Ti amerò per sempre.

Ti amerò sempre.

Martina riesce appena a trascinarsi fino a casa, aggrappandosi alle pareti del vecchio palazzo di Via Giovanni XXIII. La testa le gira così forte che davanti agli occhi le danzano ombre scure. Fruga con le mani tremanti nella borsa, cercando disperatamente le chiavi. Intanto si rimprovera per il modo in cui ha perso il controllo nello studio del medico. Ma come si fa a non andare nel panico?

La dottoressa Ferri, sistemando sul tavolo le lastre della risonanza, parlava con un tono tranquillo e distaccato:
«Martina Rossi, la situazione è seria. Aneurisma. La parete del vaso sanguigno è sottile come una ragnatela. Pensi a un palloncino sul punto di scoppiare. Qualunque stress, qualunque pressione… Serve un intervento durgenza. Aspettare il posto convenzionato è come giocare alla roulette russa. Non sappiamo se avrà il tempo necessario».

«E se pagassi tutto di tasca mia?» balbetta Martina, stringendo la tracolla della borsa tra le mani sudate.

La cifra che la dottoressa pronuncia è una condanna: più di quarantamila euro. Martina non ha quei soldi, né potrebbe mai averli. Dopo la morte della madre è rimasta nella miseria, tra debiti e uno stipendio misero da bibliotecaria. Potrebbe vendere un rene, ma probabilmente non basterebbe nemmeno quello.

«Aspetti la chiamata dellASL le consiglia dolcemente la dottoressa Ferri e nel frattempo cerchi di stare calma, di non agitarsi. Pieno riposo».

«Che riposo?!» Martina vorrebbe quasi gridare. Ma annuisce soltanto, esce e si sente le gambe molli.

Ora è appoggiata alla porta dellappartamento che un tempo era di zio Cosimo: cerca di calmarsi, di ritrovare il respiro. Questa casa il suo unico patrimonio. Zio Cosimo, misantropo e collezionista compulsivo, fratello di suo padre, dopo la sua silenziosa morte le ha lasciato quellappartamento di tre stanze nel quartiere Appio, carico di cianfrusaglie e ricordi. Per alcuni sarebbe un tesoro di antiquariato, per lei solo unaltra preoccupazione.

«Devo mettere ordine pensa Martina, muovendosi tra le stanze intasate dagli scatoloni . Vendere qualcosa. Magari il vecchio mobile della sala, la credenza Raccogliere almeno lanticipo per la clinica».

Stare con le mani in mano ad aspettare che nella sua testa scoppi il palloncino la fa impazzire. Deve fare qualcosa. Qualsiasi cosa, pur di distrarsi.

Martina comincia dalla scrivania in soggiorno. Massiccia, di noce antico, con cassetti stracolmi di carte e documenti. Prende un grosso sacco di plastica e inizia a svuotare. Vecchie fatture degli anni ’90? Dentro il sacco. Bollette scadute? Sacco. Garanzie di ferri da stiro e aspirapolvere ormai scomparsi? Sacco.

Lavora in modo meccanico, quasi senza pensare, solo per restare in movimento. Il dolore alla testa si attenua un poco. Allultimo cassetto, nascosto sotto una pila di giornali ingialliti de «Il Messaggero», le dita trovano qualcosa di rigido. Martina prende una vecchia cartellina di cartone, un po lisa, con due nastrini scoloriti.

La curiosità batte lapatia: scioglie i nodi. Dentro ci sono ordinati una serie di fogli scritti a mano. Non sono buste: solo lettere sciolte. La calligrafia, ordinata e decisa, è quella di zio Cosimo.

Prende il primo foglio.

«Cara Liduccia,
Sono passati già tre mesi da quando te ne sei andata. Mi sembra impossibile. Oggi sono stato alla Facoltà, tutto mi parlava di te. Un vuoto enorme. Mi sono comportato da stupido, da bambino orgoglioso. Non dovevo lasciarti andare dopo quel litigio. Non so dove sei adesso. La tua amica mi ha detto solo che siete partiti e nulla più. Ti sto scrivendo nel vuoto, lo so. Ma non posso farne a meno. È tutto ciò che mi tiene in piedi. Tuo Cosimo».

Martina resta impietrita. Aveva sempre pensato a zio Cosimo come a uno strano solitario. E invece quanta sofferenza, quanta dolcezza. Prende unaltra lettera. E unaltra ancora. Sono tutte datate 1972. La storia si ripete: incontro, amore, lite furibonda per una sciocchezza (non aveva voluto conoscere i genitori di lei per chiedere la loro benedizione al matrimonio, aveva paura della responsabilità), la fuga di Lidia con la famiglia in un luogo ignoto. Lui non sapeva dove scriverle e riempiva fogli che non avrebbe mai spedito. In ognuno, una promessa damore eterno.

«Lida, ti cercherò. E se non ti troverò, amerò solo te. Per tutta la mia vita».

E, a quanto sembra, mantenne la promessa. Vecchio scapolo, morte solitaria.

