Torna da me e prenditi cura di me

– Teresa, apri subito! Sappiamo che sei lì! Silvia ha visto la luce dalla finestra!

Proprio in quel momento, Teresa stava finendo di legare un ramo di lisianthus al sostegno di legno. Le mani avevano strisce verdi degli steli, il grembiule era sporco di terra. Alzò la testa e guardò la porta a vetri del suo laboratorio. Dietro, due figure stavano aspettando. Una la riconobbe subito, anche attraverso il vetro appannato. Spalle larghe, capelli tinti di un rosso scuro che ricordava lamarena stramatura. Giulia Maria. La suocera. Ex suocera.

Teresa non si affrettò. Mise il lisianthus in un secchio dacqua, si tolse i guanti e li appese al chiodo vicino al banco. Poi si decise. Andò ad aprire.

– Buonasera, disse, tirando il chiavistello.

Giulia Maria si infilò subito, senza aspettare invito. Dietro di lei, Silvia, la sorella di Lorenzo, occhi rossi di pianto e sciarpa storta buttata addosso alla meno peggio.

– Che buonasera, Teresa, stai bene con la testa? Giulia Maria passò lo sguardo in giro come se cercasse qualcosa da criticare. Lo trovò: Stai annusando fiorellini mentre cè chi sta morendo.

– Chi sta morendo? chiese Teresa, calma.

– Lorenzo! esclamò Silvia, subito trattenuta dalla mano davanti alla bocca. Lorenzo è in ospedale. Incidente. Colonna vertebrale.

Teresa restò in silenzio a guardarli. Dentro di sé qualcosa si strinse, ma non come succedeva un anno fa solo a sentir nominare Lorenzo. Diverso. Silenzioso e in allerta, come chi si è già scottato e ora istintivamente si tiene lontano dal fuoco.

– Sedetevi, li invitò, accennando ai due sgabelli vicino al tavolo di lavoro.

– Sedersi non cè tempo, tagliò corto Giulia Maria, ma alla fine si sedette pesantemente. Aveva problemi alle gambe, Teresa lo ricordava. Vene varicose, pressione.

Silvia restava in piedi, giocherellando con la sciarpa.

– Raccontatemi bene, chiese Teresa.

E così raccontarono. A turno, interrompendosi, a volte dicendo cose diverse nei dettagli. Tre giorni prima Lorenzo era in auto in tangenziale, pioveva, la macchina è slittata, si è schiantato contro il guardrail. Lauto distrutta, lui vivo. Frattura della colonna, intervento fatto, ma dicono i medici che non si sbilanciano. Forse camminerà, forse no. Bisogna assisterlo. Serve qualcuno di vicino.

– E Martina? chiese Teresa.

Pronunciò il nome senza emozioni, e si stupì anche lei. Un anno prima, solo sentirlo le dava la nausea. Martina, ventotto anni, account in unagenzia di vendita, per la quale Lorenzo aveva lasciato la famiglia dopo diciotto anni di matrimonio.

Giulia Maria strinse le labbra.

– Martina è partita.

– Dove?

– Da sua madre. A Bologna. Silvia si coprì la bocca di nuovo, ma stavolta dalla rabbia. Appena ha saputo che forse rimarrà così, ha fatto le valigie. Due trolley in tre ore. Noi la chiamiamo, lei non risponde.

Teresa rimase zitta. Nel laboratorio cera silenzio, si sentiva solo una goccia dallacquaio e lodore di terra umida e qualcosa di dolce, tipo giglio.

– E voi da me cosa volete? chiese infine.

Giulia Maria si raddrizzò.

– Teresa, avete vissuto insieme diciotto anni! Non sono pochi, e tu lo conosci meglio di tutti. Sai come prendertene cura. Lui ascolta te. Gli serve una persona che…

– Giulia Maria, la interruppe Teresa, parli del uomo che mi ha lasciata per unaltra donna. Che dopo diciotto anni insieme non trovò più spazio per me nella sua vita.

