Ti amerò per sempre.

Ti amerò sempre.

Ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui, a fatica, raggiunsi la casa in via Garibaldi, appoggiandomi ai muri del vecchio palazzo milanese, le gambe tremanti e la testa così leggera che davanti agli occhi danzavano ombre scure. Frugavo nella borsa alla ricerca delle chiavi, mentre nella mente mi rimproveravo aspramente per quella crisi di panico nello studio del dottore. Ma come si poteva non farsi travolgere dallangoscia?

La dottoressa Antonella Ivani, una donna minuta e composta, aveva posato le lastre della risonanza magnetica sulla scrivania con aria impassibile e mi aveva guardato con serietà:

«Signorina Maria Bianchini, la situazione è grave. Si tratta di un aneurisma. La parete del vaso è sottile come un velo di seta, fragile come un palloncino che può scoppiare con il minimo stress o pressione. Lintervento è urgente. Aspettare il posto in convenzione è come giocare alla roulette russa. Non possiamo sapere se ci sarà tempo.»

«E… se lo facessi privatamente?» domandai con un filo di voce, torcendo il manico della borsa tra le mani sudate.

La cifra che disse aveva il sapore di una sentenza. Non avrei mai potuto permettermela. Dopo la morte di mia madre erano rimasti solo debiti, uno stipendio risicato da bibliotecaria del quartiere e la solita lotta con laffitto. Persino vendendo un rene non ne sarebbero usciti tanti euro.

«Cerchi di aspettare notizie per il posto convenzionato» concluse dolcemente la dottoressa Ivani. «E mi raccomando: niente agitazioni. Riposo assoluto.»

Ma che riposo? Avrei voluto urlare, ma mi limitai ad annuire e andarmene, sentendo le gambe cedere.

Poi, rientrata nellappartamento che avevo ereditato da zio Vittorio il fratello di mio padre, solitario e strampalato appoggiandomi esausta alla porta, cercai di riprendere fiato. Quelle tre stanze, stipate di oggetti appartenuti a generazioni, per alcuni sarebbero state una miniera dantiquariato; per me solo un altro fastidio.

Devo fare ordine, pensai, aggirandomi tra le montagne di suppellettili. Vendere qualcosa. Il vecchio mobile bar, la credenza Raccogliere almeno i primi soldi per la clinica.

Non potevo restare ad aspettare che quella bolla in testa decidesse da sé quando scoppiare. Dovevo agire. Fare qualcosa. Qualsiasi cosa pur di non pensare.

Iniziai dal grande scrittoio nellampio salotto: un massiccio mobile di noce scuro, con numerosi cassetti stipati di carte. Presi un sacco dei rifiuti e iniziai a buttare via vecchie bollette degli anni Ottanta, vecchi manuali per ferri da stiro ormai defunti, ricevute che avevano superato da un pezzo la loro utilità.

Agivo in automatico, come se lazione potesse salvarmi. Pian piano anche il dolore alla testa sembrava allentarsi. Nellultimo cassetto, dietro una pila di Gazzette dello Sport ingiallite, le dita urtarono qualcosa di rigido: una vecchia cartelletta consumata, legata con nastrini scoloriti.

La curiosità vinse lapatia. La aprii. Allinterno si trovavano lettere ordinate con cura, senza buste, solo fogli fitti e regolari. Una calligrafia maschile, diritta, che riconobbi subito: quella di zio Vittorio.

Presi il primo foglio.

«Cara Lidia,
sono già passati tre mesi da quando sei partita. Non riesco ad abituarmi. Oggi sono passato dal Politecnico e tutto mi parlava di te. Vuoto. Sono stato insopportabile, orgoglioso. Non avrei dovuto lasciarti andar via dopo quel litigio. Non so dove ti trovi ora. La tua coinquilina mi ha solo detto che siete partiti, nientaltro. Scrivo come nel vuoto, ma non riesco a smettere. È la sola cosa che mi tiene in piedi.
Tuo Vittorio.»

Mi fermai con il respiro sospeso. Avevo sempre visto zio Vittorio quasi come un eremita, scontroso e distante. Eppure tra quelle righe cera una tenerezza e un dolore profondi. Lessi altre lettere, tutte dello stesso anno, il 1972: si ripeteva la storia di un amore nato alluniversità, di un litigio per una sciocchezza (aveva avuto paura di andare dai genitori di lei a chiedere la loro benedizione), poi la fuga di Lidia con la famiglia chissà dove. Non conosceva lindirizzo e scriveva lettere destinate al nulla, in cui le dichiarava un amore eterno.

«Lidia, ti cercherò tutta la vita. E se non ti troverò, nessuna prenderà mai il tuo posto.»

Aveva mantenuto la parola: scapolo fino alla fine, nessuna famiglia, una solitudine silenziosa.

