Tre anni di lavori senza ospiti: la lunga attesa di una casa italiana

Tre anni di lavori senza ospiti

Ricordo ancora quella mattina, come se la vedessi ora: Bianca appoggiò piano la tazza sul davanzale e sentii Giulio che si fermava nel corridoio. Era una di quelle pause cariche, in cui pare che anche laria smetta di muoversi.

Hai appoggiato la tazza sul davanzale, disse alla fine. Non una domanda. Un dato di fatto.

Sì, Giulio. Ho messo la tazza sul davanzale.

Quella superficie è laccata. Il caldo lascia il segno.

Lo so.

E quindi?

Mi voltai. Aveva quarantotto anni e ne dimostrava proprio tanti, né uno di più né uno di meno. Era fermo sulla soglia della cucina, con indosso una vecchia maglietta grigia e il livello in mano. Lo portava sempre con sé in ogni stanza la domenica. Come altri tengono il telefono.

Non ho più dove metterla, risposi. Il tavolo è coperto dalla plastica. Laltra sedia è capovolta. In corridoio il pavimento è ancora umido dopo la vernice. Prendo il tè in piedi, davanti alla finestra, Giulio. Sono tre anni che lo prendo così.

Guardò la tazza. Poi me. Poi ancora la tazza.

Metto una tovaglietta.

Non serve.

Ma rimarrà il segno.

Che rimanga.

Serrò gli occhi. Quello sguardo lo faceva quando non capiva più se stessi scherzando o meno. A dir la verità, nemmeno io sapevo più cosa fosse uno scherzo.

Bianca, ma insomma…

Basta, dissi piano. E quella parola cadde nel silenzio come un sasso nellacqua. Basta, Giulio.

Non capì subito. Ripeté:

Basta cosa?

Sto raccogliendo le mie cose.

Fu una pausa lunga. Da fuori arrivò il clacson di unauto poi il silenzio. Giulio abbassò piano il braccio con il livello.

Per colpa del davanzale?

No. Non per il davanzale.

Finì il tè, lasciando di proposito la tazza lì, ben ferma, senza nessun rimorso.

Avevo quarantacinque anni. Lavoravo come contabile in un piccolo studio del centro, mi piaceva leggere prima di dormire, sulla scrivania in ufficio tenevo un piccolo cactus che chiamavo Ettore, e non invitavo più le mie amiche a casa. Da tempo. Da tre anni, per la precisione.

Andai in camera.

Quando prendemmo quel bilocale al quinto piano di una palazzina in una traversa di Bologna, ero felice. Felice davvero, fisicamente felice. Ricordavo come Giulio ed io ci fossimo fermati, in mezzo a quelle stanze vuote, con la carta da parati scrostata e i pavimenti in graniglia consunta. Guardavo i tigli giù in strada e pensavo: eccolo, ecco il nostro posto.

Anche Giulio allora era diverso. O forse lo sembrava soltanto. Girava per casa, misurava con un metro a nastro, prendeva appunti su un piccolo blocco, negli occhi quella fiamma che amavo. Il fuoco di uno che sa cosa vuole e come farselo da sé.

Guarda, diceva, qui facciamo open space cucina e soggiorno. Politura a muro, mensole da terra a soffitto, vedi? E qui i faretti con dimmer, così scegliamo la luce che ci va.

Bellissimo, rispondevo. E lo pensavo davvero.

Facciamo tutto noi, con calma, fatto bene. Una volta e per sempre.

Quelluna volta e per sempre avrei dovuto ascoltarlo meglio. Capire che nascondeva qualcosaltro, non solo il voler risparmiare.

I primi sei mesi sembravano unavventura. Vivevamo dentro il cantiere. Cucinavo sulla piastra elettrica perché il gas non cera. Dormivamo per terra sul materasso. Pranzavamo in piatti di plastica, ormai mi ero abituata a lavarli nel lavandino in bagno. Tutto scomodo, un po romantico, assolutamente tollerabile. Allora.