Martina scoppia a piangere, senza nemmeno capire perché. Le fa male pensare a quelluomo. Ma improvvisamente nasce in lei unidea strana, quasi follia: e se Lidia fosse ancora viva? Trovarla. Dirle che era stata amata e ricordata per tutta una vita.

È qualcosa di concreto, un obiettivo che momentaneamente le spegne la paura. Le dà la possibilità di rimediare a un antico errore.

La mente si mette in moto. Nessun indirizzo, nessun cognome. Rilegge e rilegge le lettere. In una trova un indizio: «Ricordi quando passeggiavamo nel parco vicino al Palazzo dei Ragazzi? Ridevi sempre di quei leoni di pietra davanti casa tua in Viale Gramsci».

Viale Gramsci. Palazzo dei Ragazzi. Martina prende il suo vecchio smartphone e cerca online. Trova. Foto di vecchi palazzi. Alcuni edifici anni 50 con i leoni di gesso. Ma non basta. Serve il nome.

Si rimette a frugare in casa. In camera da letto, nel comodino vicino al letto, trova un album fotografico dalla copertina di pelle. Un giovane Cosimo, biondo scuro, volto aperto. E su molte foto cè lei: una ragazza dai capelli scuri in due trecce e occhi sorridenti. Sul retro di una foto di gruppo, la scritta: «Gruppo E-2, Politecnico, 1971. Lidia G., Cosimo, Sergio».

«Lidia G.». Soltanto uniniziale. Ma qualcosa.

S’infila allora nei social e tra i forum di ex studenti, negli archivi digitali. Cerca con Lidia, G, anno di nascita tra il 1950 e il 1952 e la città. Scopre, in un forum di ex-politenici: «Mia madre, Lidia Giovannetti (nata Gorini), si è laureata al serale nel 1973…»

Gorini. Lidia Gorini. Politecnico. Tutto tornava. Da sposata: Giovannetti.

Cerca Lidia Giovannetti Gorini. E trova una notiziola su una testata locale per la festa della donna, con foto. Una signora anziana, capelli grigi tirati, occhi intelligenti e gentili. Martina confronta la foto con quella dellalbum: sì, è lei. Le linee del volto cambiate dagli anni, ma lo sguardo è lo stesso: limpido.

Nellarticolo cè scritto che Lidia abita a Solarolo e collabora con i volontari della parrocchia.

Martina sente il cuore galoppare. Serve lindirizzo preciso! Chiama il comune, si finge operatrice sociale che deve consegnare una pergamena, e scopre facilmente via e numero civico.

Non ricorda nemmeno come si è preparata. Mette la cartellina con le lettere nella borsa, una bottiglia dacqua, e corre alla stazione. La strada sembra interminabile. Mille scenari le passano davanti agli occhi: E se non la volesse vedere? Se pensasse a una truffa?

Solarolo la accoglie con silenzio e profumo di fiori di melo. La casa con il numero giusto ha un giardino curato, cancello verde, e splendide rose. Martina inspira a fondo, sente le gambe molli, poi preme il campanello.

Apre proprio Lidia Giovannetti. Dal vivo sembra ancora più fragile e anziana che in fotografia.

Sì? la voce è calma, ma sospettosa.

Buongiorno, signora Lidia Giovannetti? la voce di Martina trema.

Sì. E lei chi è?

Mi chiamo Martina. Sono la nipote di Cosimo Rossi.

La reazione è immediata. La mano della donna si aggrappa al cancello, le dita si fanno bianche. Il viso si deforma per un attimo in una smorfia di dolore e incredulità.

Cosimo? lo sussurra così piano che Martina fatica a sentirlo. Quale Cosimo?

Cosimo Rossi. È è venuto a mancare. Un mese fa.

Lidia si sposta, muta, fa cenno di entrare. Martina la segue, attraversa il cortile, arriva in una casa accogliente e semplice. La padrona siede in poltrona, le mani tremano leggermente.

È morto guarda nel vuoto. Io… mi domandavo spesso, a volte cercavo notizie, necrologi… Se il mio Cosimo fosse ancora vivo.

«Il mio Cosimo». Davanti a quelle parole, anche il cuore di Martina si stringe.

Signora Lidia, lui non lha mai dimenticata.

La donna le lancia uno sguardo in cui brilla una fiamma dolente, quasi collerica.

Come lo sa?

Ho trovato questo Martina porge la cartellina . Le scriveva. Tutti questi anni. Erano tutte nel suo cassetto.

Lidia prende la cartellina come fosse vetro sottile. A fatica scioglie i nastrini, estrae la prima lettera e legge. Legge a lungo, in silenzio. Poi dalla guancia le riga una lacrima, poi unaltra. Non le asciuga.

Sciocco, sciocco ragazzo sussurra. Perché? Perché farsi tanto male?

Lha amata, dice piano Martina. Non ha mai sposato nessuno.

Lo so, Lidia la guarda con occhi rossi. Avevo saputo qualcosa quindici anni fa. Incontrai una collega delluniversità. Mi disse che era rimasto solo. Non ho avuto il coraggio di scrivergli. Mi vergognavo. Avevo paura.

Vergogna? Martina non capisce.

Quandero partita, credevo che non mi volesse, che non mi amasse. Ma io… tace, stringendo fra le mani la lettera. Ero incinta, Martina.