Le lacrime iniziarono a rigarmi le guance. Provai una pietà struggente per quelluomo solitario, e dentro di me si accese una folle speranza: e se lei fosse ancora viva? Trovarla. Dirle che era stata amata, ricordata.

Avevo una missione. Una ragione per distrarre il pensiero dallincubo che mi divorava.

Cercai altri indizi tra le lettere. In una lessi: Ricordi quando passeggiavamo nei giardini davanti al Palazzo dei Bambini? Sorridevi sempre dei leoni di pietra allingresso di casa tua, in via Manzoni.

Via Manzoni. Il Palazzo dei Bambini. Cercai online sul mio vecchio cellulare. Trovai qualche foto di edifici depoca con decori di leoni. Ma serviva il nome completo.

Frugando ancora nella camera da letto, in un comodino trovai un vecchio album fotografico. Quelle immagini in bianco e nero: un giovane Vittorio, capelli chiari e viso aperto. Su molte foto, accanto a lui, una ragazza con due lunghe trecce scure e occhi sognanti. Sul retro di una foto di gruppo lessi: Gruppo E-2, Politecnico, 1971. Lidia R., Vittorio, Sergio.

Lidia R. Solo una iniziale del cognome. Ma era già qualcosa.

Mi immersi in una vera caccia: forum, archivi universitari, vecchie liste di laureati del Politecnico di Milano. Cercai Lidia, R, anno di nascita approssimativo: 1950-1952. Incrociando le informazioni, in un forum di ex studenti trovai finalmente: Mia mamma, Lidia Ricci (poi Rossi), laureata serale nel 1973.

Lidia Ricci. Cognome da nubile. Lidia Rossi da sposata.

Cercai ancora Lidia Ricci Rossi su internet. Ecco un trafiletto in una piccola testata locale, con una foto. La si festeggiava per la Festa della Donna. Era più anziana e severa che nelle foto dun tempo, ma quegli occhi limpidi erano inconfondibili.

Nellarticolo leggevo che Lidia Rossi viveva a Solare, un paesino dellOltrepò, e collaborava attivamente con lassociazione degli ex dipendenti comunali.

Tra mille esitazioni, riuscii con una telefonata in municipio, fingendo di doverle recapitare un premio dai servizi sociali, a farmi dare la via e il numero civico.

Non ricordo quasi nulla dei preparativi. Buttai in borsa la cartelletta con le lettere e partii per la stazione centrale. Il viaggio in corriera sembrava durare ore. Immaginavo tutti gli esiti possibili. E se non mi volesse vedere? Se pensasse che fossi una truffatrice?

Solare mi accolse nel silenzio profumato di meli in fiore. La casa di Lidia, con il suo cancello verde e il giardino di rose, era la più curata della via. Ricordo ancora come tremavano le ginocchia mentre suonavo il campanello.

Aprì la porta proprio lei: capelli dargento, magra ed elegante, più fragile che in foto.

Sì? domandò con una voce controllata, quasi sospettosa.

Buongiorno, signora Lidia Rossi? risposi col fiato corto.

Sì, sono io. Lei chi è?

Mi chiamo Maria. Sono la nipote di Vittorio Bianchini.

Leffetto fu immediato. Si aggrappò allo stipite, la mano improvvisamente bianca.

Vittorio quale Vittorio?

Vittorio Bianchini. È mancato un mese fa.

Lidia si allontanò lentamente, indicando con un cenno di seguirla. Entrai nel suo salotto luminoso, immerso nel profumo di cera dapi. Lei si sedette in poltrona e rimase a lungo in silenzio.

È morto pronunciò a voce bassa. Mi sono sempre domandata. Guardavo a volte i giornali, leggevo i necrologi Se il mio Vittorio fosse ancora vivo.

Sentii un nodo stringermi la gola.

Signora Lidia, lui non lha mai dimenticata.

Lei mi rivolse uno sguardo acceso, quasi contrariato:

Come può dirlo?

Ho trovato queste e le porsi la cartelletta. Le lettere che le scriveva. Tutti questi anni. Erano chiuse nel suo scrittoio.

Lidia prese la cartella come si tiene in mano qualcosa di fragile e prezioso. Sciolse a fatica i nastri e iniziò a leggere la prima lettera. Pianse, senza vergogna, lacrime silenziose e solenni.

Sciocco Sciocco ragazzo sussurrò. Che crudeltà infliggersi tanto dolore.

La amava, dissi piano. Non si è mai sposato.

Lo so replicò, sollevando occhi lucidi. Una quindicina danni fa mi informai, per caso, tramite una vecchia amica. Sapevo che era rimasto solo. Non ho avuto il coraggio di farmi viva. Mi vergognavo. Avevo paura.

Vergogna? chiesi, incredula.