Poi qualcosa iniziò a cambiare. Lento, impercettibile, come quando il terreno si muove sotto la casa.

Giulio lavorava ai lavori ogni fine settimana, a volte anche la sera dopo lavoro. Era capocantiere, conosceva materiali e tecniche più di tanti artigiani. Era un bene, anzi, benissimo. Il problema non era quello.

Il problema era che non riusciva a fermarsi.

Allinizio non ci feci caso. Ma otto mesi dopo, al bar con Lucia, la mia amica, lei mi chiese:

Ma allora, quando finite? Voglio venire a vedere comè, e mi hai promesso pasta e fagioli.

Ancora un po, risposi. Giulio dice che per Natale è tutto pronto.

E così a Capodanno eravamo ancora in mezzo ai lavori. Nessun invitato, in salotto cera un cavalletto, e lastre di cartongesso ovunque. Cena di insalata russa in cucina, quasi finita. Quasi.

Giulio, lanno prossimo facciamo una festa, gli dissi, versando il prosecco.

Certamente, rispose. Quando finisco il soffitto del soggiorno e il parquet, allora sì.

Il soffitto lo finì a marzo. Ma poi si doveva rifare la tubazione in bagno, diceva che era stata messa male da un idraulico prima di noi, e proprio non poteva sopportarlo. Poi il blocco delle finestre del terrazzo: la schiuma isolante si era ritirata e restava una fessura. Tre millimetri. Giulio ci infilò la sonda.

Allora ancora ci ridevo su. Dicevo a Lucia: Mio marito combatte coi tre millimetri. Lei rideva. Anche io ridevo. Sembrava ridicolo.

Il parquet nel soggiorno lo mettemmo a maggio, con le finestre aperte. Portavo le assi, pulivo la polvere col bidone. Giulio lavorava in silenzio, concentrato come un chirurgo, controllava ogni fila col livello e il laser. Più volte rialzava le assi appena posate, se il loro scarto non lo convinceva.

Ma si vede? gli chiesi.

Io lo vedo, rispose senza alzare la testa.

Fu la prima volta che quelle parole avevano qualcosa di definitivo. Non offensivo. Ma fermo. Rimasi lì, con uno straccio in mano, a fissargli la nuca. Dentro, una sensazione strana, come se avessi capito qualcosa senza saper dire cosa.

Il parquet fu finito a giugno. Bellissimo davvero. Rovere chiaro, fuga sottile, geometria perfetta. Passai la mano e dissi la verità:

Bellissimo.

Ora lo verniciamo, disse Giulio. Vernice tedesca, anti-graffio.

Quando?

La prossima settimana.

Ma la settimana dopo trovò che il battiscopa si staccava di mezzo millimetro in un angolo. Posticipato.

Fu allora, in quel giugno, che chiamai Lucia e le chiesi di vederci. Sul dehors di un bar prendevamo tè freddo, e Lucia domandò:

E allora, ormai ci siamo, posso venire?

Presto, le dissi. E poi zitta.

Qualcosa non va?

Non proprio. Solo che… lo sai, Lucia, comincio a pensare che non finirà mai.

Sono tutti così. Rimandano sempre.

No, non capisci. Lui non rimanda. È come se… non volesse finire. Come se, fino a che il lavoro non è finito, avesse una scusa. A non ricevere ospiti. A non sistemare i mobili. A non vivere, in sostanza.

Lucia mi fissò, seria.

Glielhai detto?

Ci provo. Ma mi spiega che manca poco e poi sarà tutto perfetto.

E tu lo vuoi perfetto?

Rimasi in silenzio.

Voglio solo casa, risposi alla fine. Solo casa.

Quella sera Giulio mi mostrava campioni di pittura per i muri. Venti barattolini. Tutti bianchi, ma di venti tipi di bianco.

Guarda, diceva, questo è bianco caldo, con un po di crema. Questo è freddo, con del grigio. Questo un po azzurro. Sembrano simili ma con la luce diurna cambiano tutto. Prendiamo questo.

