Tradimento sotto la maschera dell’amicizia

Il tradimento sotto la maschera dellamicizia

Questinverno a Milano era come se la neve volesse raccontare la storia di tutti i suoi inverni passati: fiocchi silenziosi e gonfi cadevano senza posa, ricoprendo cortili e vie con un manto irreale. Laria tagliava il volto di una freschezza rara; tutto intorno profumava di sogno e silenzio.

Dentro la casa di Giulia e Matteo, il tempo scorreva al contrario rispetto alla città. Oltre la grande finestra il candore era puro incanto; dentro, invece, la penombra tiepida dilatava un senso di sicurezza. Una lampada col cappello di stoffa riversava il suo chiarore opaco su tutto, quasi a proteggerli da ciò che fuori si agitava. Il divano era un rifugio: lei e lui avvolti nello stesso plaid di lana, i piedi incastrati, guardavano assorti un film vecchio stile su Rai Movie, dove le battute erano solo una scusa per ridere piano. Ogni tanto Giulia sorrideva da sola, assente, forse già scivolata in una delle sue infinite storie immaginarie. Matteo invece fissava più spesso il movimento ipnotico dei fiocchi, sentendosi bambino dentro una sfera di vetro.

La pace fu interrotta dal canto metallico del cellulare di Matteo. Per un attimo lui esitò, quasi non volesse interrompere la bolla inviolabile della sera, ma il trillo tornò ostinato. Sospirò, recuperò lo smartphone dalla tasca e sbuffò:

Ancora Lorenzo disse piano, guardando Giulia. Terza chiamata solo stasera.

Lei inclinò un poco la testa, senza mai togliere lo sguardo dal televisore.

Starà invitando ancora in quella casa appena comprata rispose calma. Gli piace far festa, a quanto pare. Non sopporta sentirsi dire no.

Matteo accettò la chiamata con un rapido tocco.

Lorè, dimmi! fece finta di mostrarsi allegro.

Oh Matte, ma allora? Ci vieni o no? Te lho già detto: si festeggia la villa nuova! Ho preparato tutto: la stufa scalda, ci sono birre e amici, che fai, resti rinchiuso con tua moglie? Dai, porta pure Giulia, che ridiamo!

Matteo rimase un secondo sospeso, cercando in Giulia un aiuto. Lei, quasi impercettibilmente, negò con la testa. Nessuna festa rumorosa voleva entrare in quella serata semplice. Solo il loro ritmo lento e sospeso.

Allora a Matteo venne lispirazione:

Senti, ti giuro che volevo ma Giulia è andata da sua madre per due giorni. Da solo non mi va, non voglio scenate tra amici. Quando ritorna, magari, ci pensiamo, ok?

Breve silenzio dallaltro lato.

Davvero? E quando torna?

Domani sera fece Matteo con unespressione sognante. Peccato, volevamo andare al cinema, al parco, portarci due castagne da arrostire. Ma niente, ti tocca aspettare.

Lorenzo stette in silenzio, poi rise in modo ambiguo:

Vabbè, però quando torna fammi un fischio, eh! Non vedo lora di beccarvi, sta villa è troppo grande senza di voi.

Tranquillo, appena possiamo veniamo. Magari il prossimo weekend, se non piove promise Matteo.

Riagganciò ed esalò un respiro di sollievo:

Mi sa che stavolta me la sono cavata ma perché Lorenzo deve essere così insistente? Manco gli abbia mai detto che non mi piace vedere la solita gente ciucca. Qui con te sto benissimo.

Abbracciò Giulia, sentendo il solito peso sciogliersi. La stanza restava calda, fuori la neve tracciava infinite spirali, la tv sussurrava una commedia. Il tempo non aveva fretta per loro.

Giulia si poggiò sul petto di Matteo, ascoltando il battito lento inscritto nei suoi respiri. Le pareti tremavano lievi con il passare dei minuti, la luce tremolava sopra i loro occhi, un orologio scandiva il tempo pigro. Cera pace, ed era tutto ciò che serviva.

Anche io voglio solo questo mormorò lei, guardandolo negli occhi con una punta di dolcezza.

Matteo sorrise, la strinse più forte. Già fantasticava la fine del film, la stanza immersa nel buio, entrambi stretti sotto le coperte mentre la bufera accarezza i tetti milanesi. Ma di lì a poco, ecco di nuovo squillare il telefono: sempre lo stesso nome lampeggiava.

Sbuffò. Ormai impaziente, prese la chiamata:

Lorè, te lho già detto

Ma la voce era diversa seria, cupa:

Matte, sto al Cristallo, quello sulle colonne, con gli altri. Ma qui qui cè Giulia. Con un altro tipo. Bevono, si abbracciano, ridono forte. Non volevo impicciarmi, ma lo dovevi sapere A te ha detto che è da sua madre! Ti ha mentito, fratè.

