Tovaglia bianca, vita grigia
La minestra era buona. Giulia lo sapeva per certo, perché laveva assaggiata tre volte mentre cucinava, e ogni volta era soddisfatta. Barbabietole fresche, dal mercato di piazza SantEufemia, carne sul costato cotta lentamente due ore, aglio aggiunto solo alla fine, come si deve. In tavola cerano le candele, la tovaglia di lino bianca, quella che teneva da parte per le occasioni speciali. Quindici anni. Se non è questa una di quelle occasioni.
Fuori stava calando il buio. Ottobre a Verona era sempre così: grigio, umido, con lodore di foglie marcite e gas di scarico. Giulia aggiustò la forchetta a destra del piatto, stirò un angolo della tovaglia, anche se era già perfetta. Poi rimase lì, ferma in mezzo alla cucina, ad ascoltare il ticchettio dellorologio sopra il frigo.
Gabriele arrivò verso le otto e mezza. Sentì il trambusto con la chiave, il tonfo della sporta a terra, lo scatto dellinterruttore nellingresso.
Allora, che mi hai preparato? sbucò in cucina senza nemmeno togliersi la giacca, col naso tutto rosso dal freddo.
Lava le mani, passa e siediti, sorrise Giulia. Cè minestra, pollo, ho fatto linsalata.
Gabriele si tolse la giacca lì per lì, la buttò su una sedia. Guardò la tavola.
E le candele cosa centrano?
Come, cosa centrano, Gabry. È il nostro anniversario.
Lui non disse niente, andò al lavandino, si sciacquò le mani in fretta, si sedette. Giulia gli servì la minestra, posò davanti a lui la ciotola. La panna acida era artigianale, ancora dal mercato. Gliene mise un cucchiaio sopra, come piaceva a lui.
Gabriele annusò, prese un cucchiaio, assaggiò. Masticò.
È un po acidula.
Giulia si sedette di fronte.
Davvero? A me sembra giusta.
Mia mamma la fa diversa. La sua è come dire più saporita. Ha il vero gusto delle cose fatte in casa.
Giulia prese il suo cucchiaio.
Mangia, che è ancora calda.
Sì, ruotò il piatto tra le mani, però la tovaglia bianca, che senso ha? La sporcherai.
Non la sporcherò.
Vedremo. Sbuffò. Mamma, per le feste, usa sempre quella bordeaux. È più comoda. Ed è anche bella.
Giulia guardava le candele. La fiammella tremava ogni volta che Gabriele si muoveva a tavola.
Gabry, disse calma, oggi sono quindici anni che siamo sposati.
Lo so.
Non mi hai detto nulla quando sei entrato.
Alzò lo sguardo su di lei, sorpreso, quasi offeso.
E cosa dovevo dire? Farti gli auguri? Viviamo insieme, non è mica un compleanno.
Non so. Sono quindici anni, è
Sono solo quindici anni, la interruppe. Dai, il pollo?
Giulia si alzò, tirò fuori il pollo dal forno. Bello dorato, con rosmarino e salvia, come piaceva a lui.
È asciutto, disse tagliando un pezzo.
Lho tirato fuori adesso.
Allora lhai lasciato troppo. Mamma lo copre sempre con la stagnola, viene più tenero.
Giulia si mise nel piatto un po di pollo. Masticava in silenzio. Fuori una macchina passò rovesciando luce sul soffitto.
Sei passato da tua madre oggi? chiese.
Sì, dopo il lavoro. Perché?
Così, chiedevo.
Ancora uno sguardo alla tovaglia.
La bianca non andava, Giulia. Mamma sa come si fa una tavola, mica come te. Lei sceglie i piatti che stanno bene, stende la tovaglia giusta, il pane lo taglia sottile. Guarda questo, indicò il pane, tagliato come mattonelle.
Giulia posò la forchetta piano, senza far rumore, accanto al piatto.
Dentro di lei qualcosa si strinse e si allentò, come quando fai un pugno.
Gabriele, disse con voce piatta, si sorprendette lei stessa, ti rendi conto di cosa stai dicendo?