Indicava un quadrato. Io vedevo solo bianco. Solo bianco.

Giulio, dissi, per me è uguale.

Mi guardò come si guarda una persona che dice una follia.

Come sarebbe uguale? Ci dovremo vivere!

Appunto. Noi viviamo qui. Persone vere, in una casa vera. Chi ci vive non nota le sfumature.

Le notano. Anche se non ci pensano.

Va bene, mormorai stanca. Scegli tu.

Scelse lui. Sempre lui. Anche questo accadde a poco a poco. Allinizio ero felice che gestisse tutto, perché ne sapeva più di me. Poi iniziai a notare che chiedeva la mia opinione sempre meno. Infine, non la chiedeva più. Non per cattiveria, semplicemente non serviva a nulla. Se dicevo preferisco queste piastrelle, mi spiegava i difetti tecnici. Mettiamo il divano qui? e lui mostrava nel programma che così si perdeva in funzionalità. Se dicevo mi piace, rispondeva ma non è corretto.

Smettei di dire mi piace. Non serviva.

Nellottobre del secondo anno un suo vecchio amico, Paolo da Modena, chiamò e chiese di fermarsi una notte da noi. Ne fui felice. Comprai salumi, tirai fuori i piatti buoni, tanti bicchieri.

Giulio disse che non poteva perché in camera lavorava.

Ma la camera era finita. Letto e armadio. Lo sapevo bene.

Giulio, che lavori?

Fece una pausa.

Bisogna rifare in un punto il pavimento. Paolo non dormirebbe bene con quellodore.

Quale odore? Non cè odore.

Bianca, ma come si fa a far vedere la casa in queste condizioni?

Quali condizioni?

Non è pronta.

Sentii la terra mancarmi sotto i piedi. Giulio si vergognava. Si vergognava della casa che costruiva da solo, perché ancora non era quella che vedeva nella sua testa. E per quellideale inesistente aveva detto una bugia a un amico.

Va bene, dissi solo.

Paolo venne, restò da noi poche ore, cena fuori con Giulio, poi albergo. Io cenai da sola.

Non dormii. Guardavo il soffitto perfetto sopra un letto perfetto, in una stanza vuota da ospiti da due anni.

Dinverno si ammalò mia madre. Nulla di grave, solo linfluenza, ma viveva da sola e due volte a settimana andavo da lei, a volte restavo a dormire. Giulio non diceva nulla. In quei giorni pitturava il telaio della finestra del balcone con uno smalto speciale.

Una sera tornai prima dal solito e lo trovai seduto per terra in corridoio, con la lente dingrandimento.

Cosè successo? domandai togliendomi la giacca.

Qui cè uno spazio tra battiscopa e muro.

Non chiesi quanto fosse. Sapevo che spiegarlo era inutile. Avrei avuto una lezione in millimetri.

Giulio, dissi. Hai mangiato?

Pausa.

Non ricordo.

A pranzo?

Qualcosa.

In cucina feci la pasta, luovo fritto. Arrivò quando avevo finito. Sedette, guardò il piatto.

Grazie.

Di nulla.

Mangiavamo in silenzio. Fuori nevicava. Sul tavolo un catalogo di maniglie, discusso ormai un anno prima.

Giulio, dissi.

Mmm?

Raccontami qualcosa. Non sui lavori.

Alzò gli occhi, spaesato come se gli chiedessi di parlare in unaltra lingua.

Tipo cosa?

Quello che vuoi. Come è andata la giornata, cosa pensi, cosa ti ha fatto ridere o arrabbiare. Qualsiasi cosa, tranne misure e materiali.

Mi fissò per qualche secondo. Poi disse:

Oggi un operaio in cantiere ha fatto una gettata sbagliata. Lho mandato via.

Ma questa è la tua professione.

Appunto.

E altro?

Cercava di pensare sul serio. Vedevo che non bluffava. Provava a trovare qualcosa estraneo a costruzioni e materiali. E non riusciva.

