Ti ha tirato fuori dal fango

Figlio, dimmi davvero cosa hai trovato lì dentro? la voce di Tiziana Michelina squarciò il silenzio della cucina di casa Rossi. Una ragazza di un paesino sperduto, senza istruzione, senza prospettive. Avresti potuto scegliere chiunque, ma hai portato a casa questa

Ginevra rimase immobile nella soglia del soggiorno. Il sangue le si colorò le guance, il viso ardeva di vergogna e di rabbia. Sentiva il desiderio di correre in cucina e sfogare tutto ciò che ribolliva dentro di lei. Ma era ospite in quella casa, una straniera.

Mamma, per favore arrivò la voce stanca di Alessandro. Ti avevo chiesto di non incominciare.

E che cè di così strano? Che la mamma non ha detto nulla? I fatti parlano da soli. Nicola, dillo a lui!

Ginevra si ritirò sul divano, sedendosi sullorlo. Il rivestimento morbido non le dava alcun conforto.

Si erano conosciuti sei mesi prima, alla fiera del paese, quando Alessandro era tornato al suo villaggio di Monticelli per far visita a parenti lontani. Si era innamorato di lei al primo sguardo così raccontava poi, baciandole le dita e promettendo di strapparla dal fango della sua vita, di offrirle un futuro diverso. Ginevra aveva creduto.

Nicola e Tiziana non lavevano accettata subito Dal primo istante Ginevra avvertì nei loro occhi un freddo disprezzo, il desiderio di cancellarla dalla vita del figlio. Non nascondevano il loro dissenso, non cercavano di essere gentili. A tavola rimanevano in silenzio, rivolgendosi a lei solo attraverso Alessandro, come se fosse invisibile o non comprendesse litaliano.

È solo una fase passeggera, lo capirà disse una volta Tiziana, mentre Ginevra era in bagno e sentì per caso una conversazione tra la porta socchiusa. Si farà una risata e ti lascerà.

Ginevra tacque allora. E il giorno dopo. E una settimana dopo, quando la suocera le lanciò unaltra fredda osservazione sulle sue maniere di campagna. Non cera più dove tornare. Vivere da sola era impossibile. E amava Alessandro.

Nonostante la furiosa opposizione della famiglia, Alessandro sposò Ginevra ad agosto. Una piccola cerimonia, pochi amici, la madre di Ginevra arrivò dal villaggio con lunico vestito decente che possedeva. I genitori di Alessandro rimasero deliberatamente assenti, mandando un breve messaggio in cui dichiaravano di non approvare il matrimonio e di lavarsi le mani.

I primi mesi dopo le nozze trascorsero in un silenzio teso. Alessandro cercava di aprirsi, chiamava la madre, ma Tiziana rispondeva con frasi fredde e monosillabiche. Ginevra non ostacolava il dialogo dopotutto era la sua famiglia, il suo diritto provare a mantenere i rapporti. Si limitava a stare in disparte, a sistemare il piccolo appartamento in affitto e a cercare lavoro.

Quando la suocera accettò finalmente di incontrarla, Ginevra indossò la sua migliore camicetta, sistemò i capelli e comprò dei fiori. Tiziana li prese con lo sguardo di chi avesse ricevuto un pesce marcio e li infilò subito in un vaso senza acqua.

Allora, hai trovato lavoro? chiese la suocera, sedendosi a capo tavola.
Non ancora, ma non mi arrendo rispose Ginevra, cercando di mantenere la calma. Sto pensando di iscrivermi a un corso serale. Voglio unistruzione.
Oh, che nobile intento osservò Tiziana. Alessandro, ovviamente, farà il doppio per due!

Ginevra strinse i denti, ma restò in silenzio. Alessandro tossì imbarazzato, spostando lo sguardo da madre a moglie.

Il corso serale iniziò davvero il mese successivo non per compiacere la suocera, ma per sé stessa. Voleva dimostrare di non essere solo una ragazza del paese, ma una donna con ambizioni. Ottenuta una posizione in una piccola ditta, si occupava di pratiche amministrative mentre studiava. Si stancava, si addormentava sui libri, ma non si fermava.