Matteo rimase sospeso. Guardò Giulia, poi lo schermo, un istante sbandato:

Sei sicuro? Magari hai confuso, dai. So per certo dovè mia moglie!

Guarda, non sbaglio. È proprio lei: ride, sembra pure alticcia, nemmeno si vergogna che io la veda! Vuoi che gliela passo?

Matteo si tappò gli occhi con una mano:

Sì dai, va.

Dallaltoparlante arrivarono i bassi ovattati del locale, risate, brindisi, frasi sfocate. Poi, nitido, un timbro incredibilmente simile a Giulia:

Pronto? Chi parla?

Matteo deglutì. La vera Giulia, al suo fianco, sbarrò gli occhi.

Giulia? Sono Matteo. Che succede?

Scoppiò una risata, poi quel timbro ora sfacciato, rauco rispose con indolenza:

Ma che vuoi, Matte? Non ne posso più, voglio divertirmi! Sono stanca della tua vita noiosa. Mi faccio i cazzi miei finché mi va, si capisce?

Giulia balzò in piedi, il viso smorto. Si mise la mano sul petto, come a fermare il cuore.

Cosè questa follia? Che storia sta raccontando? E come fa a sapere i tuoi dettagli?

Il copione proseguì:

E dove diavolo sei?

Ma a te che importa? Sarò pure tua moglie, ma non devo rendere conto. Faccio quello che mi pare!

Il chiasso si moltiplicava sullo sfondo, bicchieri, feste. Poi Lorenzo tornò in linea:

Hai sentito? Cosa ti avevo detto

Matteo lo zittì con un filo di voce:

Basta, ne parlerò domani. Non chiamare più.

Spense tutto, gettò il cellulare lontano, fissando il soffitto. Se Giulia davvero non fosse stata accanto ci avrebbe creduto!

Giulia si lasciò cadere affranta, guardandolo con smarrimento:

Ma la voce sembrava la mia Chi gli ha passato tutte quelle informazioni?

Non lo so ammise Matteo. Ma il timbro, le pause Sembravi tu. Impossibile sia stato un caso.

E Lorenzo era così convinto fosse me Immagina non fossi stata in casa. Avresti creduto che che stessi là, con un altro.

Matteo la abbracciò ancora più forte.

Non avrei creduto disse sicuro. Tu certe cose non potresti mai farle. Capisco che questa è una brutta messinscena. Domani andrò di persona a chiedere.

Giulia abbassò la fronte sulla sua spalla, lasciando andar via il gelo.

Non sono io. Ma allora chi e perché?

Matteo strinse la sua mano. Nei suoi occhi ora cera solo la determinazione a chiarire ogni cosa.

***********************

Il giorno dopo, mentre la nebbia si spandeva morbida oltre le finestre, Giulia sorseggiava tè nella cucina, scorrendo mail sul portatile. Apparve il nome di Lorenzo sullo schermo. Esitò, poi rispose.

Ehi, hai parlato con Matteo dopo ieri sera?

Giulia serrò le dita:

Sì abbiamo discusso. Non mi credeva, dice che lo prendo in giro.

Un istante di silenzio. Poi la voce di Lorenzo si fece strana, troppo soddisfatta:

Davvero? Lo sapevo che quellidiota non ti merita. Non ha mai saputo apprezzarti per ciò che sei.

Giulia si impose calma, desiderosa di vedere fino a dove si sarebbe spinto:

Cosa intendi?

Lorenzo abbassò la voce, quasi un sussurro:

Intendo che tu meriti molto di più. Giulia, io ti amo. Da sempre. Se lasciassi Matteo, io ci sarei. Sempre.

Un vortice le chiuse lo stomaco. Quanto pensava di averle tenute nascoste queste intenzioni? O forse il teatrino di ieri era tutta una sua trovata?

Lorenzo, ti prego Non ci credo. Amo Matteo, risolveremo noi questa storia. Non impicciarti.

Scusa se ho esagerato Ma sappi che sarò sempre dalla tua parte. Matteo ha fatto lo stronzo, ti accusa di bugie solo per scrollarti. Se vuoi andartene, io ci sono, davvero!

Giulia afferrò il telefono con dita bianche di rabbia. Si impose di rimanere lucida. E decise di chiuderla lì.

Senti Lorenzo: uno, io ieri ero a casa. Due, non abbiamo litigato. Tre: so benissimo che sei stato tu. Hai organizzato tutto. Fai prima ad ammetterlo.

