Torna e prenditi cura di me

Torna e prenditi cura
Giulia, apri subito! Sappiamo che sei lì! Lidia ha visto la luce dalla finestra!

Giulia stava proprio finendo di legare un ramo di lisianthus al sostegno di legno. Le mani sporche di verde dai gambi, il grembiule macchiato di terra. Alzò la testa e guardò la porta a vetri della sua bottega. Dietro si intravedevano due figure, sagome avvolte nella penombra. Una la riconobbe subito, perfino con il vetro appannato: spalle larghe, capelli tinti di rosso ciliegia intenso. Mariangela Rossi. Sua suocera. Ex suocera.

Giulia non si affrettò. Mise la lisianthus nel secchio dacqua, si tolse i guanti e li appese al chiodino vicino al tavolo da lavoro. Poi, alla fine, andò ad aprire.

Buonasera, disse scostando il chiavistello.

Mariangela Rossi entrò per prima, senza aspettare invito. Dietro di lei si infilò Lidia, sorella di Matteo, gli occhi gonfi e il foulard annodato male, una coda penzolante sul petto.

Che buonasera e buonasera, Giulia, ma stai bene? Mariangela passò in rassegna la bottega con occhi da severo giudice e non tardò a trovare pretesto per condannare: Ti diverti coi fiorini, intanto che una persona muore.

Chi muore? chiese semplicemente Giulia.

Matteo! gridò Lidia, tappandosi subito la bocca con la mano. Matteo è in ospedale. Incidente. La schiena.

Giulia le fissava muta. Sentiva una specie di contrazione interna, ma non era quella morsa di un anno prima ogni menzione di “Matteo” le aveva straziato il ventre. Adesso era diverso. Un brivido cauto, come di chi si è già scottato al fuoco e ora istintivamente si trattiene.

Sedetevi, disse, indicando due sgabelli presso il tavolo da lavoro.

Non abbiamo tempo per sedie, tagliò corto Mariangela, ma si lasciò comunque cadere pesantemente. Aveva le gambe malandate, Giulia se lo ricordava bene. Vene varicose, pressione.

Lidia rimase in piedi, attorcigliando il foulard tra le dita.

Raccontate bene, domandò Giulia.

E loro raccontarono. A turno, interrompendosi, a volte contraddicendosi. Tre giorni prima, Matteo percorreva la statale. Diluvio. La macchina sbandò e finì contro il guardrail. Automobile distrutta, dicono. Lui si è salvato. Ma vertebre fratturate, schiacciamento. Cè stata unoperazione, ma i medici sono prudenti. Forse si rialzerà, forse no. Serve assistenza. Serve qualcuno di vicino.

E Teresa? domandò Giulia.

Il nome le scivolò sulle labbra con incredibile facilità. Un anno prima era stato una spina sotto pelle. Teresa, ventotto anni, commerciale, per la quale Matteo aveva lasciato moglie e figlio dopo diciotto anni insieme.

Mariangela strinse le labbra.

Teresa è partita.

Dove?

Da sua madre. A Torino. Lidia, stavolta, si tappò la bocca per la rabbia, non il dolore. Appena ha saputo che forse non camminerà, ha fatto su due valigie e via in tre ore! Proviamo a chiamarla e non risponde mai.

Giulia tacque. La bottega odorava di terra umida e gigli. Un rubinetto che gocciolava nel lavandino rompeva il silenzio.

E cosa volete da me? domandò infine.

Mariangela si raddrizzò sullo sgabello.

Giulia, avete vissuto insieme diciotto anni. Diciotto! Sei quella che lo conosce meglio di tutti, sai prenderti cura di lui come nessuno. Adesso ha bisogno proprio di te.

Mariangela, la interruppe Giulia, state parlando della persona che mi ha lasciata per unaltra. Un uomo che in questa stessa vita nostra non ha più trovato posto per me, dopo diciotto anni insieme.

Ma che dici adesso si intromise Lidia. Passato, lasciamolo andare. Qui è in ballo la vita!

La vita?

Il medico ha detto che senza assistenza rischia guai seri! Piaghe, infezioni ai polmoni! Si è fratturato la spina dorsale, Giulia, comprendi? Non è un raffreddore!

