Con il mio fidanzato Matteo dovevamo sposarci fra tre mesi. La mia famiglia è sempre stata semplice nelle nozze una cerimonia intima, buon cibo, musica, balli e nulla di più.
La famiglia di Matteo, però, aveva una tradizione particolare: durante il matrimonio, alla sposa spettava il compito di fare un brindisi, ringraziare i genitori dello sposo e donare loro un piccolo regalo simbolico per averla accolta nella famiglia. Solo la sposa. Non lo sposo.
Quando la madre di Matteo me ne parlò, credevo fosse uno scherzo. Mi spiegò che così si era sempre fatto la sposa ringraziava i genitori dello sposo per averle aperto la porta di casa. Ricordo che mi sembrò più una prova daccettazione che una sincera usanza famigliare. Dissi subito che avrei preferito, piuttosto, un brindisi condiviso entrambi avremmo ringraziato e omaggiato tutte le famiglie.
Lei accennò a un sorriso, dicendo che erano modernità senza radici. Allinizio Matteo non diede peso alla questione. Ma durante una cena, suo padre ribadì che nella loro casa si rispettavano le tradizioni. La madre aggiunse che non volevano una nuora venuta per cambiare tutto. Il termine vogliono mi fece sentire come una candidata per un posto di lavoro.
Una volta tornati a casa, ne parlai con Matteo. Gli dissi chiaro che non rifiutavo il gesto di ringraziamento, ma non volevo essere lunica a dovermi inchinare, mentre lui non era tenuto a farlo. Rispose che era solo un segno di cortesia. Gli chiesi perché non potesse essere reciproco. Rimase senza parole, solo affermando che non voleva problemi coi suoi genitori.
Così proposi unaltra soluzione: un brindisi comune dove entrambi avremmo ringraziato e donato un regalo simbolico a tutte e due le coppie di genitori. Mi sembrava persino più bello. Quando avanzammo la proposta, la madre di Matteo diventò seria. Disse che così si perdeva il senso della tradizione. Il padre aggiunse che, se iniziavo così, avrei voluto comandare su ogni cosa.
In quel momento capii che non si trattava solo di un brindisi: era una questione di territorio, di ruoli. Per evitare tensioni, proposi di fare il ringraziamento in privato, prima delle nozze. Ma la madre rifiutò doveva essere davanti agli ospiti, perché tutti vedessero il rispetto.
Quel giorno, dentro di me si mosse qualcosa. Io rispetto le persone, ma non mi piego a gesti umilianti. Matteo mi supplicò di farlo, per mantenere la pace, sostenendo che così si usava nel paese del padre. E allora dissi una cosa che non avrei mai pensato di dire prima del matrimonio:
Se la pace consiste nel fatto che devo sempre cederenon è pace. È controllo.
Ora Matteo è sospeso tra me e la sua famiglia. Mia madre mi consigliava di non iniziare la vita coniugale con un conflitto coi suoceri. La mia migliore amica diceva che, se cedevo adesso, avrei ceduto anche su questioni più importanti in futuro. I miei futuri suoceri già parlavano di me come di una nuora difficile e irrispettosa.
Per me la questione era chiara. Posso ringraziare, sì. Ma non posso accettare regole che valgono solo perché sono la sposa. E, sinceramente
non so se sbaglio a rifiutare questa tradizione, almeno nel modo in cui la vorrebbero.