– Ma Teresa, cosa dici, intervenne Silvia. Quello è passato. Ora parliamo della vita di Lorenzo!

– Della vita?

– Il medico ha detto che senza assistenza può avere complicazioni! Piaghe da decubito, infezioni! È stato operato alla colonna, capisci? Non è un raffreddore!

Teresa chiuse il rubinetto al lavandino e osservò le mani. Cinquantadue anni. Le stesse mani che fanno i bouquet che finiscono incorniciati nelle case, le stesse che impastano la focaccia, che fanno le iniezioni quando il figlio aveva quarantanni di febbre, che medicano le ferite di Lorenzo, che riparano prese elettriche, che portano buste grosse dal mercato. Sapevano fare di tutto. E per tutti quegli anni, Teresa non si era mai davvero chiesta se lo voleva, o se semplicemente lo faceva perché doveva, perché così è la vita, perché così si fa.

Si asciugò le mani e si voltò.

– Ci penso, disse.

– Non cè tempo per pensare! Giulia Maria si alzò, la voce tirata, quasi minacciosa. Mentre tu pensi, lui resta là da solo! Niente moglie, nessuno. Silvia lavora tutto il giorno, io non mi reggo in piedi! Non puoi stare qui coi tuoi fiori facendo finta che non ti riguardi!

– E di chi è, allora? chiese piano Teresa.

Nessuna risposta.

Fuori dalla porta era già buio. Ottobre, viene notte presto. Teresa guardava la panchina sotto il lampione giallo, lasfalto bagnato, la panchina dove destate a volte si sedevano i clienti mentre lei preparava i bouquet.

Una storia vera, pensò. Nessun film, nessun romanzo. Due persone davanti che ti ordinano di tornare a essere chi non sei più.

– Va bene, disse. Domani mattina vengo e vedo come sta. Ma non prometto nulla.

Giulia Maria sospirò. Silvia la abbracciò allimprovviso Teresa rimase con le braccia abbassate, paziente, finché la ragazza si staccò.

Quando restò sola, Teresa rimase a lungo sullo sgabello di prima. Guardava i suoi fiori. Il lisianthus, rosa e delicato, i boccioli come lettere chiuse. Le margherite nelle cassette. I rametti di physalis con le lanterne arancioni. Questo posto lo aveva costruito lei, dopo tre mesi dalla separazione. Aveva fatto tutto da sola, imbiancato i muri di quel grigio-bianco che le piaceva, appeso i pensili grazie a Enrico, il vicino, in cambio di una buona bottiglia di vino. Aveva inventato il nome: Germoglio, che allinizio suonava buffo, ma poi era rimasto. Trovato i fornitori, aperto il profilo online, imparato a fotografare i fiori perché la gente si fermasse a guardare.

Un anno. Un anno a ricostruirsi. Vivere per sé non è egoismo o capriccio. È solo la cosa più normale del mondo.

E via.

Spense la luce sopra al tavolo, lasciando solo la lampada piccola vicino allingresso. Poi uscì verso casa.

Lospedale era uno di quei grandi edifici degli anni Settanta, corridoi infiniti, odore che Teresa riconobbe subito e che non le era mai piaciuto: candeggina, mensa pubblica, qualcosa di indefinibile che sanno solo le corsie. Chiese allinfermiera, che la guardò e chiese:

– Parente?

– Ex moglie, rispose Teresa.

Un sopracciglio alzato, ma niente commenti, solo le indicazioni.

Lorenzo era in una stanza da quattro, le altre tre letti vuoti. Sotto le coperte, dimagrito, la faccia grigia, occhiaie profonde. Un bicchiere con gli avanzi del tè e il telefono rovesciato sul comodino.

La vide entrare. Unespressione cambiò, non felicità, ma quasi sollievo.

– Teresa, disse.

– Ciao, rispose lei, posando sul comodino un sacchetto con mele e acqua minerale. Non era per fargli piacere, ma perché in ospedale senza qualcosa da portare non si entra.