Lui la fissò, leggermente irritato, come se lo disturbasse durante il pranzo.
Cosa? Sto solo dicendo che la minestra di mamma viene meglio. Non è unoffesa.
Sei entrato, nemmeno un augurio. Subito a criticare cena, tovaglia, pane, pollo. Ho cucinato tre ore, Gabry.
Va beh, hai cucinato. E quindi? Cosa devo fare, battere le mani? È il tuo compito, no?
Giulia tacque un istante.
Compito, ripeté, come assaggiando la parola.
Certo. Sei a casa, cucini. Io lavoro, porto i soldi. Tutto torna.
E i quindici anni sono solo una formalità?
Vuoi che declami poesie? fece una smorfia. Mamma lo dice sempre: meno romanticismo e più ordine a casa, così una famiglia dura.
Una candela tremolò. Solo una volta. Come se pure lei avesse sentito qualcosa.
Giulia si alzò. Portò via il suo piatto. Si avvicinò alla finestra e guardò i tetti umidi delle case di fronte, i quadrati luminosi delle finestre, il tiglio in cortile ormai quasi spoglio.
Poi si girò.
Gabriele, raccogli le tue cose.
Alzò lo sguardo.
Cosa?
Raccogli la tua roba e vai. Per favore.
Lui la fissò come si fissa uno appena inciampato in un dialetto sconosciuto. Poi fece una voce tra il riso e il colpo di tosse.
Sei seria?
Serissima.
Per una minestra?
Non per la minestra.
Allora per cosa? nella sua voce si fece tagliente. Solo perché ho detto di mamma? Giulia, su, non scherziamo.
Io non sto scherzando.
Sei offesa? si alzò, braccia incrociate. Va beh, scusa, ok? Dai, siediti, mangia.
No, Gabry.
Lui la guardava: calma, dritta, in piedi vicino alla finestra. Forse si aspettava lacrime, urla, porte sbattute. Tutto tranne quella calma lì.
Non stai scherzando, disse piano.
No.
Silenzio. Lorologio ticchettava. Le candele bruciavano ferme.
E per una sola discussione, così, butti tutto? tentò.
Non per una sola. Per quindici anni della stessa discussione. Vai, Gabry. Prendi ora quello che ti serve, il resto te lo darò unaltra volta.
Lui si immobilizzò un minuto. Poi si voltò e andò in camera. Giulia sentiva la portiera dellarmadio che sbatteva, lui che cercava nei cassetti. Lei sedette in cucina, guardando le candele. Bruciavano dritte, senza tremare.
Quando tornò con lo zaino in mano, si fermò sulla soglia. Guardò la tavola. Tovaglia bianca, minestra, pane a fette spesse.
Te ne pentirai, disse lui.
Forse, rispose Giulia. Ciao, Gabry.
La porta si chiuse. Lo scatto della serratura. Rimase ad ascoltare finché i suoi passi non sparirono dalle scale.
Poi spense le candele, non aveva senso lasciarle accese. Lavò i piatti. Mise la minestra in frigo. Non aveva fame.
Casa sapeva di cipolla soffritta e un po di umido, come sempre succede a ottobre quando nelle case accendono ancora piano i riscaldamenti.
Andò a letto alle dieci e mezza. Non si addormentò subito. Guardava il soffitto, sentiva la TV dei vicini attraverso il muro. E pensava ad una sola cosa: non stava piangendo. Strano.
***
Margherita aprì la porta prima ancora che Gabriele potesse suonare una seconda volta. Lo faceva sempre così, come se lo sentisse arrivare dallascensore.
Gabry! sgranò gli occhi vedendo lo zaino. Madonna santa, cosa è successo?
Mi ha cacciato, rispose lui secco.
Chi? Quella lì? Margherita scostò la porta. Te lavevo detto, te lho detto mille volte! Vieni, cè la zuppa, patate e pollo, come piace a te.
Tolse le scarpe, si sedette in cucina. La casa profumava di cucina e di quel misto che si trova solo nelle case delle mamme anziane rimaste sole: una nota di vecchio, una punta di acqua di colonia, sopra tutto, odore di cibo.