Nulla, rispose infine.

Quella notte fissai il buio e pensai: quando è successo? Quando una persona viva diventa solo funzioni? O era sempre stato così e io non vedevo? No, ricordavo un altro Giulio. Di anni fa, sulla sua vecchia panda gialla, in viaggio in Italia. Mi raccontava delle costellazioni. Le sapeva tutte, a memoria. Indicava il cielo e diceva: quella è Cassiopea, quelle le Pleiadi, quella lOrsa Maggiore. Le vedevo anchio.

Dove sono finite le Pleiadi?

Al terzo anno non dissi più alle amiche finiremo presto. Era una bugia. I lavori finivano e ripartivano. Giulio trovava il difetto nuovo, cambiava scelta: piastrelle non abbastanza robuste, pittura dal tono sbagliato, maniglia perfetta ma cardine che cigola dinverno. Ogni imperfezione inaugurava una nuova fase.

Mi comprai una piccola lampada da comodino. Tessuto semplice. Messa sulla cassettiera. Giulio la vide la sera, disse:

Da dove lhai presa?

Comprata.

Perché? Dovevamo mettere i faretti integrati.

Io voglio leggere la sera.

I faretti sono meglio.

Quando li monti?

Non rispose.

Appunto, dissi. I faretti arriveranno. Ora, io voglio leggere.

La lampada restò lì una settimana. Poi Giulio portò una lampadina a braccio di metallo e la piazzò accanto: secondo lui faceva più luce.

La mia lampada andò allangolo. Poi sulla libreria. Poi la ritrovai in cantina, tra pacchi di stucco.

Non dissi nulla. Andai a riprendermela, rimessa accanto al letto.

Giulio la spostò di nuovo sulla mensola.

E io ancora la rimisi a posto.

Tutti zitti. La lampada rimase. Una piccola vittoria, e anche una piccola tragedia. Perché in una casa normale, in una coppia normale, non sarebbe né vittoria né tragedia. Solo una lampada.

In aprile, scrissi un messaggio a Lucia in pieno pomeriggio:

Lucia, andiamo qualche giorno via? In una pensione sul lago o qualcosa? Solo donne, niente mariti.

Risposta immediata: Sì! Quando?

Andammo a maggio, quattro giorni in una pensioncina fuori Parma. Presi dei permessi. Giulio si stupì ma non disse nulla. Era tutto preso dal rifacimento del bagno.

In camera, avevo mobili modesti, copriletto a fiori, una finestra che odorava di bosco bagnato. Tutto un po scrostato, con difettucci. Ed ero bene, davvero bene. La prima sera mi sdraiai sopra quel copriletto colorato, guardai la crepa che tagliava il soffitto, e piansi.

Lucia era nella stanza accanto. Non disse nulla. Solo si sdraiò.

Vivo in un museo, mormorai verso il soffitto. Un museo bello. Perfetto. Morto.

Lucia pensò a lungo. Poi disse:

Glielhai mai detto?

Sì.

E?

Dice che manca poco. Che sarà meglio. Sempre ancora un attimo.

Un terapeuta? Insieme?

Non ci andrà. Giulio dice che i terapeuti servono a chi ha veri problemi. Lui ha solo una ristrutturazione.

Stavamo in silenzio, e dalla finestra entrava profumo di bosco. Pensavo: ecco cosa mancava. La finestra aperta. Il bosco. Una crepa sul soffitto. Il copriletto scelto a caso, solo perché mi piaceva. La vita.

Dopo quattro giorni tornai. A casa odorava di cemento fresco. Giulio mi accolse nel corridoio, fiero della nicchia nel bagno appena rifatta. Mi tolsi le scarpe, posai la borsa, mi affacciai.

Bene, dissi.

Vedi? Ora è perfettamente simmetrico. Prima la destra era più larga di un centimetro e mezzo.

Vedo.

Ho ragionato tutta la settimana su come rifarlo senza rovinare le piastrelle. Alla fine ci sono riuscito.