Si sedette sulla sedia, non sul letto.

– Fa male? chiese.

– Si sopporta. Mi danno le pillole. Pausa. Sei venuta.

– Sono venuta.

– Mia madre ha detto che vi siete viste.

– Sì.

Guardava il soffitto. Poi di nuovo lei.

– Pensavo non saresti mai venuta.

– Anchio pensavo di no.

Silenzio. Fuori la pioggia si sentiva a raffiche. Novembre rincorreva ottobre.

– Martina è partita, disse Lorenzo.

– Lo so.

– Tutto qui, allora. Sorrise storto. Proprio come nei film. Quando succede il peggio, uno si rende conto. Peccato tardi.

Teresa non disse niente. Non cera da compatire o da colpire sotto la cintura. Solo guardava quello che era stato suo marito per diciotto anni, il padre di suo figlio, con cui ogni estate si litigava per le spese e si faceva pace, e pensava che quella era la vita vera, come viene senza abbellimenti.

– Teresa, disse lui, con tono diverso, più basso, morbido. Quella voce Teresa la riconobbe subito e, per riflesso, si mise sulla difensiva. Ho pensato molto qui. Sai, quando uno non si può alzare, ha tanto tempo per ragionare. Ho capito che sono stato uno scemo. Che tutto quello che valeva davvero era la famiglia, eri tu. Martina scrollò le spalle Lasciamo stare. Non voglio scusarmi, lo so che è tardi. Ma tu rimani la persona più importante che ho. Lunica.

Teresa ascoltava, ma come da fuori. Vedeva tutte quelle parole in fila. La più vicina. La più cara. Ho capito. Sono stato scemo. Tu sei unica. Tutte frasi per farla tornare. Non per lei, non per ricostruire davvero, ma per avere qualcuno che porti la borsa della spesa, chiami i medici, faccia la minestra buona di casa, cambi le lenzuola, tutte cose che Teresa da sempre sapeva fare.

Così a volte si presentano i rapporti dopo il divorzio. Né belli né spaventosi. Solo reali. Laltro si ricorda di te quando sta male. Non perché ama. Ma perché è comodo.

– Lorenzo, disse Teresa, sono contenta che tu sia vivo. Che loperazione sia andata. Ma io non torno. Né a fare da badante, né altro. Noi siamo divorziati.

– Lo so che siamo divorziati…

– Fai finire.

Lui tacque, forse sorpreso. Prima poteva sempre interrompere. Adesso no.

– Mi informo per una badante seria. Pagherò il primo mese, perché immagino tu non possa pensare a queste cose adesso. Ma quello è tutto. E unultima cosa. Trovò nella borsa una cartellina. Faticò, era scivolata sotto lagenda. Questi sono i documenti. Non abbiamo ancora finito con la divisione dei beni. Tu hai tirato per le lunghe, anche io. Ma ora ti chiedo di firmare.

Lorenzo fissava la cartellina.

– Dici sul serio.

– Serissimo.

– Sono appena stato operato e tu mi porti i documenti.

– Sì, confermò Teresa. Perché domani potresti dire che non eri in te. Oppure lavvocato potrebbe contestare la firma. So come funziona. Adesso tu sei cosciente, i medici lo possono confermare.

Si fissarono. Lei non abbassò lo sguardo.

– Sei cambiata, mormorò infine lui.

– Sì.

– Prima non lavresti fatto.

– Probabile.

Lui prese la penna e firmò. Tre firme, dove serviva. Teresa rimise i documenti nella cartellina.

– Troverò una badante entro questa settimana, disse. Informo Silvia, mi occupo io del pagamento iniziale. Poi fate voi.

– Teresa, disse lui mentre chiudeva la borsa.

– Cosa?

– Grazie, per essere venuta.

Lo guardò a lungo. Senza pena o rabbia. Semplicemente come si guarda qualcosa che è stato parte della tua vita e non lo è più.

– Guarisci, disse.