Giulia si avvicinò al lavandino e chiuse il rubinetto. Rimase a guardarsi le mani. Cinquantadue anni. Quelle mani sapevano creare bouquet che la gente fotografava, testare impasti, fare iniezioni durante le febbri altissime del figlio, fasciature a Matteo, aggiustare prese, trasportare sporte stracolme dal mercato. Non aveva mai riflettuto: lo faccio perché lo voglio? O perché così si fa, così è giusto?

Si asciugò le mani, si girò.

Ci penserò, disse.

Non cè tempo da perdere! Mariangela si alzò, la voce dura, quasi minacciosa. Mentre tu rifletti, lui è lì da solo! Senza moglie, senza nessuno! Lidia lavora tutto il giorno, io a stento mi reggo in piedi Non puoi starsene qui coi fiori e far finta che non sia anche affar tuo!

Ma è mio davvero? chiese Giulia, a mezza voce.

Nessuno replicò.

Oltre la porta a vetri era ormai tutto buio. Ottobre, il buio scendeva presto. Giulia osservava la strada, il lampione giallo di fronte, i sampietrini umidi, la panchina vuota fuori dalla bottega, dove destate spesso i clienti aspettavano che finisse un mazzo.

Una storia vera, pensava. Una di vita vera. Non cinema, non romanzo. Due persone davanti a te che pretendono che tu torni a essere quella che non sei più da tempo.

Va bene, disse Giulia. Domattina passo a vedere come sta. Ma non prometto nulla.

Mariangela sospirò. Lidia, tremante, la abbracciò. Giulia rimase immobile, le braccia lungo i fianchi, aspettando paziente che la lasciasse andare.

Quando furono uscite, Giulia si sedette a lungo su quello stesso sgabello. Guardava i suoi fiori: lisianthus in secchio, rosa e fragili, con boccioli che sembrano lettere arrotolate. Crisantemi nelle cassette di legno contro la parete. Rami di alchechengi dalle lanterne arancioni. Tutto costruito con le sue mani. Aveva affittato il locale tre mesi dopo che Matteo era sparito da casa. Fatto i lavori da sola pitturato le pareti con il bianco e grigio che preferiva, mentre le ante degli armadietti gliele aveva appese il vicino Giorgio per una bottiglia di buon Chianti. Scelto il nome Stelo Fiorito che inizialmente le era sembrato buffo e poi era rimasto. Trovato fornitori, aperto la pagina Facebook, imparato a fotografare i fiori per il sito.

Un anno. Un anno dedicato solo a sé stessa. Eccolo, non è egoismo. È sano.

E adesso, ecco qua.

Spense la luce sul banco. Lasciò solo la lampadina allentrata, come sempre. E andò a casa.

Lospedale era uno di quei vecchi palazzoni di periferia, corridoi infiniti, odore subito riconoscibile disinfettante, brodo da mensa, qualcosa daltro che si ha solo negli ospedali. Giulia trovò il reparto, chiese a uninfermiera il numero giusto. Quella la squadrò curiosa.

Parente?

Ex moglie, disse Giulia.

Linfermiera sollevò appena le sopracciglia, ma non commentò. Le spiegò dovera la stanza.

Matteo era lì in una camera da quattro, ma era solo. Coperte fino alla vita, le mani fuori. Magro. Grigio in volto, occhiaie scure. Sul comodino, un bicchiere con avanzo di tè e il telefono capovolto.

Appena Giulia entrò, qualcosa nel suo sguardo si rilassò. Non felicità. Piuttosto la quiete di chi aspettava da tempo larrivo di qualcuno.

Giulia, disse.

Ciao, rispose lei, appoggiando sul comodino una sporta con mele e acqua minerale. Non voleva fare una gentilezza. Semplicemente: in ospedale non si va mai a mani vuote.

Non sedette sul letto. Prese la sedia vicino alla finestra.

Fa male? domandò.

Sopportabile. Mi danno le pasticche. Pausa. Sei venuta.

Sì.

La mamma ha chiamato. Mi ha detto che sono passate da te.

Sì.

Guardò il soffitto. Poi tornò su di lei.

Pensavo non saresti venuta.

Anchio.

Silenzio. Pioveva fuori. Novembre sembrava voler rubare lultimo spazio a ottobre.

Teresa è partita, disse Matteo.

Lo so.

Così, tutto di colpo. Accennò un sorriso storto. Sembra un film. Un fulmine, luomo si fa il segno della croce. Peccato tardi.