Sì. Me ne andai allora perché pensavo che non volesse una famiglia e io si interruppe, stringendo il foglio tra le mani. E io aspettavo un figlio, Maria.

Mi bloccai, incredula.

Cosa?

Sì. Ero al secondo mese e non sapevo come dirglielo. Dopo quel litigio ho pensato che mi avrebbe respinta, sarebbe fuggito, così ho fatto io la prima a fuggire, con i miei genitori. Nacque un figlio.

Caddi in un silenzio attonito. Non riuscivo a parlare.

Quindi zio Vittorio ha un figlio? chiesi pianissimo.

Lidia annuì, lo sguardo perso fuori dalla finestra.

Alessandro è cresciuto benissimo. Mi sono sposata con Nicola, un uomo buono che ha accettato me e il mio bambino come suoi. Gli ha dato il suo cognome, lha amato come figlio suo. Ma Vittorio lui è rimasto sempre qui e si portò il pugno al cuore. Alessandro ha sempre saputo la verità. Non gli ho nascosto chi fosse il padre biologico.

Mi sentivo stordita: avevo un fratello. Un fratello vero, di sangue.

E Alessandro, dovè adesso?

È un chirurgo, sorrise tra le lacrime con fierezza. Ha una clinica tutta sua in città, Medisole, forse lhai sentita. È un luminare della chirurgia vascolare

Si voltò di colpo verso di me, con uno sguardo da vera madre premurosa.

Bambina, ma sei pallidissima. Stai male? Hai bisogno di aiuto?

Quellaffettuoso bambina così sincero mi spezzò le ultime difese. Raccontai tutto: dei giramenti di testa, dellaneurisma, della cifra impossibile detta dal medico, della mia disperazione davanti allattesa della mutua.

Lidia ascoltò in silenzio, il volto sempre più determinato. Alla fine si alzò decisa, prese il telefono fisso e compose un numero.

Ale, puoi venire subito da me? Sì, sì, sto bene. Ma è accaduto un miracolo. Devi venire, figlio mio. Devi conoscere tua sorella.

Lincontro avvenne dopo unora e mezza. Si presentò un uomo alto, asciutto, elegantissimo, ma senza ostentazione. Avrà avuto quarantacinque anni, e i suoi occhi grigi, i capelli castani con qualche filo dargento ricordavano quelli visti nelle foto di zio Vittorio.

Mamma, che succede? chiese, inquieto, fissando la mia figura smarrita e la cartella delle lettere sul tavolo.

Alessandro, lei è Maria. Maria si fece coraggio e scandì bene figlia del fratello di tuo padre. È tua cugina.

Alessandro restò immobile. Guardò il mio viso pallido, poi le lettere, infine la madre.

Mio padre davvero era Vittorio Bianchini? disse lentamente.

Sì, confermai. Ho anche sue foto.

Gli mostrai gli scatti del vecchio album fotografico dal cellulare. Li osservò con attenzione, il volto rigido. Poi chiese, quasi in un sussurro:

Non si è mai sposato?

Mai, risposi.

Alzò gli occhi su di me, uno sguardo intenso:

Mamma mi ha detto che sei malata.

Annuii, la gola secca. Lidia aggiunse a voce bassa la diagnosi.

Hai gli accertamenti? domandò Alessandro, con tono da medico.

Trassi i documenti dalla borsa. Li prese e, sotto la luce della lampada, li esaminò con cura. Lesse ogni dettaglio, poi lasciò il fascicolo.

Serve operare subito dichiarò. Ogni attesa è un rischio mortale.

Lo so bisbigliai ma i soldi

Domani mattina alle nove presentati nella mia clinica mi interruppe. Ti faranno gli esami necessari. Dopodomani ti opero io.

Ma non posso permettermelo iniziavo a dire, arrossendo.

Alessandro mi fissò, stavolta con tenerezza paterna:

Maria, ascoltami. Io ho tutto quel che serve: clinica, denaro. E tu, adesso, sei la mia famiglia. Fece una pausa Non esiste il concetto di pagamento, per la famiglia. È chiaro?

Non riuscii a rispondere, se non con le lacrime che scorrevano da sole. Non era solo fortuna. Era un miracolo che arrivava dal passato, da un amore mai dimenticato in cinquantanni.

Lidia mi abbracciò forte, come una madre.

Andrà tutto bene, bambina. Poi guardò il figlio: Ale, lei resta qui con noi dopo loperazione. Mi prenderò cura di lei.

Certo, mamma rispose lui, e il suo sorriso traboccava finalmente di pace.

In quel momento, osservandoli insieme lui serio e premuroso, lei serena dopo una vita di rimorso sentii svanire la paura che mi aveva accompagnata fino allora. Al suo posto, una forza nuova, calorosa e mai avuta: non ero più sola. E ora la vita, per me, ricominciava davvero.

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