E uscì.

In corridoio, una sosta alla finestra. Nel cortile dellospedale, pochi alberi spogli, una panchina bagnata dalla pioggia. Un uomo anziano, in pigiama dospedale, sedeva a guardare avanti. Non cera nulla da vedere, ma era seduto semplicemente ad annusare laria.

Teresa fece un respiro profondo.

Qualcosa la lasciò andare. Non tutto. Ma qualcosa di grande. Come posare una busta molto pesante a terra. Non buttarla via, non lanciarla. Poggiarla e raddrizzare la schiena.

Come si lascia andare il passato, avrebbe scritto se avesse avuto un diario. Non lo so, ma forse non succede tutto dun colpo e non per una decisione sola. Sono tanti piccoli passi. Uno era appena avvenuto.

La badante la trovò in due giorni tramite unagenzia. Una signora sui cinquantotto anni, Gabriella, esperienza in geriatria e riabilitazione, persona calma, professionale, con una cartella piena di referenze. Si videro al bar vicino allospedale Teresa spiegò la situazione. Gabriella ascoltava, domande precise. Sul carattere del paziente, la tendenza al malumore, la soglia del dolore. Sui parenti che verranno.

– I parenti spesso aiutano meno di quanto credano, disse Gabriella. Non è colpa loro, è così.

– So bene, rispose Teresa.

Trattarono i dettagli, Teresa fece il bonifico. Chiamò Silvia, spiegò tutto. In principio Silvia si agitò, ma Lorenzo vuole vedere solo i cari, ma Teresa la fermò, gentile e ferma, e si sorprese di quanto fosse cambiata. Prima non avrebbe mai avuto la forza, o avrebbe urlato. Ora era calma.

– Silvia, puoi venire ogni giorno se vuoi. Gabriella non disturba. Ma io non vengo più. Ho una vita mia e non devo adattarla alle scelte degli altri.

Silvia restò in silenzio e disse solo:

– Va bene.

Un semplice va bene. Niente rimproveri, niente lacrime. Forse era stanca anche lei. Forse, in fondo, capiva che Teresa aveva ragione.

Una settimana dopo, chiamò direttamente Giulia Maria. Voce diversa, più bassa, più anziana.

– Teresa, Gabriella è proprio brava. Lorenzo si abitua. Grazie davvero di cuore.

– Di niente, Giulia Maria.

– Ogni tanto fatti sentire. Anche solo per un saluto.

Teresa non disse sì né no. Chiuse la chiamata con gentilezza e infilò il telefono nel grembiule. Era di nuovo nel laboratorio, come quasi sempre. Come si lascia andare il passato, se qualcuno glielo avesse chiesto adesso, avrebbe risposto: vivi e basta. Non da eroina, non per dimostrare nulla. Semplice. Sveglia, lavoro, quello che sai fare. Parenti tossici e ex mariti non spariscono, semplicemente smettono di essere il centro di tutto.

Quel novembre la neve arrivò presto. Teresa si rese conto che linverno non le dispiaceva, anzi forse era sempre piaciuto ma non aveva avuto il tempo di capirlo, presa comera da Lorenzo e i suoi malumori per il freddo, le sue artriti, la tazza di tè servita sempre alla stessa ora. Ora poteva guardare fuori dal finestrino la neve e pensare: che bello. E tanto bastava.

A dicembre arrivarono più ordini. Bouquet aziendali, regali, decorazioni di Natale. Teresa assunse una ragazza, Paola: ventitré anni, universitaria, veloce, un po distratta ma curiosa. Lavoravano bene insieme. Teresa le insegnava a vedere il fiore non come merce, ma come colore per un artista. Paola stava attenta e a volte regalava idee sorprendenti.

– Ma da dove le tiri fuori? le chiese Teresa una volta.

– Guardo il cliente, rispose Paola con semplicità. Penso a quale fiore gli somiglia o assomiglia alla persona per cui lo compra.

Teresa la fissò.