Margherita trafficava ai fornelli, non smetteva un secondo di parlare.
Io lo sapevo che quella non faceva per te. Fredda, Gabry, proprio una statua. Guarda caso i figli non sono mai arrivati. La natura tutto sa. Mangia, guarda, pane tagliato sottile.
Il pane era perfetto, sottile, lineare. Gabriele lo fissò, e gli venne in mente senza saperne il perché che Giulia invece il pane lo tagliava spesso.
Mamma, borbottò, basta adesso.
Cosa basta? Dico solo la verità! Ti ha fatto patire quindici anni, e che risultato? Né figli, né casa vera. Mangia la zuppa, va.
La zuppa era calda, saporita, esattamente come diceva lei. Gabriele mangiava in silenzio.
I primi giorni passarono come in un sogno. Andava a lavoro, tornava, cenava con la madre guardando la TV. Margherita cucinava ogni giorno con dedizione. Prendeva dal frigo le polpette avanzate, sistemava il piatto dicendo: Devi mangiare meglio, sembri una camicia grigia!
Al terzo giorno gli svuotò lo zaino da sola quando lui era in ufficio.
Quella camicia lasciatela, è tutta stropicciata, annunciò a cena. Ti stiro quella blu, ti dona di più.
A me piace quella grigia, rispose lui.
Sì, ma la blu è meglio.
Non disse altro. Mangiarono le polpette, bevvero il tè. La madre sistemava i piatti raccontando della vicina del quarto piano che se lè cavata benissimo senza marito, era una specie di frecciata verso Giulia, ma Gabriele non ascoltava.
Dopo una settimana la madre decretò che le sue scarpe erano finite, e sabato si andava in negozio.
Mamma, sono ancora buone.
Le ho viste. La suola si stacca.
Non è vero.
Lo è. Sabato ci andiamo.
Sabato andarono. Lei scelse con cura, misurò diversi paia. Lui voleva quelle nere e semplici. Lei comprò le marroni, con la fibbia lucida.
Guarda come ti stanno bene, disse.
Non mi piacciono.
E smettila, non sei più un ragazzino. Queste sono migliori.
La commessa guardava altrove. Gabriele si specchiò lì vicino alla cassa: un uomo di mezza età, in scarpe nuove marroni e senza nessuna espressione.
Prese le marroni.
La sera la madre si sedeva di fronte e raccontava di quando era bambino, di quanto era stato bravo, di come aveva fatto tutto da sola e che Giulia non aveva mai riconosciuto il suo valore. Gabriele annuiva.
A volte ripensava alla tovaglia bianca. Alle candele. Non capiva perché Giulia le avesse mai messe. Quindici anni, e allora? Cosa cè da celebrare?
Ma ci pensava.
E pensava anche che lei non avesse pianto. Non gridò, non fece scenate. Si mise alla finestra, calma, e gli chiese di andarsene. Lui non sapeva da dove le fosse venuta quella calma. Era abituato ad altro, non a quello.
Alla fine del primo mese la madre aveva già fatto un piano orario. Non lo chiamava mai orario, ma diceva solo: Martedì dal dottore, ti ho prenotato, Giovedì siamo da zia Rosa, ci aspetta, Venerdì torna presto, faccio la torta e non mi piace aspettare.
Quel venerdì fece tardi perché in ufficio cera la riunione. Avvisò la madre. Lei parlava mentre lui era sullautobus, non smetteva mai, lui con il telefono allorecchio guardava fuori nel buio.
La torta era pronta. Buona. Tutto era buono.
Gabriele sedeva a tavola e sentiva come un peso sul petto. Non dolore, solo pressione, costante, bassa, come se mancasse sempre un po daria.
***
Le prime tre settimane dopo la separazione, Giulia le visse in una specie di nebbia.
Andava al lavoro, tornava, preparava qualcosa di semplice, mangiava, si metteva a letto. La sera era la parte più dura, la casa faceva un silenzio che allinizio le pareva terribile, poi divenne solo quello, silenzio.