Bravo.

Entrai in camera, mi cambiai. Mi sdraiai sul letto. Il soffitto era perfetto.

A giugno venne fuori la conversazione che ricordo in ogni dettaglio. Era domenica, verso le otto di sera. Giulio verniciava qualcosa in dispensa. Preparavo la cena, sentivo lo sciabordare di nastro e oggetti spostati.

Giulio! chiamai.

Che cè? rispose da dietro muro.

Cena in venti minuti.

Ok.

Preparo la tavola. Venti minuti, non esce. Quaranta, nemmeno. Bussai alla dispensa.

La cena è fredda.

Cinque minuti.

Ne passarono dieci.

Mangiai da sola. Sparecchiai. Lavati i piatti. Lui uscì dalla dispensa alle dieci e mezza.

Oddio, non mi sono accorto del tempo…

Lo so.

Vuoi che scaldo qualcosa?

Scaldalo tu.

Andai in camera. Mi sdraiai. Presi il libro. Fingevo di leggere. Quando si coricò, senza sollevare gli occhi, domandai:

Giulio, tu sei felice?

Lunga pausa.

Sì… penso di sì.

Sei sicuro?

Bianca, ma che domanda è?

Solo una domanda.

Si voltò. Stette in silenzio, poi disse:

Finisco la dispensa, poi passo al balcone. Devo isolare sotto il laminato. Così lappartamento è finalmente pronto.

Chiusi il libro.

Capisci che mi hai appena risposto? Ti ho chiesto se sei felice e mi hai parlato del balcone.

Non seppe cosa dire. Rimase muto.

Buonanotte, dissi.

Buonanotte.

Il lume rimase acceso molto dopo. Fissavo il soffitto e pensavo che, forse in unaltra vita, avremmo passato la sera a parlare. Non importa di cosa. Di una serie tv. Di cosa aveva detto mia madre. Di un piatto nuovo al bar sotto casa. Parlavamo. In quella vita, solo silenzio. Perfetto. Come il soffitto.

Fu quel momento che mi tornò in mente la mattina in cui appoggiai la tazza sul davanzale. E capii che basta era lì da tempo, aspettava solo di uscire fuori.

Preparai le mie cose senza piangere, con ordine. Solo ciò che era mio. Qualche libro. Il beauty. Vestiti. La lampada col paralume. Documenti, passaporto, caricabatterie. Il piccolo cactus Ettore, portato in casa sei mesi prima, perché nessuna pianta sopravviveva. Giulio non si oppose. Ettore non lasciava segni.

Lui era fermo sulla soglia, guardando la mia borsa.

Bianca.

Sì.

Posso parlare?

Di cosa?

Ma come di cosa. Stai andando via.

Sì.

Per via della tazza?

Giulio, davvero. Lo sai.

Non lo so. Davvero.

Mi fermai. Lo guardai. Alto, senza il livello addosso, disarmato. Sinceramente smarrito. Non lo vedevo così da anni.

Giulio, viviamo qui da tre anni.

Sì.

Non abbiamo mai fatto una cena con amici. Non una volta. In tre anni.

Ma perché casa non è…

Perché non è pronta. Non sarà mai pronta. Ci pensi?

Restava zitto.

Troverai sempre qualcosa da rifare. È il tuo modo dessere, che non è sbagliato di per sé. Ma io non ci riesco più, a vivere in un cantiere.

È quasi finita…

No. Piano ma ferma. Non si tratta di aspettare. Io ho vissuto tre anni a casa tua come unospite. Camminando in punta di piedi per non rovinare nulla. Appoggiando la tazza sulla tovaglietta. Rimettendo via la mia lampada. Non invitavo amiche perché ti vergognavi dei lavori. Io…

Mi tremò un poco la voce. Mi presi un attimo.

Io voglio vivere. Con segni sul pavimento e macchie di caffè sul davanzale. Con gli amici la domenica. Con la tua vecchia giacca appesa allo schienale. Con tutto ciò che fa vera una casa. E qui, vera casa non è mai stata.