Giulia non rispose. Non provava pietà, ma nemmeno la rabbia di un tempo. Solo, lo guardava questuomo con cui aveva passato diciotto anni, partorito un figlio, trascorso estati nella stessa casetta fuori città, litigato per i soldi, fatto sempre pace, creduto che quella fosse la normalità stessa della vita.

Giulia, riprese, con voce cambiata, più tenera. Il tono che usava per ottenere qualcosa. Lei lo riconobbe subito, automatico si attivò lallarme.

Ho riflettuto tanto, sai, da qui non puoi far altro che pensare. Ho capito di essere stato un cretino. Tutto quel che avevo di vero eri tu. La casa, la famiglia. Teresa fece un gesto vago. Capisci da sola. Non chiedo scusa, so che è tardi. Ma tu sei la persona più vicina che ho, la più cara.

Giulia lo ascoltava e, allo stesso tempo, sentiva quelle parole come da lontano. La più vicina, la più cara, ho capito, sono stato un cretino, sei tu, sei la sola Erano parole per convinzione, non per affetto. Voleva qualcuno che portasse la minestra fatta in casa, parlasse coi medici, cambiasse la flebo. Quello che Giulia sapeva fare.

Rapporti dopo il divorzio, pensò. Ecco come sono davvero, spesso. Senza poesia né orrore. Solo realtà. Laltro ti cerca quando nessuno più resta. Non per amore. Per convenienza.

Matteo, disse Giulia, sono felice che tu sia vivo. Veramente. E sono felice che loperazione sia andata bene. Ma non torno. Né a prendermi cura di te, né per altro. Siamo divorziati.

Lo so che siamo divorziati

Fammi finire.

Rimase zitto. Abituato che lei lasciasse finire di parlare sempre lui. Ora pareva sorpreso.

Ti troverò una badante valida. Affiderò a lei il primo mese di pagamento immagino tu ora non possa occupartene da solo. E poi dalla borsa estrasse una cartellina, cercandola a lungo fra taccuino e portafoglio. Ecco i documenti. Non abbiamo mai veramente finito la divisione dei beni. Tu tiravi per le lunghe. Io non avevo fame di litigi. Adesso, per favore, firma.

Matteo fissava la cartellina.

Fai sul serio.

Assolutamente.

Io sono qui appena operato e mi porti carte da firmare.

Sì, concordò Giulia. Perché domani potresti dire che eri confuso, chiedere annullamenti. Meglio ora. Il medico può confermare che sei lucido.

Si fissarono a lungo.

Sei cambiata, constatò lui.

Sì.

Prima non avresti mai fatto così.

Forse.

Prese la penna e firmò.

In quellistante entrò il dottore: un uomo sui quarantacinque, in camice grigio, fascio di cartelle sulle braccia. Aria serena, un po stanca.

Buonasera, disse, lanciando a Giulia uno sguardo curioso ma cortese. Sono Andrea Bellini, il medico curante.

Giulia, si presentò lei.

Siete

Ex moglie, ripeté. Seconda volta in giornata, ci stava quasi facendo lorecchio.

Andrea annuì, come nulla fosse, poi si rivolse a Matteo.

Matteo Moretti, come ha passato la notte?

Bene. Ho dormito.

Ottimo. Appunti rapidi sulla cartella. Oggi cerchiamo di alzare un po di più la testiera del letto, vediamo la risposta. È presto per previsioni, ma recupero in corso.

Dottore, domandò Giulia, può uscire un attimo?

Parlarono in corridoio. Giulia chiuse bene la porta.

Voglio trovare una badante. Quali competenze sono indispensabili? Cosa serve materiale?

Andrea la osservò con attenzione.

Non sarà lei a occuparsi di lui?

No.

Capisco. Unesitazione minima. Francamente è la scelta più sana. Non si offenda, ma i parenti che assistono per senso di colpa finiscono spesso per fare più danni che benefici. Un professionista garantisce pace e regolarità. I parenti, quasi mai.

Giulia lo guardò negli occhi.

Lo dice sempre così?

Ai pochi che chiedono, rispose.

Lei quasi sorrise. Quasi.

Mi scriva cosa occorre, disse, pronta a prendere appunti.

