuova costruzione, con due finestre che danno su una via trafficata. Lavora dal mattino fino a tardi perché ogni cliente cancellato è un buco nel bilancio. Pubblica foto di unghie perfette sui social, etichettandole slot liberi, risponde ai messaggi fino alle2del mattino.
Il suo compagno, Dario, vive con lei ma si sente più ospite. Aiuta a volte, porta pacchi o porta fuori la spazzatura, ma per la maggior parte pensa a Chiara come una padrona di casa, quindi si farà da sola. Chiara non discute; ha paura che il litigio diventi una rottura, che la rottura aggiunga un altro punto alla lista di problemi.
Quello che le accomuna non è letà o la professione, ma il modo in cui tengono la vita sospesa a un filo, temendo che il più piccolo cedimento le faccia crollare. Intorno a loro i voci contraddittorie non cessano mai.
Io ascolto queste storie in ufficio, dove i colleghi parlano di productivity e giusto equilibrio. Nei social vedo video di donne che corrono, bevono smoothie verdi e parlano damore per sé stesse. Guardare tutto questo mi infuria; il sorriso sembra unaltra imposizione.
Teresa sente quelle voci nella chat dei genitori, dove le mamme discutono di attività extra e di insegnanti privati, e nei corridoi dove si può rimproverare una careerwoman e al tempo stesso ridere delle casalinghe. Lucia le sente nella fila della clinica, dove i pazienti chiedono attenzione e allo stesso tempo lamentano che i medici non fanno nulla. Chiara sente nei commenti: Come fai a fare tutto? e subito dopo Ma tu sei a casa tutto il giorno!.
Il primo allarme per me è avvenuto mercoledì nella metropolitana. Tenendo il telefono, leggo il messaggio del capo: Devi chiudere oggi, altrimenti siamo in ritardo. Il treno frena bruscamente; sento un nodo stringersi nel petto, come se qualcuno avesse afferrato il cuore. Laria si fa rara, respiro a stento, il respiro è corto e pungente.
Penso di cadere. Non voglio cadere. Mi vergogno già al pensiero, come se il crollo fosse una debolezza. Scendo alla prossima fermata, mi siedo su una panchina, metto una mano sul petto. Il frastuono dei passeggeri, le chiacchiere al telefono, il morso di un cornetto. Guardo le mie ginocchia e conto i respiri.
Bevo un sorso dacqua dalla borraccia e percepisco un leggero allentamento, non improvviso, ma lento, come se il corpo litigasse con me. Dopo dieci minuti riesco a chiamare un taxi per tornare in ufficio. Nel veicolo scrivo al capo: Arriverò tra unora, non sto bene. Le dita tremano, quasi visibili sullo schermo.
Il capo risponde Ok. Tieni duro. Leggo quelle parole e avverto un vuoto strano. Tieniti forte è unespressione consueta, ma ora suona come un ordine.
Lallarme per Teresa arriva sotto forma di scontrino. Venerdì sera, mentre il minestrone sobbolle in cucina, la figlia le chiama chiedendo soldi per una quota urgente. Teresa cerca di capire di che quota si tratti, pensando anche al sabato di volontariato a scuola. Improvvisamente arriva un messaggio da un genitore: Perché mio figlio ha preso tre? Devo avere una spiegazione. Unondata calda sale dentro Teresa; urla a sua figlia Aspetta, non posso ora, e la figlia si offende. Teresa risponde al genitore con tono brusco, quasi rude, poi si pente subito.
Rimane a fissare lo schermo, il senso di colpa si attacca alla gola. Vorrebbe tornare indietro, cancellare, fare diversamente, ma il messaggio è già stato inviato. Spegne il telefono, corre al bagno, chiude la porta e si appoggia al lavandino. Nel riflesso del vetro vede dei segni rossi sul collo.
Il primo avviso per Lucia è medico, ma comunque inaspettato. Lunedì, dopo una visita, avverte un forte mal di testa e nausea. Linfermiera le dice: Dottoressa Russo, sembra pallida. Lucia tenta di scrollarselo di dosso, ma unora dopo capisce che non può ignorarlo. Chiede di misurare la pressione; i numeri sul misuratore sono troppo alti. Pensa al giorno carico di visite, al padre che non ha più chi è, ai pazienti che si lamenterebbero se annullasse un appuntamento. Poi sente la sua voce professionale: Ho bisogno di un certificato di malattia. Ammettere la necessità è più difficile che fare una diagnosi.
Chiara avverte la crisi con lintorpidimento del pollice mentre finisce una ricostruzione. Sorride alla cliente, dice Un attimo, e corre al bagno, mette le mani sotto lacqua fredda. Lintorpidimento persiste. Torna, finisce il lavoro, prende i soldi, accompagna la cliente fuori, chiude la porta e si siede sul pavimento dellingresso. Il pensiero se le mani cedono, è finita le gira in testa: credito, forniture, bollette, affitto. Cerca su internet intorpidimento dita manicure e legge di sindrome del tunnel carpale, infiammazioni, interventi. La paura sale.
