Ti amerò per sempre.

Amerò sempre te.

Oggi ho fatto una fatica immensa ad arrivare a casa. Mi reggevo ai muri del pianerottolo, il cuore in gola e la testa che mi girava così forte da farmi vedere macchie nere davanti agli occhi. Mentre cercavo disperatamente le chiavi nella borsa, odiavo me stessa per essermi fatta prendere dal panico nellambulatorio della dottoressa. Ma come si fa a non andare in crisi?

La dottoressa Bianchi, seduta composta e quasi distaccata, aveva lasciato le lastre della risonanza magnetica sul tavolo. «Signorina Maria Bellini, la situazione è grave. Unaneurisma. La parete del vaso sanguigno è sottile come un velo. Immagini un palloncino che può scoppiare da un momento allaltro. Qualsiasi stress, un colpo di pressione… Serve un intervento urgentissimo. Aspettare la sanità pubblica? È una roulette russa. Non sappiamo quanto tempo le resta.»

«E… se facessi tutto privatamente?» balbettai, stritolando la tracolla della borsa tra le mani sudate.

La cifra che disse mi sembrò una sentenza: ventiduemila euro. Roba che nella mia vita da bibliotecaria, tra debiti e la miseria lasciata dalla morte della mamma, non avrei mai potuto permettermi. Avrei potuto vendere un rene, ma forse non sarebbe bastato nemmeno quello.

«Aspetti notizie dalla ASL per la convenzione», sospirò dolcemente la dottoressa. «E cerchi di stare tranquilla. Riposo assoluto.»

«Riposo?!» Avrei voluto gridare. Ma annuii soltanto e uscii, le gambe molli come burro.

Quando mi sono trovata appoggiata al portone di casa zio Carlo, cercavo solo di respirare. Questo era tutto ciò che avevo ereditato. Zio Carlo, vecchio solitario e strambo fratello di papà, mi aveva lasciato dopo la sua silenziosa morte questa casa a tre stanze straripante di cianfrusaglie. Qualcuno ci avrebbe scovato antichità da rivendere, per me era solo fonte di ansie.

«Devo sistemare tutto», pensavo aggirandomi tra le stanze stipate, «vendere qualcosa, magari il vecchio mobile in noce o la credenza. Raccattare qualcosa per la prima rata della clinica».

Restare lì ferma, ad attendere che il palloncino scoppiasse nella mia testa, mi faceva impazzire. Avevo bisogno di agire. Qualsiasi cosa, pur di distogliere la mente.

Ho iniziato dalla scrivania in soggiorno. Una massa di legno massiccio, cassetti pieni fino allorlo di carte. Ho preso un sacco della spazzatura e sono partita. Bollette degli anni 90? Sacco. Vecchie fatture? Sacco. Libri di istruzioni di elettrodomestici ormai spariti in discarica? Ancora sacco.

Meccanica, quasi senza pensieri, solo per muovermi. Il dolore in testa piano sfumava. Finché, nel cassetto più basso, sotto una pila di giornali ingialliti come LUnità, le dita hanno urtato qualcosa di duro. Ho tirato fuori una vecchia cartellina di cartone consunta, legata da due nastrini scoloriti.

La curiosità ha vinto la mia apatia. Ho sciolto i nastri. Dentro cera una pila ordinatissima di lettere niente buste, semplici fogli scritti con calligrafia decisa, maschile. Il carattere era quello di zio Carlo.

Ho letto la prima.

«Cara Lucia,
Sono passati tre mesi da quando sei andata via. Non mi abituo alla tua assenza. Sono passato alluniversità oggi e tutto mi ricordava te. Il vuoto. Sono stato un arrogante, uno sciocco. Non dovevo lasciarti andare dopo quel litigio. Non so dove sei ora. Tua madre, quando sono passato, mi ha detto solo che siete partiti, nientaltro. Ti scrivo nel vuoto, ma non posso farne a meno. È lunica cosa che mi tiene in vita.
Tuo Carlo.»

Mi sono bloccata. Avevo sempre pensato a zio Carlo come a un uomo asciutto, distaccato. Ma qui… tutto il suo dolore, tutta la sua dolcezza. Ho letto la seconda, e poi la terza. Erano tutte del 1972. Ad ogni lettera si ripeteva la storia: lincontro, lamore, una lite feroce per una sciocchezza (non aveva voluto incontrare i genitori di lei per chiedere la mano, spaventato dalle responsabilità), la partenza di Lucia con la famiglia per un luogo imprecisato. Non aveva indirizzo e le scriveva lettere che non poteva spedire, giurando amore eterno.

«Lucia, ti cercherò. E se non riuscirò a trovarti, io amerò solo te, per tutta la vita.»

A giudicare dalla sua vita, aveva mantenuto la promessa. Vecchio scapolo, morto solo.