Silenzio lungo. Poi, piano:

Dove vai?

Da mamma, per ora.

A lungo?

Non lo so.

Chiusi la borsa. presi Ettore. Passai oltre, infilai la giacca, le scarpe, evitando di guardare il parquet perfetto.

Bianca, mi chiamò.

Sì.

Io… non pensavo fosse così.

Lo sapevi, risposi. Solo che non ci hai pensato.

Mi chiusi la porta alle spalle con un rumore lieve. Curato, come tutto in quella casa.

Restò solo.

Giulio rimase nel corridoio ancora un minuto, poi si sedette sul divano. Il divano, scelto dopo mesi a valutare stoffe. Tessuto robusto, non sinfeltrisce. Si accomodò nel suo soggiorno perfetto e guardò attorno.

La casa era bella. Veramente bella. Pareti chiare, giusta sfumatura. Parquet senza difetti. Mensole da terra a soffitto, dritte come righelli. Luce regolata in modo perfetto, mai dun solo riflesso di troppo. Il vano del terrazzo sigillato. Le piastrelle del bagno combaciavano perfettamente.

Guardava tutto questo e sentiva qualcosa di strano. Non orgoglio. Qualcosa come nausea, solo più in alto, al petto.

Sullo scaffale cerano libri che non avevo preso. Alcuni dei miei. Provava a ricordare da quanto non mi vedeva leggere semplicemente, sul divano, la sera. Era passato tanto. Troppo.

Si alzò. In cucina la tazza sopravvissuta sul davanzale. Guardò la superficie. Nessun segno. Il tè era freddo da ore.

Lavati i piatti, tornò in camera. Si sdraiò vestito, cosa che non faceva mai. Guardava il soffitto.

Perfetto.

Rimase così unora. Forse due. Il tempo perse senso. Poi si alzò e andò in cantina. Lì, secchi di vernice, reti per lintonaco, utensili impilati. Tutto a posto, niente fuori posto. Fra tutto questo, trovò un campione di piastrella, portato tempo prima in cantiere per confronti. Lo tenne in mano un attimo. Lo rimise giù.

In cantina non cera niente di superfluo. Solo lui.

La sera scaldò qualcosa dal frigorifero, mangiò senza sentire sapore, lavò il piatto. Casa muta. Prima cera sempre rumore o movimento, odore di vernice o di legno. Ora niente. Solo silenzio perfetto in stanze perfette.

Provò ad accendere la TV. Venti minuti di film, niente. Spenta.

Prende il telefono, fissa il mio nome. Non chiama. Pensa.

Ma non a come riavermi. Al mio discorso. Sugli ospiti. La lampada. Sullessere ospite in casa propria. Quella parola lo colpì forte. Ospite. In casa sua.

Ricordò Paolo. La scusa per non ospitarlo. Perché? Non aveva avuto il coraggio di rispondersi. Si ripeteva: la casa non è pronta, non va bene offrire ospitalità. Ma era una bugia. Tra un anno era già pronta. Solo non era come voleva lui. Nemmeno ora.

Aveva promesso a se stesso la casa perfetta. La stava ancora facendo, e non la finiva, perché la perfezione non esiste. Non è un soffitto che dipingi e diventa piano. È lorizzonte: più ti avvicini, più si allontana.

Io questo lavevo capito. Lui no.

O, forse, non voleva capirlo.

Camminò per casa, accendendo la luce ovunque. Si fermò in soggiorno. Guardò le mensole.

Tutto era allineato: libri in fila per altezza, oggetti decorativi equidistanti. Ogni cosa al suo posto, niente inutile, tutto funzionale e bello.

Nel mezzo della terza mensola cera un piccolo cuore di vetro. Arancio, imperfetto, dalla forma incerta. Lavevo comprato io due anni prima in un mercatino. Lui aveva detto: A che serve? Prende solo polvere. Avevo risposto: Mi piace. Nulla di più. Il cuore era rimasto. Si era arreso.