Dario arriva tardi con la spesa, vede Chiara sul pavimento e chiede Che succede?. Lei tenta di spiegare, ma le parole si spezzano. Dario si siede accanto, guarda le mani e dice Riposa un paio di giorni. È detto senza cattiveria, ma Chiara sente in quella risposta unincomprensione. Due giorni per lei significano meno guadagni e clienti infelici.
Nessuna di queste crisi è stata catastrofica. Nessuno è morto, nessuno ha perso il lavoro in un giorno. Ma ogni episodio ha incrinato la stabilità precedente. Ognuna ha capito che non può più continuare così, senza sapere come cambiare.
Quella sera, sono tornato a casa più tardi del previsto. Luca aveva già dato da mangiare a Marco, il piatto di pasta al pomodoro era ormai freddo. Mi tolgo il cappotto, mi siedo e dico: Stamattina mi sono sentito male in metro. Cerco di parlare con calma, ma la voce trema.
Luca mi guarda, chiede Il cuore?. Alzo le spalle. Vorrei che capisse che non è solo il cuore. Luca risponde: Domani vai dal medico. Io porto Marco. Non è compassione, è praticità, e per me è stato un sollievo.
Il giorno dopo prenoto lappuntamento in clinica tramite app. Lunico slot disponibile è la prossima settimana, al mattino. Vorrei annullare perché ho una riunione, ma ricordo la panchina nella metropolitana e la paura di cadere. Scrivo al capo: Devo uscire unora prima, ho un appuntamento medico. Invio e aspetto, come se mi chiamassero per una riunione.
Il capo risponde in un minuto: Ok, avvisa il team. Rileggo il messaggio, sento un leggero rilassamento interno. Non è che il mondo sia diventato più gentile; è che io ho permesso a me stesso un piccolo gesto senza giustificazioni.
Teresa, il giorno dopo, va dal direttore. Ha una stampa della conversazione con il genitore e le mani le tremano. Il dirigente, donna severa ma stanca, ascolta: Ho sbagliato. Mi vergogno. Non riesco a gestire così tanti messaggi. Possiamo limitare gli orari di risposta? Il dirigente sospira: Tutti siamo sopraffatti. Provate a rispondere entro le 19, il resto domani. Teresa sente un sollievo immediato, seguito da una punta di colpa, come se avesse chiesto un privilegio.
Chiama sua figlia, le dice Posso aiutare, ma non sempre subito. Anchio ho bisogno di riposo. La figlia rimane in silenzio, poi chiede Mamma, sei malata?. Teresa risponde No, solo stanca. Direlo ad alta voce è spaventoso, perché nella sua realtà la stanchezza è una colpa da sopportare in silenzio.
Lucia riceve il certificato di malattia per una settimana. Esce dalla clinica con il foglio e la borsa di farmaci, e sente gli sguardi degli altri come se fosse una finta. A casa, suo padre le chiede Che fai a casa?. Lei risponde Il dottore mi ha detto di riposare. Il padre sbuffa Riposo è per i giovani. Lucia non disputa.
Chiama il servizio sociale che le era stato consigliato e chiede informazioni per una badante parttime. Le spiegano i documenti, le code, le pratiche. Annota tutto su un foglio, irritata dal continuo ostacolo della burocrazia, ma decide di andare avanti perché altrimenti tra un anno la pressione non sarebbe più un numero, ma una minaccia reale.
Il giorno dopo Chiara non annulla clienti. Sposta due appuntamenti al pomeriggio, uno al giorno successivo; per lei è già una catastrofe. Invia a clienti fissi: Devo alleggerire il calendario per motivi di salute. Alcuni rispondono con comprensione, altri con freddezza: Ok. Una cliente scrive Sei malata?. Chiara guarda il messaggio, non risponde.
Trova un ortopedico, prenota una visita privata perché la lista dellassicurazione è lunga. Usa i risparmi per la vacanza, che non cè mai. Il medico parla di sovraccarico del polso, pause, esercizi, tutore; la parola necessità suona come una minaccia.
A casa dice a Dario: Ho bisogno che tu ti occupi di alcune faccende domestiche. Non ce la faccio. Dario si offende: Sei a casa, non è il tuo lavoro. Chiara lo guarda e per la prima volta non addolcisce: Lavoro è lavoro. Se mi stanco, entrambi rimarremo senza soldi. Dario tace, poi risponde Va bene, dividiamoci. Non è un momento romantico, è solo una conversazione in cui non ha ceduto.
A metà mese, ognuna di noi ha raggiunto un puntoAlla fine ho capito che concedermi il diritto di fermarmi, di respirare e di mettere al primo posto la mia salute è lunico vero equilibrio che mi permette di vivere senza sentirmi costantemente in bilico.