Andrea dettò. Giulia annotò. Linfermiere le diede i contatti di alcune agenzie affidabili. Ringraziò.

Ha buone probabilità, aggiunse lui. Matteo è giovane, lintervento è andato bene. Forse fra sei mesi camminerà di nuovo. Ma nessuna garanzia, e sarà lunga.

Lo so, annuì Giulia.

Importante è che lo sappia anche lui.

Tornò in camera. Matteo teneva la cartellina chiusa sul ventre, la penna accanto.

Firmi? domandò Giulia.

Lui guardava il soffitto.

E se ti dicessi che ci penso su?

Matteo.

Va bene, firmo. Prese la penna. Con te o contro te, avresti sempre la meglio, ora. Sei diventata così.

Sono sempre stata così, ribatté Giulia. Solo che lo nascondevo. Non so perché.

Firmò tre fogli. Giulia li rimise insieme.

Troverò la badante entro la settimana. Avviserò Lidia. Pagherò direttamente allagenzia il primo mese di stipendio. Dopo ve la vedete voi.

Giulia, la fermò mentre richiudeva la borsa.

Sì?

Grazie. Di essere venuta.

Lei lo guardò. A lungo. Né compassione né astio. Solo, semplicemente, lo guardò come si guarda qualcosa che era parte di te e ora non lo è più.

Rimettiti, disse.

E uscì.

Nel corridoio si fermò alla finestra. Nel cortile cerano alberi spogli, una panchina inzuppata di pioggia. Un anziano in vestaglia sedeva lì senza far niente, semplicemente respirando aria.

Anche Giulia inspirò profondamente.

Qualcosa si era sciolto. Non tutto, ma qualcosa di fondamentale. Come se avesse finalmente posato una borsa troppo pesante. Non laveva lanciata via, laveva solo appoggiata, con cura. E si era raddrizzata.

Come si fa a lasciar andare il passato?, scriverebbe in un diario. Non lo so. Ma sembra che succeda a piccole dosi, con tanti gesti. Uno di questi ora è avvenuto.

La badante Giulia la trovò in due giorni tramite unagenzia. Una signora di cinquantotto anni, Carolina, esperta in geriatria e riabilitazione, calma e concreta, cartella di referenze impeccabile. Appuntamento al bar vicino allospedale: Giulia spiega. Carolina ascolta, domanda giuste sul carattere, sulle depressioni, sulla tolleranza al dolore, su parenti che potrebbero comparire.

I parenti spesso complicano più che aiutare, osservò Carolina. Non è colpa loro. Capita.

So bene, rispose Giulia.

Fissarono i dettagli, Giulia fece il bonifico. Chiamò Lidia. Lei, allinizio, protestò: non va bene così, Matteo vuole i suoi vicino, ma Giulia la interruppe, pacata e ferma insieme, cosa per sé del tutto nuova. Un tempo non avrebbe interrotto, oppure lo avrebbe fatto urlando. Ora era serena.

Lidia, puoi andare ogni giorno se vuoi. Carolina non ti ostacolerà. Io, però, non verrò. Ho una vita, e non ho lobbligo di modificarla secondo i bisogni degli altri.

Lidia tacque un attimo. Poi:

Va bene.

Solo va bene. Senza drammi, senza accuse. Forse era stanca anche lei. Forse, nel profondo, capiva che Giulia aveva ragione.

Una settimana dopo chiamò Mariangela Rossi. Voce diversa, più sommessa, più anziana.

Giulia, Carolina è una donna in gamba. Matteo si sta abituando. Grazie per aver pensato a tutto.

Non cè di che, Mariangela.

Non sparire del tutto, ogni tanto chiamami.

Giulia non prometteva niente. Salutò educatamente e infilò il telefono nel grembiule. Era in bottega, come quasi sempre. Se qualcuno avesse chiesto: come si lascia andare il passato?, ora avrebbe risposto semplicemente: vivendo. Non eroica, né teatrale. Solo questo. Svegliarsi la mattina, andare al lavoro, fare ciò che si ama. Parenti invadenti ed ex non scompaiono; smettono solamente di occupare il posto centrale.

Linverno quellanno arrivò presto. A novembre giunse la neve, e Giulia, con sorpresa, si scoprì ad amarla. Prima non le piaceva. Anzi, non ci aveva mai riflettuto: era solo una di quelle cose che non si fanno quando cè Matteo col suo malumore, i dolori dellartrite, il tè caldo puntuale. Ora poteva semplicemente guardare la neve alla finestra e pensare: che bella. Fine.