Pausa. Sentiva quasi gli ingranaggi girare nella sua testa. Poi, di colpo, la confessione:

È vero! Lho fatto perché ti amo, Giulia! Perché tu non sei felice con lui, e io sì che saprei renderti felice

Giulia chiuse gli occhi. Quante volte aveva visto uomini scambiare i propri desideri per verità universali?

Felice? Ma chi ti credi di essere? Cambi ragazze ogni settimana! Sei solo un ragazzino viziato. Non ti avrei scelto neppure fossi lultimo sulla terra. È finita.

Ancora silenzio, poi la voce scivolata di metà in confessione, metà in delirio:

Se vi foste lasciati avresti capito che io ti voglio bene davvero Ma nessuna è come te, e volevo solo essere ascoltato

Ascoltato? Dopo questa? Hai distrutto tutto: amicizia, fiducia, tutto per le tue illusioni. Non meriti nulla.

Lorenzo biascicò una litania di scuse, ma Giulia aveva deciso:

Non voglio perdonarti. Non cercarmi più. E nemmeno chiamare Matteo: sentirà questa conversazione e capirà tutto.

Riagganciò, appoggiò il telefono al tavolo. Per qualche secondo le tremavano le dita, poi sentì la pace tornare come la neve sulle case. Fuori, nel silenzio, i fiocchi cadevano come cenere leggera.

Matteo entrò nella stanza, notando subito la sua espressione:

Allora?

Giulia rise amaramente, stringendosi le ginocchia:

Ha confessato tutto. Voleva dividerci. Ti porterò in paradiso, diceva. Che uomo meschino.

Matteo le prese la mano, con una presenza muta ma potente:

Quindi non è mai stato davvero mio amico Non avrò più rimpianti. Anchio avevo i miei sospetti, ma ora è chiaro.

Già Ma almeno adesso la verità è qui davanti. E sappiamo di poterci fidare.

Lodore caldo del legno e del tè profumava la cucina, la città era lontana. Giulia chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalle consistenze quotidiane.

Forse è meglio così improvvisò con un sorriso Almeno adesso abbiamo una scusa perfetta per non andare a quei festini. Bastava dirlo: cè uno che non tolleriamo.

Matteo rise, davvero stavolta:

Brava. Film, tè caldo e niente altro.

Perfetto confermò lei stringendosi nel plaid, al sicuro.

Fuori, la neve continuava la sua danza. Il loro minuscolo universo era tornato intero e intatto: dentro le mura, i sospiri della sera, lodore di casa. Solo loro contavano, e domani sarebbe stato ugualmente sereno.

*************************

Lorenzo, sulla cucina illuminata dai neon, fissava la tazza vuota. Da quanto non beveva? Era incastrato tra le parole che Giulia aveva buttato in faccia: «Non chiamarmi mai più».

Non sentiva rimorso. Solo una rabbia viscida, lenta, che sembrava volerlo schiacciare. Strinse i pugni, i pezzi di biscotto sotto la mano. Tutto era andato a rotoli.

Ricordava la scena al Cristallo, la farsa con Martina una ragazza raccolta in un bar poco prima di Natale, per caso identica a Giulia: stessa voce, stessa pettinatura, il ghigno facile. Le aveva chiesto di recitare, lei aveva accettato per gioco: «Adoro questi ruoli».

Martina aveva recitato la parte, aveva riso, bestemmiato, storto le frasi come da copione. Lorenzo aveva pensato «Funzionerà. Giulia capirà che Matteo non la merita». Invece ne aveva ottenuto solo gelo.

«Ho perso tutto per cosa?», si domandava pestando i piedi sul pavimento. «Sono loro ciechi solo loro! Lui non la ama davvero!»

Si sporse verso la finestra: la neve ricopriva tutto, sembrava seppellire anche i suoi sbagli.

Perché sempre loro hanno tutto? urlò, trattenendo le lacrime. Perché lui e non io?

Le mani volevano spaccare il marmo. Gli anni a invidiarli, a guardare il loro amore e il loro modo di ridere perfino nei silenzi. Quel sogno ora era ormai polvere.

Guardò il telefono. Sapeva che non avrebbe più chiamato, non si sarebbe mai giustificato. Non avrebbe dato a nessuno la soddisfazione di vederlo sconfitto. Avrebbe lasciato che la neve ricoprisse ogni cosa.

Che restino chiusi nel loro abbraccio. Ma la verità la so solo io

Allora, tornando nel suo silenzio, Lorenzo strappò il foglio dove aveva imbastito la recita, lo gettò nella spazzatura. Si mise davanti al vetro, la fronte premuta contro il freddo, il cuore ancora pieno di rabbia e amarezza.

Fuori, Milano era ovattata dal bianco. E in qualche modo, il tempo riprese a scorrere come una marea immobile, lasciando che tutto ciò che era stato diventasse neve dietro un vetro, e niente di più.

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