Ti ricordi, Svetta… Lui ormai era abituato a sbirciare nella loro finestra, perché abitavano al pi…

Ti ricordi, Lucia…

Ormai lui era abituato a sbirciare nella loro finestra, visto che abitavano al piano terra. Inizialmente avrebbero preferito un appartamento ai piani alti, ma presto si erano adeguati. La più contenta era la nonna: non doveva faticare a salire le scale. Il sabato Maria Grazia, la nonna di Lucia, preparava crostate, ciambelle o altre delizie, sempre profumate e invitanti.

Il profumo della pasticceria si riversava dalla finestra della cucina, facendo venire lacquolina ai ragazzi che giocavano a calcio nel cortile. Marco si avvicinava con naturalezza, non alla finestra della cucina, ma dalla parte opposta della casa, poggiava una cassetta abbandonata sullerba alta e, salendoci sopra, sbirciava da Lucia. Lei, come se sapesse che stava arrivando, correva al sentirlo scalare.

Ti porto subito un pezzo di crostata, la nonna lha appena sfornata diceva, mentre il suo fiocco rosa, che legava i capelli chiari a coda, si scioglieva e ondeggiava al ritmo dei suoi passi.

Buonissima Marco masticava con gusto, guardando dentro la stanza. Hai finito il compito ditaliano? chiedeva.

Sì, già fatto.

Me lo presti per copiarlo?

Lucia gli passava volentieri il quaderno. Domani mattina portalo a scuola, che me lo riprendo prima delle lezioni.

Marco era un bravo studente, sebbene con la pigrizia tipica di molti ragazzi, pur essendo talentuoso. Capiva la matematica al volo, ma il tempo lo passava correndo dietro il pallone nel cortile. Negli anni novanta non cerano ancora telefoni cellulari, si restava fuori fino a notte fonda, senza la fretta del ritorno.

In terza superiore, Marco per la prima volta portò la cartella di Lucia, camminando e raccontando entusiasta di un nuovo film. In quarta, la fragile, occhi castani Giada, secondo un tacito accordo tra i ragazzi, fu dichiarata la più bella della scuola. Marco diventò quasi ossessionato: non le toglieva gli occhi di dosso, le girava sempre intorno, la seguiva fin quasi a casa. Lucia pensava che sarebbe passato tutto. Ora era lei ad aspettare Marco, oppure a salutarlo dalla finestra quando lui bussava dicendo: Lucia, prestami i compiti!

Giada sapeva tenere le distanze, ma legava fortemente a sé. Marco oscillava tra Giada, che a volte lo favoriva, a volte lo respingeva, e Lucia, sempre pronta ad aspettarlo.

Continuava a sbirciare dalla sua finestra, mentre lei lasciava una tazza di tè sul davanzale insieme a qualche biscotto se non cerano crostate.

Hai visto, i nostri hanno perso diceva lui, riferendosi al calcio. Lucia ne era sempre aggiornata: guardava le partite, leggeva le notizie sportive, seguiva anche i film dellorrore che le davano il voltastomaco. Così poteva sempre conversare con Marco, se lui chiedeva.

Lo sosteneva come un amico, sempre e in ogni cosa. Marco si rivolgeva a lei come a una compagna fidata che avrebbe aiutato, ascoltato, capito. Ma Giada Di Giada si entusiasmava, pensava a lei, soffriva, persino si lamentava con Lucia che Daniele aveva accompagnato Giada a casa.

Dopo il liceo, ognuno prese strade diverse: Marco seguiva Giada ovunque, non tornava più da Lucia per copiare i compiti. Ogni tanto, per abitudine, passava a salutarla. Andavano al cinema, e Marco parlava ininterrottamente, quasi avesse bisogno di sfogarsi:

Marco, il mio compleanno è sabato. Ti invito. Vieni? lo guardava con i suoi occhi grigi pieni d’amore.

Lui rifletteva. Sabato? Sì, penso di riuscire. Vengo. Chi ci sarà?

I miei genitori, la nonna, Sara con Andrea, Martina… insomma, tutti i nostri.

Va bene, ci sarò.