In primavera i genitori di Alessandro si riattivarono. Tiziana chiamò con voce dolce chiedendo aiuto in giardino.

Dobbiamo piantare i semenzali, smuovere le aiuole spiegò la suocera. Alessandro da solo non ce la fa, e tu, crescendo in campagna, sai comè, vero?

Ginevra rimase in silenzio, irritata dal tono della suocera.

Ci penserò sputò, riagganciando.
Cosa? la chiamò il marito.
Non voglio chinarmi al loro orto rispose con fermezza.
Sono i miei genitori, Ginevra. È così difficile dare una mano?
Aiutare è una cosa. Sfruttarmi come manodopera gratuita è unaltra. Mi considerano una contadina che deve piegare la schiena nei loro campi? Che se la piantino loro o che assumano qualcuno.

Alessandro sospirò, ma non discusse. Ginevra sapeva che lui avrebbe poi chiamato sua madre per giustificarsi. Così fu: quella sera si chiuse in bagno e sussurrò per mezzora al telefono parole di colpa.

Le richieste della suocera divennero sempre più pressanti. Telefonate settimanali: pulire i pavimenti, lavare le tende, andare al supermercato.

Ma non avete le mani? scoppiò Ginevra un giorno. Siete adulti, assumete una collaboratrice, se non potete farlo da soli.
Ah, così ti rivolgi ai più anziani! sbottò Tiziana. Alessandro, senti come la tua moglie ti risponde?!

Alessandro si agitava, cambiando posizione, balbettando su compromessi e rispetto.

Non voglio essere una serva dichiarò Ginevra. Ricordate, sono la vostra nuora, non una domestica.

Girò i tacchi e uscì dalla stanza, sbattendo la porta. Alessandro rimase indietro, con i suoi goffi tentativi di compiacere tutti.

Il lavoro decollò inaspettatamente. Ginevra ricevette una promozione, lo stipendio aumentò, arrivarono progetti interessanti. Alessandro sembrava supportarla, ma le sue parole tradivano una tensione, come se lodasse per cortesia più che per vero entusiasmo.

A volte Ginevra pensava di andarsene. Passava le notti a girare i pensieri su possibili separazioni. Ma non cera dove andare: la madre viveva in un piccolo casale al villaggio, e Ginevra non aveva risparmi per affittare una sua casa. Era intrappolata nel matrimonio, come una mosca nella ragnatela.

Unaltra cena di famiglia si svolse a giugno. Alessandro la convinse a venire, promettendo che i genitori erano più concilianti. Ginevra accettò a malincuore, indossò un vestito serio e raccolse i capelli in uno chignon basso.

Fin dai primi minuti fu chiaro che la pace non sarebbe arrivata. Tiziana servì la tavola con unespressione di sofferenza. Nicola, il padre, sedeva a capofila, cupo e silenzioso, lanciando occasionali sguardi pesanti verso Ginevra.

Allora, continuerai a vivere sul collo di tuo figlio? fu il primo a parlare, appena finito il primo antipasto. Lavori per pochi spiccioli, studi, e poi rubi gli ultimi soldi di mio figlio?
Guadagno più di Alessandro rispose Ginevra con calma. E pago gli studi da sola.

Nicola rise, beffardo.

Certo Mi credi? Una provinciale e una contadina che supera mio figlio?
Papà, basta mormorò Alessandro.
Dico la verità. Lho portata qui pensando fosse sottomessa e riconoscente. Invece alza la testa, non va in giardino, non dà denaro.
Perché non devo essere la vostra domestica ribatté Ginevra, la voce vibrante di tensione. Volete aiuto? Chiedetelo come si deve, umanamente. Ma voi siete abituati a comandare e umiliare.
Come osi parlare così al mio marito? si alzò Tiziana.
Come merita! ribatté Ginevra, testa alta.