A dicembre, il lavoro aumentò: bouquet aziendali per le feste, regali, composizioni natalizie. Giulia assunse unaiutante, ragazza di ventitré anni, Alice, allegra, sveglia, un po sbadata ma brava a imparare. Facevano una bella squadra. Giulia le insegnava a vedere il fiore non come merce, ma come colore sulla tavolozza di un pittore. Alice ascoltava attenta e ogni tanto proponeva idee che lasciavano Giulia sinceramente stupita.

Da dove ti vengono queste cose? domandò un giorno.

Guardo chi ordina e penso: quale fiore potrebbe somigliargli? O a chi riceverà il mazzo.

Giulia fissò la ragazza.

È un buon metodo.

Me lha insegnato lei. Dice che il bouquet deve essere vivo.

Giulia non se lo ricordava, ma probabilmente era vero: lo pensava davvero.

Gennaio, febbraio. La vita proseguiva. Giulia si iscrisse a un nuovo corso di composizione floreale, anche se Alice le diceva che non ne aveva bisogno. Giulia spiegava che si può sempre imparare, e non per mancanza di competenze, ma per curiosità. Era una motivazione nuova: finalmente fare qualcosa solo perché piaceva, non per dovere o per richiesta altrui.

Vivere per sé stessi suona egoista se lo dici ad alta voce. Ma in pratica è: iscriversi a un corso, passare una sera leggendo sulla poltrona senza nessuno che brontoli, visitare una città darte la domenica solo per vedere palazzi antichi, perché li hai sempre amati anche se nessun altro lo capiva.

A febbraio chiamò Lidia. Matteo lentamente migliorava, stava già coi bastoni. Carolina lavorava con lui senza isterie né inutili parole. Giulia ne fu contenta, una gioia limpida, senza colpa o amarezza. Solo bene che stia meglio. Punto.

Marzo portò disgelo e le prime ordinazioni di mazzi primaverili. Tulipani, giacinti, anemoni. Giulia adorava quel cambio ciclone, quando le composizioni invernali di cotone ed eucalipto lasciavano spazio a qualcosa di vivido, impaziente.

Fu proprio a marzo che lui arrivò.

Giulia era al banco a confezionare un mazzo ordinato: giallo e bianco, narcisi e margherite, onesto e netto. La porta si aprì. Un uomo entrò. Giulia, le mani impegnate col nastro, non alzò subito la testa.

Buongiorno, disse.

Buongiorno, rispose lui.

La voce. La riconobbe ancora prima di guardarlo. Calma, un po stanca, stabile.

Andrea Bellini, il medico, stava vicino allingresso, la guardava come chi, entrato in un posto sconosciuto, se lera già un po immaginato in mente. Niente camice, ovviamente. Cappotto scuro, sciarpa leggera. Niente fascio di cartelle.

Lei, disse Giulia.

Io, disse lui.

Breve silenzio. Alice, in quel momento, era andata forse in magazzino a prendere la carta. Loro due, da soli nella bottega.

Matteo Moretti è stato dimesso dieci giorni fa, annunciò Andrea. Cura domiciliare, sempre con Carolina. Prognosi favorevole.

Sì, disse Giulia. Me lha detto Lidia.

Perfetto. Una breve esitazione. Poi, con un mezzo sorriso autentico, A dirla tutta non passavo di qui per caso. Anzi, ci venivo apposta. Mi ricordavo il nome, Stelo Fiorito. Ho trovato lindirizzo online.

Giulia mise da parte il nastro.

Vuole dei fiori?

Sì. E non soltanto.

Silenzio. Odore di giacinti, terra bagnata.

Cosa, esattamente, vorrebbe acquistare? chiese Giulia.

Andrea si avvicinò agli anemoni. Viola, rosso scuro, bianchi col centro nero.

Questi, direi. Tre? O cinque?

Sempre numero dispari, spiegò Giulia. Tre va bene. O cinque, sì. Per chi?

Ancora non so. La guardò in viso. Forse può aiutarmi lei a decidere.

Giulia scelse tre anemoni, poi ne prese altri due, dagli steli quasi neri.

Cinque, disse. Restano bene insieme.