Lamica, Paola, la chiamava ogni due giorni. Giulia, come va? Vieni qui? Giulia diceva che era a posto, che non doveva venire. Paola venne lo stesso quel sabato, portò vino e cantucci, stettero in cucina fino alle due, Giulia raccontava delle candele, della minestra, della suocera e la sua tovaglia giusta, Paola ascoltava e ogni tanto diceva serio Che mascalzone, e già solo quello aiutava.
Hai fatto bene, disse Paola prima di andare via. Hai fatto proprio bene.
Però fa paura, ammise Giulia.
Lo so. Ti passa.
Quella sera Giulia fissò i pesanti tendaggi blu in salotto. Li aveva scelti Gabriele anni prima. Oscuranti, pratici, diceva lui. Da allora erano sempre rimasti lì. Giulia non ci aveva mai fatto caso.
Li tolse il giorno dopo.
Ci mise unora e mezza, il bastone era pesante, dovette salire sul tavolo. Arrotolò i tendaggi e li mise nellarmadio. La stanza subito sembrò diversa. La luce grigia dellautunno veronese, gelida ma vera, era meglio del buio dietro il velluto.
Poi spostò il divano. Non da sola, chiamò il vicino, Amedeo, un signore anziano sempre disponibile. Ora il divano era sotto la finestra, preso tutto diversamente dalla luce.
Era strano ma le piaceva.
La seconda settimana cominciò a dormire meglio. Non proprio benissimo, ma niente più notti intere a fissare il soffitto.
Al lavoro nulla era cambiato. Giulia era una bravissima contabile: precisa, affidabile. Mai uno sgarro. Documenti sempre a posto. Tutti la rispettavano, specialmente la dottoressa Fabbri, capo contabile severa con le perle alle orecchie e poca voglia di parlare di sé, ma una che Giulia la stimava.
A fine ottobre la Fabbri la chiamò nel suo ufficio.
Giulia, andò dritta al punto, lanno prossimo vado via. Trasloco da mia figlia. Il direttore vorrebbe proporre a te la mia posizione.
Giulia rimase zitta diversi secondi.
Davvero proprio a me? domandò, non tanto perché non avesse capito, ma per dire qualcosa.
Proprio a te. Lo so chi lavora qui dentro. Ci penso da mesi. Accetta.
Giulia tornò a casa in autobus riflettendo: capo contabile, altra responsabilità, altro carico. Un po di paura, sempre avuta. Una volta Gabriele aveva detto: Perché ti metti a fare carriera, sei sposata, io porto i soldi. Lei ci aveva creduto, aveva lasciato stare.
Ora, invece, guardava i lampioni scorrere e si chiedeva: Perché no?
Novembre passò tra mille cose. Mise mano a casa: un po di pittura in camera, giallo pallido; tende nuove, sottili, di lino chiaro. Un nuovo paralume, arancio, acceso sempre la sera. La casa cambiava poco a poco. Diventava sua.
Prese qualche vaso di gerani, messi sul davanzale. Il profumo fresco, verde, si sposava benissimo con le tende e il muro giallo.
Con Gabriele risolsero tutto via avvocato, senza drammi. La casa era sua, lui non chiese nulla. Restò zitto, nessuna scenata. Forse la madre lo convinse, forse aveva solo chiuso.
A dicembre accettò di diventare capo contabile. Fabbri le strinse la mano.
Brava, le disse. E, per la prima volta da tutti quegli anni, sorrise calda davvero.
Il Capodanno Giulia lo passò da Paola, tra bambini, cani, montagne di insalata russa. Era bello e un po malinconico, quella tristezza delle feste quando guardi indietro. Bevve un bicchiere di spumante, guardò i fuochi dal balcone e pensò: è passato, sono viva, e tutto sommato sto bene.
***
Linverno per Gabriele fu un disastro.
La madre decise che doveva curarsi. Gli prese appuntamenti con medico di base, cardiologo, gastroenterologo. Non stai bene, Gabry, bisogna controllare. Gabriele andava. I dottori non trovavano nulla, per la sua età è tutto a posto, la madre scuoteva la testa, quasi volesse che gli trovassero qualcosa per doversi preoccupare.