– È un buon metodo.

– Me lha detto lei. Che un bouquet deve essere vivo.

Teresa non se lo ricordava. Ma probabilmente laveva proprio detto.

Gennaio, febbraio. La vita scorreva. Ordinò un corso di aggiornamento di arte floreale. Paola le disse che ormai era lei la maestra. Teresa le spiegò che cè sempre da imparare, non perché manchino le capacità, ma per curiosità. Era un motivo nuovo. Prima faceva sempre tutto o per dovere, o perché qualcuno lo chiedeva.

Vivere per sé a dirlo sembra egoismo, ma nella pratica è così: iscriversi a un corso di fiori, leggere un romanzo in poltrona senza che nessuno borbottasse che leggi troppo, fare una gita la domenica in una città vicina solo per vedere larchitettura antica che hai sempre amato e nessuno condivideva.

A febbraio Silvia chiamò. Lorenzo migliorava, era passato alle stampelle. Gabriella lavorava precisa, senza scenate, senza drammi. Teresa fu contenta di sentirlo, una contentezza leggera, senza senso di colpa. Solo un essere lieti, punto.

Marzo portò il disgelo e i primi ordini di mazzi primaverili. Tulipani, giacinti, anemoni. Teresa adorava quel passaggio dallinvernale col cotone e leucalipto al colore e alla vitalità.

Ed è proprio a marzo che accadde.

Teresa era al banco, sistemando un bouquet di narcisi e margherite in una scatola: colori semplici, delicati, onesti. Si aprì la porta. Entrò un uomo. Lei non alzò subito lo sguardo perché aveva le mani nella carta.

– Buongiorno, disse.

– Buongiorno, rispose lui.

La voce. La riconobbe prima ancora di incontrare gli occhi: calma, un po stanca, rassicurante.

Era Andrea Michele, il medico. Era fermo vicino allentrata, guardava il laboratorio come chi aveva immaginato a lungo un posto prima di entrarci davvero. Niente camice, ovviamente. Solo cappotto scuro e una sciarpa leggera. Niente cartella clinica.

– Lei, disse Teresa.

– Io, sorrise lui.

Una pausa breve. Paola in quel momento era in magazzino a prendere la carta da regalo. Erano soli.

– Lorenzo è stato dimesso dieci giorni fa, informò Andrea Michele. Ora è a casa, sempre con la stessa assistente. Le prospettive sono buone.

– Lo so, annuì Teresa. Silvia mi ha scritto.

– Bene. Esitò appena, ma Teresa lo notò. Poi sorrise in modo spontaneo, non di circostanza. In realtà, non passavo proprio per caso. Anzi, la verità è che ci venivo apposta. Il nome lo ricordavo: Germoglio. Ho trovato lindirizzo su internet.

Teresa ripose il nastro.

– Vuole comprare fiori?

– Sì. Ma non solo quello.

Silenzio. Profumo di giacinti e terriccio fresco.

– Cosa vuole esattamente? chiese Teresa.

Lui raggiunse la bancarella degli anemoni. Viola, rosso scurissimo, bianchi col cuore nero.

– Questi. Tre o cinque, cosa consigliate?

– Dispari. Tre o cinque, sì. Per chi sono?

– Non so ancora. Forse può aiutarmi lei.

Teresa scelse tre, poi aggiunse altri due anemoni scurissimi, quasi neri.

– Cinque, disse. Reggono meglio insieme.

Cominciò a incartarli. Le mani si muovevano da sole: carta avana, fiocco umido sotto, nastro.

– Teresa, disse lui.

– Sì?

– Posso essere diretto? Non sono tipo da giri di parole.

– Faccia pure.

– Mi piacerebbe invitarla. Non in ospedale, né per qualche faccenda. Così. Al bar, o a teatro se ama il teatro. O a passeggio, se preferisce allaperto. So che può sembrare strano. Ma ho pensato che a una certa età si può parlare chiaro, inutile far finta di venire solo per i fiori.