Ma il sabato Marco non si presentò. Arrivò una settimana dopo, triste, abbattuto.

Marco, cosè successo? Sei proprio giù.

Si lamentava che Giada era partita per uno stage senza nemmeno avvertirlo. Lucia lo consolava (anche se la costava fatica).

Ti ho aspettato sabato disse lei.

Sabato? Si colpì la fronte Lucia, mi sono dimenticato, però tu non ce lavrai con me

No, capita.

Si avvicinò alla finestra. Ti ricordi destate quando mi portavi la crostata? Sotto la finestra mettevamo la cassetta, io mi arrampicavo, sul davanzale cera già il tè con la marmellata.

Lucia sorrideva. Quei ricordi le scaldavano il cuore, ed era bello che Marco se li ricordasse. Tornarono a chiacchierare spensierati, ricordando il gruppo del cortile, i compagni di scuola, la volta che erano scappati dalle lezioni e la prof li aveva sgamati sulla panchina del parco, rimandandoli a storia.

Al quinto anno Marco era alle stelle: Giada accettò di sposarlo. Portò la notizia da Lucia. Lei resistette, si morse le labbra per non piangere. Lo ascoltava, sempre disponibile come unamica fidata.

Piangeva per un mese nel cuscino, rimproverandosi di non aver mai confessato il suo amore.

Poi Marco tornò da lei. Nonna e genitori erano fuori casa. Cera un silenzio insolito, Lucia, avvolta in un vecchio plaid, guardava la TV. Inizialmente non credette di sentire la voce di Marco fuori dalla porta.

Aprì, lo vide abbattuto, con lo sguardo spento, la spalla contro il muro.

Cosa succede? chiese spaventata.

Entrò, si sedettero in camera sua. Sembrava sul punto di piangere.

Marco, che succede? Dimmi

È finita… non ci sarà nessun matrimonio… ha detto che ama un altro Lucia non laveva mai visto così vuoto. Si avvicinò, posò le mani sulle sue spalle:

Marco, calmati, vedrai che tutto si sistema

No, non si sistema più, lei lha detto, ha ritirato la pratica… Capisci? È tutto finito gli brillavano gli occhi di lacrime. Posò la testa sulle sue ginocchia, si lasciò scivolare dal divano, si nascose nella piega del vestito di Lucia.

Non è possibile, Lucia, non è possibile…

Marco, carissimo, tranquillo, ti preparo un tè alla menta ricordi le nostre merende al davanzale?

Certo che ricordo, Lucia, tu sei lunica a capirmi, sei speciale e iniziò a baciarle le ginocchia, dapprima incerto, poi sempre più forte, come se volesse riversare tutto il dolore in quei baci. Si alzò, la avvolse per la vita, e coprendo di baci il suo volto, il collo, le bisbigliava qualcosa.

Marco, basta, che fai…

Lucia… Lucia…

Marco, Marco, ti amo! E ti ho sempre amato, da quando eravamo in seconda media, sei sempre stato per me…

Lui uscì a notte fonda, abbassando lo sguardo, evitando di guardare Lucia.

Beh, vado, torno…

Ti aspetto lei lo seguì con lo sguardo finché la porta non si chiuse.

Marco non tornò, come se quella serata non fosse mai esistita. Lucia stessa sembrava averla solo sognata. Poco dopo Marco si laureò e si trasferì in Friuli Venezia Giulia.

Bisogna fare qualcosa! sussurrava indignato il padre. Potremmo parlare coi suoi, dopotutto…

Capisci che lei non lo vuole? È fragile, potrebbe fare male alla bambina rispondeva la madre. Marco sa della gravidanza, glielha detto, e lui si è comportato come un estraneo… forse se nè andato apposta…

Non si può lasciar correre così! insisteva il padre.

La nonna si distraeva lavorando a maglia, ogni tanto una lacrima le scivolava. Dispiaceva per la nipote: così intelligente, così buona…

Dopo la nascita della figlia, Lucia recuperò il telefono di Marco (chiedendolo a un ex compagno universitario) e gli telefonò: Marco, abbiamo una figlia. Lho chiamata Martina.