In ufficio era diventato nervoso. I colleghi lavevano notato. Paolo, che fumava con lui sulle scale, una volta gli disse:
Che hai oggi, sei nervoso.
Niente, tagliò corto.
Questione di casa?
No.
Paolo finì la sigaretta e se ne andò. Gabriele rimase solo a guardare il cortile della fabbrica, la neve grigia, il ghiaccio, le chiazze dolio. Non voleva tornare in ufficio. Non voleva nemmeno tornare da sua madre.
Pensò: ma io, dove vorrei davvero essere?
Nessuna risposta.
La madre lo aspettava ogni sera, la tavola pronta. Un pensiero carino, lo riconosceva. Ma insieme al pasto arrivavano anche le sue istruzioni: domani metti quel maglione, domani vai da qui, arriva presto che non mi piace aspettare. Se faceva tardi, mille telefonate. Se non rispondeva, ancora più chiamate. Poi il messaggio: Gabry, dove sei? Mi preoccupo.
Un febbraio restò a casa di Paolo per vedere la partita di calcio, birra, due uomini davanti alla TV. Tornò alle undici e mezza.
La madre lo aspettava in cucina, al buio. Appena entrò, accese la luce, lo guardò male.
Doveri?
Te lho detto.
Tardo, hai scritto. Questo non è avvisare. Io non sapevo dove fossi. Mi sono agitata, mè salito il cuore.
Mamma
Mangia, ho lasciato le polpette. Gliele portò, scaldate al microonde. E non spegnere più il telefono.
Non era spento, era il volume basso e cera la partita.
Un sacrilegio, disse con tono tragico.
Mangiava le polpette fissando il tavolo.
Si era accorto che si giustificava, sempre e comunque. Perché tardi, perché quella camicia, perché non aveva chiamato prima, perché non aveva mangiato/aveva mangiato troppo.
Si ricordava di aver spesso detto a qualcuno: Mamma fa sempre le cose meglio. Con orgoglio, una volta. Ora quel ricordo sembrava quasi vergognoso.
A marzo provò a guardare un appartamento in affitto vicino al lavoro. Lo disse a sua madre.
Lei scoppiò a piangere.
Non un pianto aggressivo, sottovoce: Allora qui stai male. Sono solo un peso, ho capito, Gabry.
Non prese casa.
La notte a volte sognava Giulia. Non spesso, ma capitava. Non romanticherie: lei che cucina, o insieme in macchina da qualche parte. Scene banali. Si svegliava e fissava il soffitto, piatto come la vita in quella casa.
Si chiedeva: chissà cosa fa, lei adesso?
E subito pensava: figurati, magari sè già rifatta una vita.
Questo pensiero gli dava fastidio.
***
Febbraio fu luminoso a sorpresa. La neve era bianca, reale, e al mattino Giulia andava alla fermata accecata dal sole; si ripromise di comprare finalmente degli occhiali da sole nuovi, li desiderava da mesi.
Li comprò. Rosa, montatura fina. Si guardò allo specchio del negozio e rise, un po impacciata, ma le venivano voglia di abbracciare la giornata.
Al lavoro andava. Le nuove responsabilità non erano facili, ma andavano. Restava fino a tardi, passava le serate tra fatture e chiamate col direttore, il ragionier Bertelli, un tipo saldo, di poche parole, uno che apprezza la precisione. Era soddisfatto e si vedeva.
Le colleghe la stimavano. La giovane aiutante, Marta, la guardava spalancando occhi dammirazione, ogni tanto le posava un caffè senza dire nulla. Giulia ringraziava, lei arrossiva.
A marzo Paola la trascinò al compleanno di unamica, Roberta. Giulia non ne aveva voglia: sconosciuti, confusione, mettere una maschera. Paola insistette: Basta chiuderti, guarda che ci divertiamo.
Roberta era solare, accogliente, una casa grande con due gatti e un ficus gigante. Dodici ospiti. Giulia per la prima mezzora stette vicino a Paola, poi si ritrovò a parlare con la vicina di sedia, una prof di matematica, e parlarono solo di libri.