Nicola si alzò lentamente dal tavolo. Il suo volto si fece rosso, le vene del collo si gonfiarono.

Se non fosse per mio figlio ruggì saresti ancora nella tua lurida campagna a girare le code alle mucche! Ti ho estratto dal fango, e tu ora agiti le palle del tuo diritto!

Ginevra si alzò anche lei. Il cuore batteva nella gola, ma la sua voce rimase ferma:

Nessuna donna normale sopporterebbe una persona meschina e insignificante come te. Forse a Tiziana piace vivere con un tiranno!

Il silenzio cadde pesante.

Come osi! scoppiò Tiziana, rovesciando la sedia. Uscite subito dalla nostra casa! E non tornate più! Alessandro, finché non ti separi da lei, non ci telefonare! Capito? Via!

Ginevra prese la borsa, si infilò il cardigan.

Alessandro, andiamo.

Alessandro si alzò in silenzio e la seguì.

Dopo la rottura con i genitori Alessandro cambiò. Tornava a casa tardi, si sdraiava sul divano con la schiena rivolta a Ginevra e non diceva una parola. Così passò per diversi giorni, poi iniziò a scoppiare.

Hai rovinato tutto sbottò una mattina, versando il caffè. Per colpa tua ho perso la famiglia.
Per colpa mia? chiese Ginevra, incredula. Davvero?
Non avresti dovuto tacere, dovevi sopportare. No, dovevi assolutamente ribellarti.
Mi insultavano, e tu tacevi si avvicinò Ginevra, guardandolo negli occhi. Non mi hai difeso neanche una volta, per tutta la durata del matrimonio.
Erano i miei genitori! Che dovevo fare?
Dovevi schierarti dalla mia parte. Ma tu hai preferito stare a lato, come sempre.

Alessandro si voltò. Per mesi rimase cupo, lanciando frecciate su quello che una buona moglie dovrebbe fare: rispettare gli anziani, perdonare, accontentare. Ginevra ascoltava, capiva che lamore si era consumato. Restavano solo cenere e amarezza.

Una sera non poté più trattenersi e disse la verità:

I tuoi genitori sono meschini, cattivi. E tu, a quanto pare, hai seguito le loro orme. Un figlio degno

Alessandro esplose. Lanciò la tazza contro il muro e i frammenti rimbalzavano per tutta la cucina.

Se non fosse stato per me urlò, la voce divenuta estranea e rabbiosa saresti ancora a marcire nel tuo villaggio! Capisci? Ti ho tirato fuori dal fango, ti ho dato una vita normale! Grazie! Ingrata!

Ginevra lo guardò e vide il riflesso di Nicola. Lo stesso disprezzo, la stessa presunzione.

Vattene sibilò Alessandro. Subito. Fuori dalla mia casa.

Non discusse. Tirò fuori la vecchia valigia dal ripostiglio, raccolse le cose in fretta e silenzio.

Chiamò un taxi, trascinò la valigia alla porta, si voltò unultima volta:

Sei debole, Alessandro. Patetico. Sei la copia esatta dei tuoi genitori.

Sei mesi passarono in una fosca nebbia. Una stanza in un edificio popolato, vicini rumorosi, odori sconosciuti, litigi che trapelavano da pareti sottili. Ginevra lavorava fino allo sfinimento, accatastava ogni centesimo, ottenne il divorzio in tribunale. Alessandro non si oppose, firmò tutti i documenti senza battibecco. Forse anche lui era stanco.

In autunno riuscì a mettere da parte abbastanza per affittare un appartamento decente. Un monolocale ai margini di una cittadina, ma suo, senza persone estranee né ricordi. Ginevra si trovò al centro di quella stanza luminosa, guardò fuori dalla finestra il cielo grigio, e per la prima volta da tanto tempo sorrise. La vita continuava. Senza Alessandro, senza i suoi genitori, senza le umiliazioni. Continuava semplicemente, ed era splendida.

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