Iniziò a confezionare. Mani veloci, gesto rodato. Carta kraft, un po umida alla base, e il nastro.

Giulia, disse Andrea.

Sì.

Le dispiace se vado dritto al punto? Tanto non sono bravo con i giri di parole.

Vada pure dritto, rispose lei, senza distogliere lo sguardo dal mazzo.

Mi piacerebbe uscire con lei. Non in ospedale, non per faccende. Solo per il piacere di conoscerci. Un caffè, un teatro se ama il teatro. O anche solo una passeggiata, se preferisce. Mi rendo conto sia insolito. Però penso che tra adulti sia giusto dirci le cose, senza far finta di essere qui solo per due anemoni.

Giulia sollevò la testa.

Lui ricambiava lo sguardo con calma, senza forzature. Aspettava, lasciandole tutto il tempo.

Da quanto ha deciso? domandò lei.

Tre mesi fa. Quando mi ha chiesto la lista per la badante, in corridoio.

Mentalmente si rivide quella scena: finestra, alberi stecchiti.

Allora ero ancora sposata. Sulla carta.

Lo so. Per questo ho aspettato.

Fuori la bottega marzo era in pieno: neve quasi scomparsa, solo strisce grigiastre lungo i lastricati. I passeri gridavano attorno alla panchina. Il lampione acceso per abitudine, ormai faceva chiaro.

Non lo so, disse Giulia.

Che cosa, esattamente?

Non so come si fa, ora. Diciotto anni sposata, un anno a disabituarmi dal passato, ad ascoltarmi da sola. Non so come dovrebbe essere.

Se vuole saperlo, nemmeno io, ammise Andrea. Separato da sei anni, figlia diciassettenne, vive con la madre, rapporto civile. Anchio ho lavorato e basta, per non pensarci. Poi ho provato a pensare sul serio. Poi ho pensato che magari vale la pena anche vivere, non solo ragionare.

Alice rientrò dalla dispensa col rotolo di carta. Vide il cliente, sorrise.

Giulia, posso aiutare?

No, Alice, faccio io.

Capì subito che doveva togliersi, e rientrò in magazzino con la sua carta.

Giulia consegnò il bouquet ad Andrea. Lui lo prese.

Quanto?

Attenda, disse lei.

Andrea attese.

Giulia fissava gli anemoni nelle sue mani: quelli scurissimi, vellutati. Le erano sempre piaciuti per quella somiglianza ai papaveri, ma più sottili, più sobri. Un fiore che non urla, ma non si nasconde.

Una storia di fiori, si disse. La propria vita laveva ricostruita attraverso loro. Si era rifugiata qui dal dolore. Dapprima era solo sopravvivenza, poi era diventata qualcosa di suo, sicuro. E ora una persona entrava nel suo mondo. Non invadeva, non pretendeva, non spingeva. Solo entrava. Parla chiaro. Tiene in mano anemoni e aspetta.

Va bene, disse Giulia.

Sollevo leggermente le sopracciglia.

Va bene in che senso?

Teatro. Da tanto non vado.

Andrea sorrise per davvero, finalmente.

Contento.

Ma non oggi: ho ancora tre ordini da completare.

Certo. Forse venerdì? O sabato, se le fa comodo.

Sabato, decise Giulia.

Diede il prezzo. Andrea pagò, mise il resto in tasca, senza fretta di uscire.

Giulia, posso fare una domanda?

Sì.

Curiosità: da quanto si occupa di fiori?

La bottega, da poco più di un anno. Breve pausa. Ma i fiori da sempre. Era solo un hobby. Ora è un lavoro.

È fortuna, quando lhobby diventa lavoro.

Sì, confermò lei. È una fortuna.

Andrea annuì, sistemò meglio il mazzo e si avviò. Sulla soglia si voltò.

A sabato, Giulia.

A sabato, Andrea.

Un accenno di sorriso.

Andrea.

A sabato, Andrea.

Porta chiusa. Giulia guardò fuori, dove lui si allontanava sotto i rami spogli, tra i passeri ancora litigiosi. Cappotto, sciarpa, anemoni in mano. Non si voltò.

Alice ricomparve allistante.

Giulia, chi era?

Un cliente, replicò lei.

Un cliente? Che si è fermato a parlare un quarto dora?

Alice.

Sì?