Lo prese in mano. Sembra caldo. Forse era solo impressione.

Pensò a tutto ciò per tre giorni. Tre giorni a non fare nulla, mangiare a caso, dormire poco. Al lavoro sbagliò pure un computo; dovette rifare tutto. Un collega gli chiese: Tutto ok? Lui: Sì, sì.

Il quarto giorno mi scrisse.

Bianca, possiamo parlare?

Risposi dopo unora: Sì.

Chiamò. Risposi dopo due squilli.

Pronto.

Pronto.

Come stai?

Sto bene. Mamma sta meglio.

Pausa. Sentiva il mio respiro, non sapeva da dove iniziare. Non lo sapeva mai. Era sempre compito mio.

Bianca, in questi giorni ho pensato.

Lho capito.

Sai già cosa dirò?

Più o meno.

Sai, ho capito daver ignorato qualcosa dimportante. Non di averlo scordato. Di aver scelto altro, ogni volta.

Silenzio.

Gli ospiti, la lampada. Lo tengo a mente. Non lo capivo allora. O facevo finta.

Perché me lo dici?

Perché voglio che torni.

Pausa lunga.

Giulio…

Non parlo subito, dico solo la verità. Voglio che torni. E voglio provarci, a cambiare. Non so se ci riesco. Ma ci voglio provare.

Stetti in silenzio. Forse stavo muovendo una tazza, forse proprio sul davanzale. O su un tavolo, poco cambia.

Sai che non basta dire provo a cambiare? domandai.

Lo so.

Sai che non posso tornare e rifare tutto come prima?

Lo so.

Non credo che lo sai. Non offenderti. Parli come chi è solo spaventato. Ma non puoi decidere così, come un chiodo da inchiodare.

Lo so che non è un chiodo.

Allora cosa proponi di preciso?

Restò zitto.

Propongo che ci vediamo. A parlare, dal vivo. Non al telefono.

Va bene, risposi dopo una pausa. Vediamoci.

Ci vedemmo in un bar, territorio neutro, non a casa. Caffè con sedie che traballavano e il menù col gesso su una lavagna. Arrivai con la mia solita giacca beige, un po provata, ma serena.

Prendemmo il caffè. Giulio mi osservava e pensava che era da tanto che non mi guardava sul serio.

Come sta mamma?

Meglio. Ha comprato nuove piante, comincia la semina. È contenta di avermi.

Anchio sono felice.

Pausa.

Giulio, dissi. Devi capire una cosa: non è il lavoro in sé. È che hai invertito fine e mezzo. Una casa deve servire alla vita, non essere tutta la vita.

Sì, rispose.

Lo pensi davvero o lo dici e basta?

Prende la sua tazza, la posa.

Non puoi saperlo, ammise. Neanchio so quanto riuscirò a cambiare. Ma non posso più andare avanti così. Quando te ne sei andata, la casa era solo una bella scatola.

Mi guardò.

Una scatola bella, ripeté piano.

Già.

Bene che lhai capito.

Torni a casa?

Guardò fuori. Pioveva, le persone camminavano rapide, da una vetrina spuntavano i primi tulipani rossi e spettinati dal vento.

Ci provo, risposi infine. Ma con alcune condizioni.

Dimmi.

Uno, per il prossimo mese niente lavori. Neanche un chiodo, nessun catalogo. Si vive e basta.

Va bene.

Due: domenica chiamiamo Lucia, Giovanni e anche Paolo se può. Si cena insieme, in casa, così comè.

Fece segno di sì.

Tre: se torni a vedere catastrofi in ogni graffio, te lo dirò chiaro e stavolta dovrai ascoltare.

Sì.

Non sono solo parole. È difficile davvero.

Lo so, disse. Ma ci provo.

Mi guardò con attenzione. Poi:

Daccordo.