Andrea era seduto davanti. Nemmeno lo notò allinizio. Di quegli uomini che non fanno scena: medio, capelli che già imbiancano, maglione grigio. Poco parlare, ascolto attento. Sorrideva solo se qualcosa gli sembrava davvero divertente.
Sul finale di serata si ritrovarono vicini alla finestra, tazza di tè in mano. Lui domandò, lei rispose, poi viceversa. La chiacchierata venne naturale. Era ingegnere, lavorava a unazienda, vedovo da quattro anni. Lo disse senza patemi, come chi parla di qualcosa che fa parte della vita.
Conoscevi già Roberta? chiese Giulia.
Sì, tramite il marito che ora vive altrove. Siamo amici. E tu? Da Paola?
Dalla triennale.
Bella cosa, avere amiche così, disse lui.
Sì, sorrise Giulia.
Si scambiarono i numeri. Così, senza entusiasmi. Lui scrisse dopo tre giorni, propose un caffè. Giulia disse: volentieri.
Si trovarono in una caffetteria vicino allufficio di lei. Stettero due ore a parlare. Lei raccontò del divorzio, lui ascoltò, senza dare consigli, né giudizi. Poi raccontò la sua storia. Uscirono, si attardarono fuori. Faceva freddo, ma piacevole. Lui domandò se poteva richiamarla. Lei disse di sì.
Poi una passeggiata sui ponti. Poi un film. Poi, una sera daprile, lui la invitò a cena a casa.
***
Andrea viveva al quinto piano di una vecchia palazzina vicino a Porta Vescovo. Giulia salì le scale stringendo una bottiglia di Valpolicella, pensando: ora entro e sarà un casino da scapolo, toccherà far finta che mi vada bene così. Era nervosa, come solo chi ha passato la vita ad aspettarsi esser giudicata.
Suonò.
Si aprì la porta: subito odore di mele cotte, dolce, tiepido, e qualcosaltro, forse cannella.
Entra pure, Andrea sorrise. Porto avanti la torta. Spero non dispiaccia la mela?
La adoro, rispose Giulia.
La casa era semplice. Non pulitissima, ma viva: libri e cacciaviti insieme sulla mensola, un giornale sul tavolo della cucina. Niente perfezione in mostra. Solo casa, vera.
Aiutò a fare linsalata. Tagliava pomodori, lui affettò del formaggio. Parlavano poco. E il silenzio non pesava.
Giulia si sorprese ad aspettare la critica. Magari lui avrebbe detto: Meglio coi cetrioli, oppure dovevi usare unaltra salsa, o lavrebbe fissata come faceva Gabriele. Ma niente.
Si sedettero, lui versò il vino, guardò la tavola, poi lei.
Grazie di essere venuta, disse.
Tutto qui. Tre parole, gratis.
Giulia abbassò lo sguardo sul piatto. Sentì dentro qualcosa che si allentava, morbido e quasi invisibile. Come se avesse sempre tenuto sospeso un peso e finalmente lo avesse posato.
Fuori era sera di aprile. I lampioni accesi, la finestra con una fogliolina che vibrava nel vento. Il profumo della torta si allargava piano.
Parlarono a lungo: lei dellinfanzia, di come voleva fare la maestra ma il destino laveva portata a ragioniera; lui del restauro di edifici antichi che stava facendo adesso. Giulia ascoltava pensando che sì, riparare ciò che è stato rovinato è un bel mestiere.
Quando fu ora, lui la accompagnò fino alle scale.
Sono contento che ci siamo conosciuti, le disse.
Lei tornò a casa pensando non a lui, o meglio, non solo a lui. Pensava alla torta. E che, a volte, si può semplicemente andare da qualcuno a cena senza aspettare una condanna. Cenare. Tornare leggera.
***
Lestate passò tranquilla e dolce.
Lei e Andrea si vedevano spesso, ma tutto con calma, senza forzare. Il sabato andavano al mercato: lei tornava con basilico e ricotta, lui con il pesce. Cucinare insieme era una gioia diversa: niente ansia, niente paura di critiche.
Un giorno di luglio Giulia rimase a dormire da lui. Era tardi, non aveva voglia di tornare. Al mattino lui portò il caffè a letto. Non da cinema, senza sceneggiate: glielo portò, si sedette accanto.
