Mi rido dentro, ma il cuore è un tamburo di piombo. Sono seduta sul divano del nostro piccolo appartamento a Rimini, dove il sole filtra attraverso le persiane e accarezza le foto di famiglia appese al muro. Paolo, mio marito, legge il giornale ignaro della tempesta che si avvicina a me. Stringo il cellulare, le dita tremano.
«Graziana, che cosa stai dicendo?» sussurro, cercando di non tradire il terrore che mi si è stretto nello stomaco.
Dall’altra parte della linea sento solo il suo respiro affannoso. «Mamma, non ce la facciamo più. Le bollette salgono, la scuola di Matteo costa una fortuna, e noi, Marco e io, lavoriamo come matti ma non basta mai. E tu… tu sei sempre fuori, nei centri benessere, pranzi fuori casa…»
Il fiato mi manca. Guido lo sguardo di Paolo, che alza gli occhi dal giornale e mi fissa preoccupato. «Che succede?» chiede a bassa voce.
Non rispondo subito. Dentro di me scoppia una lotta tra il desiderio di aiutare la figlia e il bisogno, finalmente, di pensare a me stessa. Dopo quarant’anni di malattie, notti insonni e di lotta per far quadrare il bilancio, ora che la pensione ci permette qualche piccolo lusso, mi chiedo se è giusto rinunciare a questi piccoli piaceri.
«Graziana, sai che se possiamo aiutarti lo faremo…» mi interrompe, la voce spezzata. «Mamma, non è solo questione di soldi! Mi sento sola. Ho bisogno di te, di più tempo, di più presenza… eppure sembra che tu continui a scappare.»
Resto in silenzio, sento il peso delle sue parole schiacciarmi il petto. Paolo mi prende la mano, cerca il mio sguardo. «Dille che domani andiamo a trovarla», sussurra.
Annuisco lentamente. «Graziana, domani verremo a pranzo da te. Parleremo con calma.»
Lei sospira, quasi sollevata. «Va bene. Grazie.»
Quando riaggancio, un vuoto. Paolo mi stringe forte. «È ingiusto», mormora nell’orecchio. «Abbiamo dato tutto. Ora non possiamo neanche goderci un po’ la vita?»
Mi allontano di un passo e guardo nei suoi occhi azzurri, segnati da piccole lentiggini. «Forse abbiamo sbagliato qualcosa…»
Lui scuote la testa. «Abbiamo fatto il nostro dovere.»
Quella notte non riesco a dormire. Ricordo l’infanzia di Graziana: correvamo nel parco, facevamo i compiti insieme al tavolo della cucina, ridevamo al mare con pochi soldi ma tanta felicità. Quando ha iniziato a sentire che non era più abbastanza? Quando ho smesso di essere il suo rifugio?
Il giorno dopo arriviamo a casa loro con una torta fatta in casa e un sorriso forzato. Graziana ci accoglie con gli occhi pieni di lacrime, Marco stringe le mani in silenzio. Matteo corre verso di noi: «Nonna! Nonno!»
Durante il pranzo l’atmosfera è tesa. Marco parla poco, Graziana tenta di essere cortese ma lancia occhiate critiche di tanto in tanto.
A un certo punto Marco esplode: «Non ci servono i vostri soldi, ma almeno un po’ di comprensione! È come se tutto il peso fosse sulle nostre spalle.»
Paolo resta immobile: «Siamo sempre stati lì! Ora però dobbiamo pensare anche a noi.»
Graziana ribatte: «Allora perché, quando chiediamo aiuto, diventa un fardello per voi? Non capite che siamo esausti?»
Mi sento schiacciare da tutti i lati. Vorrei urlare che anch’io sono stanca, che merito un po’ di tregua dopo una vita di sacrifici. Ma vedo la disperazione negli occhi della figlia e il mio cuore si spezza.
«Forse vi siete create l’idea che non ci importi più», sussurro. «Ma non è vero. Vogliamo solo respirare un po’.»
Il pranzo si chiude in silenzio. Torniamo a casa con il senso di una sconfitta.
Nei giorni successivi Paolo si chiude in sé. Non parla più dei viaggi o delle cene fuori. Io, trascorro le giornate a pensare a come aiutare Graziana senza annientare me stessa.
Una sera mi chiama la sorella Lucia, che vive a Bologna. «Ho sentito da Graziana che siete in crisi», mi dice.
«Non so più cosa fare», ammetto tra le lacrime. «Mi sento egoista a pensare a me, ma se rinuncio a tutto per loro mi sembra di morire.»
Lucia sospira: «In Italia i genitori devono essere sempre disponibili, anche quando sono al collasso. Ma chi pensa a voi?»
Resto in silenzio.
«Parlane con Paolo», continua Lucia. «E soprattutto, parla con Graziana come madre con figlia, non come un bancomat.»
Quelle parole rimangono dentro di me.
Il giorno dopo invito Graziana a prendere un caffè al bar sotto casa. Arriva affaticata, gli occhi stanchi.
«Mamma, scusa per ieri», dice subito.
Le prendo la mano: «Graziana, ti amo più della vita stessa. Ma anch’io sono una persona. Ho bisogno di sentirmi viva, non solo utile.»
Lei guarda in basso: «Io lo so… a volte è tutto troppo.»
«Capisco», rispondo dolcemente. «Dobbiamo trovare un equilibrio. Non sarò sempre la soluzione ai tuoi problemi, ma sarò qui accanto a te come madre.»
Parliamo a lungo, tra lacrime e sorrisi appena ritrovati.
Tornando a casa sento il peso sul petto alleggerirsi, ma mi torce ancora una domanda: dove finisce il dovere genitoriale e inizia il diritto alla felicità?
A volte mi chiedo se sia davvero egoista desiderare un po’ di pace dopo una vita di sacrifici, o se sia solo paura di perdere la nostra indispensabilità.
E voi? Pensate che la pensione spetti solo ai genitori o a tutta la famiglia?