Le lacrime mi sono scese senza controllo. Ho provato una tenerezza struggente per quelluomo. E in quella tenerezza è nata unidea assurda, ossessiva. E se… Se fosse viva ancora? Trovarla. Raccontarle che era stata amata, che il suo ricordo era rimasto.

Avevo una missione reale, una meta che faceva sembrare ridicolo ogni altro pensiero. Era la possibilità di rimediare a un vecchio errore.

Ho ricominciato da capo con le lettere. Nessun indirizzo. Nessun cognome. Ma in una cera unindicazione: «Ti ricordi quando passeggiavamo nel parco davanti al Palazzo dei Ragazzi? Ridevi sempre dei leoni di pietra vicino al portone del tuo palazzo in via Verdi.»

Via Verdi. Palazzo dei Ragazzi. Ho preso in mano il mio telefono sgangherato e cercato tutto su Google. Ho ricavato qualche foto di vecchi palazzi con decorazioni simili a leoni. Ma non bastava. Serviva un nome.

Ho frugato tutto lappartamento. In camera, nel comodino, ho trovato un album di foto, copertina di pelle liscia. Zio Carlo giovane, castano chiaro, faccia aperta. In molte foto cera lei: una ragazza con due trecce scure e occhi luminosi. Sul retro di una foto di gruppo, era scritto in penna: «Gruppo E-2, Politecnico, 1971. Lucia G., Carlo, Sergio».

«Lucia G.». Solo una lettera! Era qualcosa.

È iniziato uno spietato lavoro di ricerca digitale. Ho cercato in database, forum degli ex studenti, archivi dei social. Ho inserito Lucia, G (che il cognome iniziasse per quella lettera), anno di nascita 1950-52. Città. Ho cercato riferimenti a cognomi da ragazza.

Finché, ecco la fortuna! Su un forum di storia locale in una discussione sugli ex diplomati, leggo: Mia madre, Lucia Giordani (oggi Grimaldi), si è laureata al serale nel 1973…

Giordani. Lucia Giordani, Politecnico. Tutto tornava. Da sposata: Grimaldi.

Ho cercato Lucia Grimaldi. Cera! Articoletto su un giornale locale per l8 marzo, con tanto di foto. Una signora anziana, capelli bianchissimi, occhi intelligenti e gentili. Dallalbum, il volto giovane di Lucia: lo stesso sguardo limpido.

Nellarticolo si spiegava che Lucia Grimaldi viveva a Colleverde e partecipava al centro anziani.

Il cuore batteva allimpazzata. Lindirizzo! Serviva quello. Ho chiamato lufficio comunale. Mi sono finta assistente sociale, dicendo che avrei dovuto consegnare un attestato. Così, facilmente, ho saputo la via e il numero.

Non ricordo nemmeno come ho preparato la borsa. Ho preso la cartellina con le lettere, una bottiglia dacqua e sono volata alla stazione dei pullman. Durante il viaggio, mi sono passati per la mente mille ipotesi. E se non mi avesse nemmeno fatto entrare? Se pensasse fossi una ladra?

Colleverde mi ha accolta con il profumo dei meli in fiore. La casa era ordinata, il giardino pieno di rose. Mi tremavano le gambe mentre suonavo il campanello.

Lucia Grimaldi mi ha aperto il cancello. Ancor più minuta, fragile, rispetto alla foto.

Sì? voce cauta ma cordiale.

Buongiorno, signora Lucia? Sentivo la voce incrinata.

Sì. E lei chi è?

Mi chiamo Maria. Sono… la nipote di Carlo Bellini.

La reazione fu immediata. La mano sulla maniglia tremava, le dita divennero bianche. Il viso serio si mutò in smorfia di dolore e incredulità.

Carlo? sussurrò appena.

Carlo Bellini. È… venuto a mancare. Un mese fa.

Lucia indietreggiò come in trance, facendo segno di entrare. Ho attraversato il giardino, accolta nel salotto ordinato. Lei si sedette pesantemente in poltrona, la mano ancora tremante.

È morto… guardava il vuoto. E io… Io ogni tanto guardavo ancora i necrologi, i giornali… Se il mio Carlo fosse vivo.

Quelle parole mi trafissero il cuore.

Signora Lucia, non vi ha mai dimenticata.

Lei mi fissò, nei suoi occhi un lampo di incredulità, se non rabbia.

Come può dirlo?

Ho trovato questo le passai la cartellina. Le scriveva. Sempre. Negli anni. Erano nel suo scrittoio.

Lucia la prese come se tenesse tra le mani qualcosa di prezioso e al contempo pericoloso. Sciolse i nastri con fatica. Lesse la prima lettera, poi la seconda. Rimase assorta nei fogli, silenziosa. Una lacrima, poi laltra, senza cercare di respingerle.

Sciocco, sciocco ragazzo, sospirò appena Come si fa? Perché tormentarsi così?

La amava, mormorai appena. Non si è mai sposato.