Lui farfugliò qualcosa di incomprensibile, si sentì solo: Auguri.

Quando Martina compì un anno e mezzo, i genitori annunciarono che finalmente avevano finito di pagare la nuova casa e sarebbero andati a viverci con la nonna. Era un appartamento simile, ma nel quartiere vicino.

Passeremo a trovarti, a turno, ti aiuteremo promise la mamma.

Lucia scoppiò a piangere.

Dai, perché piangi? Vengo ogni giorno, giocherò con Martina, la porteremo anche da noi, così tu potrai lavorare anche da casa…

È che ero abituata a stare tutti insieme ammise Lucia.

Figlia mia, il tempo passa. Devi pensare alla tua vita, sarà più semplice per te viverla così la rassicurava la mamma.

Negli ultimi tempi Lucia sentiva spesso dai genitori, dalla nonna, dalle amiche che doveva sistemarsi, era giovane… si poteva trovare lamore anche con una figlia.

Una settimana dopo, il piccolo appartamento era tutto per Lucia. Martina rideva, muoveva i piedini, provava a camminare. Ci riusciva, anche se finiva spesso seduta, si rialzava e tendeva le braccia verso la mamma. Lucia la prendeva, la abbracciava e rideva insieme a lei.

Poi lui arrivò allimprovviso. Lo aveva fatto altre volte, anche quando la storia con Giada era andata male.

Lucia pensava fosse il padre, che aveva promesso di venire, invece sulla soglia cera Marco con una gigantesca camionetta giocattolo, rossa, una camionetta dei pompieri.

Ciao! Sei sola? Disturbo? Posso entrare?

Era maturato, sembrava dimagrito, i tratti del viso più marcati.

Entra.

Ti ho portato questo poggiò la camionetta sul pavimento.

Si sentì il pianto della bambina, Lucia tornò in camera, la prese in braccio.

Ho una figlia disse, indicando la camionetta.

Marco si colpì la fronte:

Scusami

Prendi la camionetta, regalala a qualcuno disse Lucia.

Lui si tolse il giubbotto e passò in cucina.

È quasi tutto come prima, niente è cambiato. Mi prepari almeno un tè?

Lucia accese il bollitore, tenendo in braccio Martina. Marco si sentiva spaesato, non trovava le parole.

La guardava: chiara di capelli, con la chioma sciolta, in un vestito lungo quasi fino ai piedi, con la figlia tra le braccia.

Sembri proprio una madonna mormorò, fissandola.

Lucia non rispose.

Mi ricordo che tua nonna preparava delle crostate strepitose! E le nostre merende sul davanzale, nella tua stanza Ti ricordi quando la nonna annaffiava i fiori e schizzava lacqua dalla finestra, mentre io stavo sotto? Non mi aveva visto…

Non ricordo lo interruppe Lucia. La risposta fu serena, quasi indifferente. Marco si zittì. Non era una risposta di rabbia per aver confuso figlio con figlia, era sincera: Lucia davvero iniziava a dimenticare i dettagli di quegli incontri. Ora aveva una figlia, a cui dedicava tutto il tempo, si rallegrava, la ammirava, si stupiva delle prime parole, cercava di ricordare il suo balbettio, osservava come si addormentava, come si svegliava, come giocava…

Bevi il tè, devo preparare la pappa per Martina.

Per la prima volta Marco sentì che in quella casa non era più atteso. Si alzò, indossò il giubbotto.

Va bene, passerò unaltra volta. Vado, sei impegnata restò ancora qualche istante, sperando che Lucia lo fermasse, ma non successe.

Richiudendo la porta dietro Marco, Lucia disse piano:

Non ci saranno altre volte. Qui non si serve più né tè né caffè.

Tornò dalla figlia, la prese in braccio, la baciò e andò a preparare la pappa.

Così termina una storia che ci insegna che i veri cambiamenti nella vita avvengono quando smettiamo di aspettare qualcuno e iniziamo a viverla pienamente per noi stessi, trovando la felicità nelle piccole cose e nelle nuove prospettive.

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