Teresa finalmente lo guardò.

Lui la guardava calmo, senza insistenza. Così come si guarda qualcuno a cui si dice qualcosa di importante, lasciando il tempo di decidere.

– Da quanto ha deciso?

– Da tre mesi. In corridoio, quando mi ha chiesto di scrivere le cose per la badante.

A Teresa venne in mente quella finestra, gli alberi spogli

– A quel tempo ero ancora sposata. Solo formalmente.

– Lo so. Ho aspettato.

Fuori, marzo faceva il suo. La neve spariva, restavano solo chiazze ai bordi. I passeri litigavano davanti alla panchina. Il lampione giallo acceso, anche se ormai era giorno.

– Non so, disse Teresa.

– Cosa non sa?

– Come si fanno queste cose. Sono stata sposata diciotto anni, poi un anno a rimettere insieme i pezzi. Non so come si comincia adesso.

– Nemmeno io poi tanto, ammise lui. Sono divorziato da sei anni. Mia figlia ha diciassette anni, vive con sua madre, andiamo daccordo. Ho lavorato tanto per non pensare. Poi ho deciso che forse si può anche ripartire.

Paola uscì dal magazzino con il rotolo di carta. Vide luomo, sorrise.

– Teresa, ha bisogno?

– No, Paola, ci penso io.

Lei tornò indietro con discrezione, la carta in mano senza motivo.

Teresa diede il bouquet ad Andrea Michele. Lui lo prese.

– Quanto devo?

– Un attimo, disse lei.

Lui attese.

Teresa guardava gli anemoni tra le sue mani. Scuro velluto, come li aveva sempre amati. Simili ai papaveri, ma più sottili, più riservati. Non urlano mai, non si nascondono.

Una storia di fiori, pensò. Tutto ruotava sempre attorno ai fiori. Da lì era fuggita al dolore. Qui si era ricostruita. E ora qualcuno stava entrando in quella vita. Piano, senza forzare le porte. Solo dicendo la verità. Stringendo cinque anemoni in mano e aspettando risposta.

– Va bene, disse Teresa.

Lui alzò un sopracciglio.

– Va bene in che senso?

– A teatro. È tanto che non ci vado.

Andrea Michele sorrise davvero.

– Mi fa piacere.

– Ma non stasera. Ho ancora tre consegne.

– Certo. Magari venerdì? O sabato, se è meglio.

– Sabato, disse Teresa.

Annunciò la cifra. Lui pagò in euro, mise il resto in tasca, senza fretta di andarsene.

– Teresa, posso chiedere una cosa?

– Dica pure.

– Curiosità. Fa questo lavoro da tanto?

– Il laboratorio esiste da poco più di un anno. Esitò. Ma con i fiori ci sono nata. Solo che prima era un passatempo. Ora è il mio lavoro.

– Bello quando hobby e lavoro coincidono.

– Sì, è vero.

Annui, prese meglio il mazzo e si avviò alla porta. Si voltò sullo stipite.

– A sabato, Teresa.

– A sabato, Andrea Michele.

Lui fece un sorriso breve.

– Andrea.

– A sabato, Andrea.

La porta si chiuse. Teresa rimase a guardare fuori dalla vetrina, lo vide andare oltre la panchina, oltre i passeri ancora indaffarati. Cappotto, sciarpa, cinque anemoni. Non si voltò indietro.

Paola, ovviamente, emerse subito dal retro.

– Teresa, chi era?

– Un cliente.

– Un cliente che ci ha messo un quarto dora a comprare cinque fiori?

– Paola.

– Che cè?

– Vai a preparare le margherite per Marina, viene alle quattro.

Paola partì soddisfatta di aver visto qualcosa. Teresa riprese a lavorare. Le mani facevano quello che amavano: carta, nastri, secchio dacqua. Profumo di giacinti.

Sabato. Mancavano quattro giorni. Quattro giorni di ordini, forniture, domande di Paola e telefonate sui prezzi delle peonie. Quattro giorni come tutti gli altri in questanno calmo e consapevole.