Lo so, disse guardandomi con occhi lucidi. Quindici anni fa lo seppi per caso. Unex compagna mi disse che era rimasto solo. Non ho avuto il coraggio di cercarlo. Era troppo tardi. Mi vergognavo.

Si vergognava? chiesi stupita.

Ero partita via, perché pensavo di non essere amata. Carlo… non voleva una famiglia, così credevo io. Ma… strinse tra le mani un foglio. Ma io ero incinta, Maria.

Restai senza parole.

Cosa?

Sì. Al secondo mese, non avevo il coraggio di dirglielo. Dopo il litigio temevo che avrebbe avuto paura, sarebbe scappato. Allora sono scappata io, con i miei genitori. Ho avuto un figlio.

La stanza si è riempita di silenzio. Mi sentivo svenire.

Zio Carlo ha un figlio? sussurrai.

Lucia annuì guardando il giardino.

Alessandro è diventato un uomo meraviglioso. Mi sono sposata. Mio marito Nicola… sapeva tutto. Mi ha preso con il bambino. Mi è stato vicino sempre. Per Alessandro è stato un padre vero. Ma Carlo… le tremò la voce, Carlo era qui, serrò il pugno sul petto. Sempre. Non lho mai dimenticato. E Alessandro sa di chi è veramente figlio.

Assorbivo tutto, silenziosa. Avevo un fratello. Un cugino di sangue.

E Alessandro… ora dovè?

È chirurgo ammirazione e malinconia insieme. Conoscerai la clinica San Giorgino? È sua. Si occupa di chirurgia vascolare…

Si zittì allimprovviso, scrutandomi come farebbe solo una madre.

Cara, sei pallidissima. Ti senti male? Ti vedo sofferente.

Quel tenero cara mi sciolse. Non riuscivo a trattenermi. Le raccontai tutto. Le vertigini, la diagnosi atroce di aneurisma, la cifra impossibile citata dal medico, lattesa angosciante del posto in ospedale.

Lei ascoltò senza interrompere. Poi, risoluta, si alzò, prese il telefono fisso e compresse un numero.

Alessandro? Devi venire subito da me. No, io sto bene. Ma è successa una cosa incredibile. Un vero miracolo. Vieni, tesoro. Devi conoscere tua sorella.

Lincontro avvenne dopo unora e mezza. In casa entrò un uomo alto, elegante, educato, forse sui quarantacinque, occhi grigi penetranti come quelli del giovane zio Carlo nelle foto, capelli castano chiaro brizzolati.

Mamma, che succede? voce calma ma preoccupata, e mi guardò.

Alessandro, lei è Maria. Lucia si impose di essere chiara. Figlia del fratello di tuo padre. Tua cugina.

Alessandro restò interdetto. Lo sguardo corse dal mio viso pallido alla cartellina di lettere, al volto di sua madre.

Mio padre… Carlo Bellini? scandì piano.

Sì, annuii, ho le sue foto.

Gli mostrai il telefono con le immagini dellalbum. Guardò a lungo, taciturno. Felice? Commosso? Era imperscrutabile, ma vidi la mascella irrigidirsi.

Non si è mai sposato? chiese a mezza voce.

Mai, dissi di nuovo.

Mi fissò intensamente.

Mia madre dice che sei malata.

Annuii sentendo la gola stringersi. Lucia spiegò la diagnosi con poche parole.

Ci sono i referti? domandò con tono da medico.

Senza fiatare, tirai fuori dalla borsa la cartellina dei miei documenti sanitari. Li lesse tutti con attenzione. Alla fine, pose la cartellina sul tavolo.

Lintervento va fatto subito, sentenziò. Aspettare significa rischiare la vita, davvero.

Lo so, tartagliai, ma i soldi…

Domani mattina alle nove presentati in clinica. Riceverai tutte le analisi e verrai preparata per lintervento. Dopodomani, opero io.

Non posso… pagare… sentii la vergogna bruciarmi la faccia.

Alessandro mi guardò. Dimprovviso, nei suoi occhi, cera un calore incredibilmente familiare.

Maria, ascoltami bene. Io ho tutto: clinica, soldi. E tu, ora, sei la mia famiglia. Una pausa. In famiglia la parola pagare non esiste. Chiaro?

Non riuscivo neanche a parlare, solo annuire mentre le lacrime mi scendevano da sole. Non era solo fortuna, era salvezza. Venuta dal passato, dallamore di quasi mezzo secolo fa.

Lucia mi abbracciò stretta, materna.

Andrà tutto bene ora, tesoro. Poi guardò il figlio. Alessandro, resta da noi almeno finché non si sarà ripresa? Starà qui, la curo io.

Certo, mamma, e nella sua voce cera tanta pace, che capii, finalmente, di far parte davvero di questa famiglia.

Guardandoli il fratello serio, la donna che aveva finalmente la pace negli occhi ho sentito che la mia paura si allontanava. La sostituiva una sicurezza nuova, inaspettata, bellissima: non sono più sola. E davanti a me cè ancora vita.

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