Martina resta pietrificata.

Come?

Sì. Al secondo mese, non avevo il coraggio di dirglielo. Dopo il litigio, pensai che avrebbe avuto paura, sarebbe fuggito. Così me ne andai io, prima. Con i miei genitori. Poi nacque mio figlio.

Un silenzio pesante scende nella stanza. Martina sente il sangue che le defluisce dal volto.

Mi sta dicendo che zio Cosimo aveva un figlio?

Lidia annuisce guardando fuori dalla finestra.

Alessandro è cresciuto bene. Mi sono sposata. Mio marito Nicola lui sapeva tutto. Ha accolto me e il bambino. Gli ha dato il suo cognome, lo ha amato come un vero padre. Ma Cosimo la voce le trema ancora Cosimo è rimasto qui, si tocca il petto. Per tutta la vita. Non lho mai dimenticato. E Alessandro ha sempre saputo da chi era figlio.

Martina cerca di assimilare la valanga di informazioni. Ha un fratello, un vero fratello di sangue.

E Alessandro, dove vive ora?

È un chirurgo, Lidia sorride piena di orgoglio e nostalgia Molto stimato. Ha una sua clinica qui in città. Si chiama Medart, forse ne hai sentito parlare? È specialista in chirurgia vascolare…

Dun tratto si blocca e fissa Martina con aria materna.

Bimba mia, sei pallida come un lenzuolo. Ti senti bene? Sei malata?

Quellaffettuoso bimba mia è così caldo, così sincero, che Martina cede. Non voleva raccontare nulla, ma le parole scappano da sole. Racconta tutto: i giramenti di testa, il terribile verdetto dellaneurisma, la cifra spropositata detta dalla dottoressa, la disperazione per la lista dattesa.

Lidia ascolta senza interrompere, il volto che si fa sempre più determinato. Quando Martina finisce, la signora si alza e compone un numero fisso.

Sandro? dice subito Vieni subito da me. No, sto bene. Sta succedendo qualcosa di straordinario. Devi conoscere tua sorella.

Si vedono dopo nemmeno due ore. Alla porta appare un uomo alto, distinto, occhiali e abito sobrio ma di classe. Sui quarantacinque, ha gli stessi occhi grigio-azzurri e i capelli castani che aveva da giovane zio Cosimo nelle foto.

Mamma, che è successo? la voce è bassa e tranquilla, ma lo sguardo è apprensivo. Nota Martina.

Sandro, questa è Martina. Martina, si ricompone Lidia è la figlia del fratello di tuo padre. Tua cugina.

Alessandro si immobilizza, lo sguardo corre sul volto pallido di Martina, sulla cartella sul tavolo, su sua madre.

Mio padre Cosimo Rossi? scandisce.

Sì, dice Martina dondolando la testa. Ho anche sue fotografie.

Gli porge il telefono con le pagine dellalbum fotografato. Alessandro lo sfoglia lentamente. Ha il volto impassibile, ma Martina vede le mascelle serrate.

Non si è sposato mai? chiede quasi a fior di labbra.

No, Martina abbassa la testa.

Alessandro la fissa con occhi profondi.

Mia madre dice che stai male.

Martina annuisce, sta per scoppiare. Lidia riassume in breve la diagnosi.

Hai le lastre? I referti? domanda Alessandro, ora con tono professionale.

Martina li porge. Alessandro li legge attentamente sotto la lampada. Controlla ogni dettaglio, infine posa i fogli.

Lintervento è urgente. Non si può aspettare.

Lo so, sussurra Martina. Non ho abbastanza soldi…

Domani mattina alle nove vieni in clinica da me la interrompe Alessandro. Ti manderò lindirizzo. Fai tutti i prelievi e le analisi, poi ti opero io personalmente dopodomani.

Ma io non posso pagare balbetta Martina, arrossendo.

Alessandro la guarda e nei suoi occhi si accende qualcosa di tenero, quasi paterno.

Martina, ascoltami bene. Io ho tutto: una clinica, soldi a sufficienza. Tu ormai sei la mia famiglia. Fa una breve pausa. Per la famiglia non esiste il verbo pagare. Chiaro?

Martina non trova le parole, riesce solo a fare cenno di sì mentre le lacrime le corrono silenziose sulle guance. Non è solo fortuna. È una salvezza che viene dal passato, da un amore rimasto acceso per cinquantanni.

Lidia si avvicina e la stringe forte, con un affetto tutto materno.

Ora è finita, bambina. Andrà tutto bene, poi si volta al figlio: Sandro, Martina starà qui da noi dopo lospedale? Posso occuparmene.

Certo, mamma, sorride Alessandro. In quel sorriso cè tanto sollievo e tanto amore che Martina capisce pienamente: ora fa parte anche lei di questa famiglia.

Guardandoli il fratello saldo e gentile, la madre finalmente in pace dopo una vita di tormento Martina sente lo spavento sciogliersi, lasciando il posto a una sicurezza nuova, bella e desiderata: non è più sola. Per lei, la vita ricomincia davvero ora.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 + three =

Ti amerò per sempre.