Lavori, oggi? chiese.
Dalle dodici.
Ti va che andiamo al mercato stamattina? Dovrebbe esserci la ciliegia.
Giulia prese il caffè con due mani. Il mattino era blu, il cortile urlava di rondini. Le venne da piangere, ma era una commozione così, buona. Una cosa che capita quando capisci che stai bene.
Sì, rispose.
In autunno Andrea le propose di trasferirsi. Senza anelli, senza scena. Una sera mentre lavavano i piatti, le disse:
Giulia, e se venissi qui? Secondo me staresti bene. La casa è grande, cè posto. E ci tenerei.
Ci penso, disse lei.
Certo, rispose Andrea.
Ci pensò due settimane. Poi disse: sì.
A novembre si trasferì. Affittò la sua, per ora non voleva venderla. Portò i suoi libri, i gerani, il paralume arancione, le tende di lino. Andrea spostò la libreria, ci misero i suoi volumi di tecnica e i romanzi di lei mischiati stava bene.
A dicembre si sposarono. In fretta, senza festoni: solo Paola e lamico di Andrea, Riccardo, come testimoni. Poi in trattoria a ridere, Paola pianse ma solo di gioia, davvero.
In gennaio Giulia scoprì di aspettare un bambino.
Stette in bagno col test in mano a fissare le due lineette. Poi si sedette sul bordo della vasca. Ci rimase dieci minuti.
Aveva quarantatré anni. Pensava che non avrebbe mai avuto figli. Gabriele non li voleva, forse lei neppure, mai affrontato, tutto lasciato correre. I dottori non le avevano mai detto no, ma lei non ci aveva più pensato: destino.
E invece.
Andrea era nello studio, stava disegnando. Lei uscì e si fermò sulla porta. Lui la sentì subito, si voltò.
Guardò il suo viso.
Che cè? disse piano.
Lei porse il test. Lui lo prese, guardò, rimase zitto qualche istante. Poi si alzò e labbracciò forte. Non disse nulla, solo labbracciò.
Alla fine aggiunse:
È una bella notizia, Giulia. Bellissima.
Lei si accasciò contro di lui e per la prima volta pianse davvero, con tutto il corpo, senza più ritegno. E lui non la fermò mai, ripeteva piano: Va bene così. Va tutto bene.
***
Aprile tornò su Verona. Ancora quella caffetteria, ancora lAdige, solo che ora Giulia ci camminava piano, con la pancia grossa, Andrea a fianco a sorreggerla.
A sei mesi tutti lo sapevano a lavoro. Il ragionier Bertelli disse: Congratulazioni, dottoressa Giulia. Il suo posto laspetta, senza ansie. Marta la guardava con quello sguardo che hanno le ragazze giovani verso le donne che la vita la sanno vivere.
La loro casa si era riempita di cose nuove: un lettino in pezzi, una lampada a forma di nuvola, una pila di minuscoli vestitini. A volte Giulia apriva il cassettone a guardarli e toccarli. Una sensazione di futuro, vero.
Alla mattina prendeva il tè davanti alla finestra guardando il cortile dove già spuntava lerba nuova. Profumava di terra bagnata, un po di mele dai meli del vicino. Pace, silenzio.
Ma a volte, specialmente la sera quando Andrea dormiva e lei sentiva il bambino muoversi dentro, pensava al passato. Senza piangere, senza rimpianti; come si pensa a una vecchia foto: una vita diversa, altre persone. Un po di dispiacere. Forse per quei quindici anni che non le avevano dato ciò che sperava. O forse solo per la sé stessa più giovane, quella che cucinava la minestra e stendeva la tovaglia bianca.
Non aveva più notizie di Gabriele. Paola aveva detto di averlo incrociato in negozio, invecchiato parecchio. Giulia ascoltò e non rispose. Non gli voleva male. Solo non era più la sua storia.
***
Gabriele era seduto in cucina da sua madre.
Fuori era aprile, ma dentro sembrava sempre inverno: le tende pesanti non lasciavano passare il sole, sugli scaffali sempre le stesse cose, il solito odore di vecchio, brodo, corvalolo.