Prepara quei crisantemi per la signora Marina, che passa alle quattro.

Alice sparì, con soddisfazione curva sulla bocca. Giulia tornò al lavoro. Le mani svolgevano gesti noti e cari. Carta frusciava, lacqua gocciolava in secchio. Profumo di giacinti.

Sabato. Fra quattro giorni. Quattro giorni normali, fra ordini e consegne, domande di Alice, telefonate dei fornitori. Quattro giorni uguali a tanti altri di quellanno vissuto interamente per sé.

Giulia non pensava apposta a sabato. Lavorava. Ogni tanto, quando la bottega si svuotava e i fiori aspettavano silenziosi nei secchi, rivedeva la scena. Non tutta, non parola per parola. Solo: voce calma, anemoni, a sabato, Andrea.

Tra adulti si può parlare chiaro, aveva detto lui.

Forse è vero.

Non sapeva cosa sarebbe stato sabato. Né se le sarebbe piaciuto, o avrebbero parlato daltro che non fosse lavoro, malattie o passato. Non sapeva se lo avrebbe voluto rivedere. Sapeva solo una cosa: ora la scelta era sua. Non spettava più allex suocera, né a Matteo, né alla paura della solitudine. Solo a lei.

Era una sensazione nuova. Non ubriacante, non esaltante. Solida come lasfalto sotto i piedi dopo chilometri nella neve.

Venerdì sera, chiusa la bottega, Alice andata via, Giulia mise alcuni anemoni in un bicchiere sul davanzale, quelli rimasti dalla consegna. Quasi neri, vellutati. Li pose lì dove teneva sempre qualcosa solo per sé, non in vendita.

Li guardò.

Stanno bene insieme, aveva detto dei cinque.

Ed era vero.

Spense la luce e uscì per andare a casa. Domani era sabato.

Sabato iniziò col cielo grigio e il profumo di caffè dalla macchina che si era regalata sei mesi prima macchina che Matteo non avrebbe mai approvato: costosa e superflua. Superfluo fa parte di quelle parole da matrimonio, che crescono come erbacce e oscurano tutto il resto: Perché? Mi piace. Lo voglio. Basta.

Bevette il caffè davanti alla finestra. Tegole bagnate, un piccione sul cornicione, unauto che schivava una pozzanghera.

Il telefono sul tavolo. Un messaggio arrivato già da unora, come se la persona si fosse alzata presto solo per scrivere:
Buon giorno. Lo spettacolo inizia alle 19. Prendiamo qualcosa insieme prima? O meglio di no, come preferisce. Andrea.

Giulia lesse ancora, si accorse di buon giorno staccato. Sorrise.

Rispose:
Buongiorno. Una cosa insieme va bene. Alle 18?

Inviato. Rimise il telefono. Finì il caffè.

Fuori marzo continuava a fare il suo dovere. Gocciolava dai tetti, il vento frusciava, i passeri litigavano coi piccioni. La città si svegliava, indifferente alle altrui sabati, ai piccoli passi decisivi. La città non si accorge delle svolte private: prosegue.

Il telefono si illuminò. Una parola sola:
Perfetto.

Giulia si alzò, mise la tazza nel lavandino. Indossò il grembiule: otto ore prima di sera, la bottega non si apre da sola. Prese le chiavi.

Sulluscio guardò lappartamento: piccolo, luminoso, con i suoi anemoni sul davanzale, perché alcuni quel venerdì li aveva portati anche a casa. Era la sua casa. La sua macchina del caffè. I suoi fiori, solo suoi. Il suo sabato.

Uscì.

Dietro di lei la porta si chiuse piano, con il suono netto di ciò che è davvero chiuso.

Andrea la aspettava già davanti al bar, verso le sei meno dieci. Appoggiato accanto allingresso, guardava il telefono ma labbassò subito vedendola. Cappotto scuro, ancora la stessa sciarpa. Stavolta senza anemoni.

Buonasera, disse lui.

Buonasera, rispose Giulia.

Si guardarono per due secondi, non di più. Due adulti sotto il cielo bagnato di marzo, lì per scelta, solo perché volevano. Non per dovere, non per necessità, solo per desiderio.

Allora, fece Andrea, entriamo?

Entriamo, disse Giulia.

E insieme, entrarono.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

16 − 4 =

Torna e prenditi cura di me