Tornammo a casa a piedi, pioveva ancora. Camminavamo affiancati. Io con Ettore in borsa, lui portava la mia shopping bag. Davanti al portone mi fermai a guardare il palazzo e su al quinto piano.

Bel palazzo, dissi.

Sì.

Salimmo in ascensore. Entrammo. Andai nella sala, misi Ettore sul davanzale, così, senza sottovaso.

Giulio guardò il cactus sul laccato.

Non disse nulla.

Andai in cucina. Sentì il rumore dellacqua, lo scatto del bollitore.

Lui sedette sul divano. Guardò la mensola. Il cuore di vetro era sempre lì, non al centro, un po spostato.

Non lo rimise dritto.

La domenica chiamammo Lucia. Disse finalmente! ridendo forte. Paolo non poteva ma promise che la prossima volta ci sarebbe stato. Giovanni portò del Lambrusco, Lucia una torta, io cucinai la pasta e fagioli che avevo promesso anni prima.

Si mangiò in soggiorno. Giulio mise i piatti, notando che non erano simmetrici. Ne spostò uno. Poi si fermò. Lasciò stare.

A tavola era rumoroso e un po stretto. Lucia urtò un calice e il vino macchiò la tovaglia. Tutti si fermarono. Giulio sentì il cuore in subbuglio, guardò me.

Io lo fissai. Non con paura, solo attenta.

Prese un tovagliolo, asciugò la macchia.

Non fa niente.

Lucia tirò un sospiro. Io accennai un sorriso.

Dopo cena restammo a lungo, chiacchierando, ridendo, bevendo il caffè. Quando tutti andarono, era tardi. Io lavavo i piatti, Giulio asciugava. Ma il silenzio era diverso. Non quello di prima.

La macchia della tovaglia forse non va via, disse.

Magari resta, risposi.

Pazienza.

Mi guardò. Passai un piatto.

Giulio, dissi.

Sì?

Oggi è stato bello.

Sì, bello.

Finimmo in sala. Cerano ancora tazze sporche sul tavolo, una grande macchia sulla tovaglia, il cuore di vetro. Ettore sul davanzale.

Giulio guardava tutto. Pensava che la macchia doveva lavarla subito. Che il cactus senza sottovaso avrebbe segnato la vernice. Che una tazza era un po storta.

Poi pensò che avevo riso due volte. Una quando Lucia raccontava del suo gatto. Unaltra quando Giovanni sbagliò il brindisi. Ridevo come una volta, tanti anni fa, quando mi guardava e pensava ecco, questa è lei.

Entrai in camera. Mi voltai sulla porta.

Vieni?

Arrivo, disse.

Guardò ancora la sala. La macchia. Ettore. Il cuoricino.

Spense la luce.

Sdraiato accanto a me. Io già leggevo. La mia lampada col paralume di stoffa era lì. Metteva una luce calda e morbida. Giulio fissava il soffitto.

Bianca.

Mmm?

Quando parlo di millimetri e dettagli, tu mi ascolti?

Abbassai il libro.

Ti ascolto.

E cosa pensi, in quei momenti?

Pensai sinceramente un secondo.

Penso che in quei momenti tu sei lontano.

Già, disse lui. Forse sì.

Riportai il libro al viso.

Lui rimase sdraiato a pensare se davvero sarebbe riuscito a cambiare. Tre anni sono lunghi. Qualcosa in me era cambiato, qualcosa anche in lui, come una crepa che puoi stuccare, ma la materia non torna mai come prima. Lui questo lo sapeva meglio di chiunque.

Pensava e si sentiva scivolare nel sonno. Al confine tra la veglia e il dormire, gli venne un pensiero: domani Ettore lo metterà sul sottovaso, anche se rimane il segno, perché sul laccato resta un cerchio.

Aprì gli occhi.

Il soffitto era sempre quello. Perfetto. Senza una crepa.

Al mio fianco io voltavo una pagina piano.

Richiuse gli occhi. Ettore non scappa. Ettore aspetta domani mattina.

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