Teresa non ci pensava troppo. Lavorava. A volte, quando il laboratorio era vuoto e i fiori aspettavano nei secchi, le tornava in mente quella conversazione. Non tutta, solo la voce calma, gli anemoni in mano, a sabato, Andrea.

Gli adulti possono essere diretti, aveva detto lui.

Forse è vero.

Non sapeva cosa sarebbe stato il sabato. Non sapeva se sarebbe stato bello, se sarebbero riusciti a parlare di altro che non fosse lavoro, malattia o passato. Non sapeva se avrebbe voluto rivederlo. Ma sapeva una cosa: la decisione era sua. Non di Giulia Maria, non di Lorenzo, non della paura di restare sola. Sua.

Era una sensazione nuova. Non ubriacante come la descrivono nei libri, ma solida: come camminare sulla strada asciutta dopo aver inciampato a lungo sulla neve.

Venerdì sera, laboratorio chiuso e Paola andata via, Teresa mise in un vaso cinque anemoni avanzati. Scuri, vellutati. Li mise sul davanzale vicino alla cassa, il suo angolo. Non per i clienti. Per sé.

Li guardò.

Stanno bene assieme, aveva detto.

Ed era vero.

Spense la luce e andò a casa. Era quasi sabato.

Sabato cominciò alle otto, con il cielo grigio e il caffè caldo dalla macchinetta che si era regalata sei mesi prima, quella che Lorenzo non avrebbe mai approvato: è costosa e inutile. Inutile è una di quelle parole che fioriscono nel matrimonio come erbacce nellorto; ti abitui e non senti più le parole migliori: Perché. Voglio. Mi piace. Lo faccio.

Beveva il caffè alla finestra, guardando il palazzo di fronte. Un piccione sul cornicione, una macchina che evitava le pozzanghere.

Il telefono sul tavolo. Un messaggio di unora prima, scritto forse appena sveglio dopo averci pensato su:

Buongiorno. In teatro alle sette. Facciamo qualcosa prima? O preferisce direttamente? Andrea.

Teresa lesse, notò il buongiorno senza la o finale. Sorrise.

Scrisse:

Buongiorno. Andiamo prima a mangiare qualcosa? Alle sei?

Inviato. Rimise il telefono.

Finito il caffè.

Marzo continuava fuori. Gocciolava dai tetti, il vento muoveva i rami nudi, un passero scacciava il piccione dal cornicione. La città si svegliava, indifferente a nuovi inizi, a piccoli passi e grandi decisioni. La città non se ne accorge. Continua.

Il telefono vibrò. Solo una parola:

Perfetto.

Teresa si alzò, mise la tazza nel lavandino. Indossò il grembiule, perché fino a sera cerano ore di lavoro e il laboratorio non si apre da solo. Raccolse le chiavi.

Alla porta si voltò a guardare la casa. Piccola, luminosa, con gli anemoni in un bicchiere sul davanzale ieri ne aveva tenuti alcuni anche per sé. Casa sua. Macchina del caffè sua. Bicchiere di fiori suo. Sabato suo.

Uscì.

La porta si chiuse silenziosa. Come quello che si chiude bene, alla fine.

Andrea la aspettava già davanti al bar, venti minuti prima delle sette. Stava un po in disparte, consultava il telefono, ma lo rimise via appena la vide. Cappotto scuro, stessa sciarpa. Nessun fiore, stavolta.

– Buonasera, disse lui.

– Buonasera, rispose Teresa.

Si scambiarono unocchiata. Due secondi, non di più. Due adulti in una sera di pioggia di marzo, venuti lì perché lhanno scelto. Non perché si deve, non perché non si può fare altro. Solo perché lhanno voluto.

– Allora, entriamo? disse Andrea.

– Entriamo, fece Teresa.

E insieme varcarono la soglia.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

18 − 9 =

Torna da me e prenditi cura di me