Margherita era vicino ai fornelli che mescolava la minestra e parlava. Sempre parlava quando stava ai fornelli.
Ti vedo stravolto, Gabry. Te lho detto cento volte di andare da un dottore serio, non quelli del tuo posto, non capiscono nulla. Ho chiamato in clinica San Marco, cè un cardiologo bravo. Ti prendo appuntamento.
Sto bene, mamma.
Non puoi giudicarti, rispose, con la sicurezza di chi ha sempre ragione. Gli uomini non sentono mai nulla in tempo. Anche tuo padre
Gabriele fissava il tavolo.
Tovaglia a quadretti blu e bianca. Pratica. Mamma aveva ragione, non sporchi.
Gli mise davanti il piatto.
Mangia che è caldo. Oggi minestra dorzo con manzo. Ti piace.
Mi piace, mamma.
Sorseggiò. Era buona. Mamma sapeva fare la minestra.
Gabry, si sedette con il tè, ci hai pensato a quello che ti dicevo? Di Caterina, la vedova?
Lui alzò lo sguardo.
Non ci ho pensato.
Dovresti. Brava donna, casa propria. Ha chiesto di te.
Mamma
Cosa? Hai quarantacinque anni, Gabry. Stare senza una donna è triste.
Una donna ce lho, uscì senza pensarci.
Lei lo guardò.
Davvero?
No Niente, dimentica. Intendevo dire che non mi serve conoscere Caterina. Me la cavo, mamma.
Come te la cavi? Sei sempre qui, non fai niente, pensi sempre a quella lì. Ma perché? Ti ha buttato fuori. Di donne così sai cosa si dice
Mamma, la interruppe. Nel suo tono cera qualcosa che la fece tacere.
Restarono zitti. Lorologio ticchettava. Fuori cantava il merlo, tignoso, proprio di primavera.
Mangia che si raffredda, disse infine la madre. Solo io ti so dar da mangiare così.
Gabriele fissava il piatto.
Era davvero buona, la minestra. Mamma la sapeva fare, niente da dire.
Mangiava e pensava. Pensava a quella sera dottobre, quando era entrato stanco, nervoso, e parlava di tovaglie e minestre. Di come mamma sa fare.
Non aveva capito allora che non centrava la tovaglia. Solo adesso cominciava a capirlo. Troppo tardi, come chi capisce sempre in ritardo.
Era in gabbia. Arrivò così, la parola. Gabbia. A un soffio dal posare il cucchiaio. Per anni aveva creduto che la gabbia lavesse tirata su Giulia: cucine sbagliate, carattere sbagliato. Ma invece era tutta sua, la gabbia. Prima quella di mamma, poi quella di casa, poi di nuovo la stessa.
È buona? domandò la madre.
Buona, mamma.
Ecco lì. Senza di me sei perduto, Gabry.
Lui non rispose.
Fuori il merlo cantava più forte. La primavera spingeva tra le stecche delle tende, una striscia di sole entrava comunque, bellissima e inutile per lui.
Gabriele si abbassò sul piatto e finì la minestra.
***
Giulia quella sera daprile era in balcone, nella loro casa, quella loro davvero, a guardare il tramonto. La pancia era ingombrante, non si stava comoda, ma lo stesso uscì. Sotto saliva lodore della terra e di qualcosa di giovane, che non ha nome ma solo in primavera si sente.
Dentro, Andrea parlava al telefono di lavoro, tranquillo comè lui. Sul tavolo in cucina cerano due tazze, le loro, la luce calda dellabat-jour arancione che aveva portato lei.
Giulia mise la mano sulla pancia. Il piccolo scalciò, piano, come per dire ci sono.
Ciao, disse Giulia piano, al silenzio.
Aveva paura. Era felice. Era una dolce paura, onesta, unemozione tranquilla senza promesse, solo questa: il tramonto di aprile, lodore di terra, la luce calda dietro le spalle, e una vita dentro che la chiamava.
Restò lì ancora un istante.
Poi entrò in casa.




