Troppo raffinata per la comunità rurale

Quando Natascia capì che questa volta la sessione degli esami si sarebbe prolungata, ne fu felicissima. L’estate scorsa l’aveva passata in campagna e non le era piaciuta affatto. Durante il periodo di studi al liceo, aveva vissuto da sua zia in una grande città per diversi anni. Si era talmente abituata lì, aveva creato la sua vita, che non voleva proprio tornare al suo paese d’origine.

Frequentando l’università, Natascia si era abituata a essere autonoma e a tutte le piacevolezze della vita cittadina, tanto da non voler affatto ritornare in campagna. Anche se era cresciuta lì, ora tutto nel suo paese natale le sembrava poco adeguato e ridicolo.

L’economia domestica, gli animali, la gente stessa, le preoccupazioni eterne e gli affanni inutili. Nessun cappuccino con latte alternativo al bar, niente club o ristoranti. Persino la connessione Internet si rifiutava di funzionare bene in quel luogo sperduto. Che maledizione!

Di metro e taxi avrebbe dovuto dimenticarsene per tutta l’estate, anche perché non c’era dove andare. Ma ovunque abbaiavano i cani, come se non avessero altro da fare, e al mattino cantavano i galli, svegli più di tutti.

Alla buona vita ci si abitua in fretta. Natascia si era abituata a vivere in città in cinque anni: tre anni al liceo e due all’università.

La sorella di sua madre, zia Sonia, aveva lasciato la casa paterna fin da giovane e si era trasferita in città, e Natascia l’ammirava molto per questo. La prospettiva di vivere in campagna non attraeva la giovane studentessa, ma non poteva dire di no a sua madre.

Sì, le mancava la mamma, ma non la attraevano affatto i pensieri del duro lavoro nell’orto e in casa, dell’assenza di svaghi soliti e comodità banali, senza cui ormai non riusciva a immaginare la sua vita.

Accidenti, in casa non c’è nemmeno l’aria condizionata! Come si fa a vivere lì?

Gli abitanti del villaggio le sembravano ottusi e limitati. Le ragazze del posto non conoscevano l’esistenza dell’illuminante, di Tinder e Netflix. Alla domanda su cosa guardassero senza Netflix, tutte rispondevano in modo vago “la televisione”.

– E come conoscete i ragazzi, se non avete Tinder?

– Ma perché conoscere gente? Ci conosciamo tutti.

Natascia si ricordava con sgomento dell’estate passata. Non era riuscita ad adattarsi nella casa paterna. Per tre mesi aveva atteso la fine dell’estate, sognando di tornare il prima possibile nel suo ambiente abituale. E ora, a fine giugno, doveva tornarci di nuovo…

Treno, poi il regionale. Attraverso il finestrino appannato si vedevano i campi, alternati con i boschi, che scorrevano velocemente. Il regionale la portava sempre più lontano dalla civiltà, e la sua anima piangeva.

Non era ancora la fine del viaggio: il regionale si fermava al capoluogo di provincia con gli austeri palazzi a cinque piani, da cui partiva il pullman per il paese. O per meglio dire una scalcagnata corriera. Avanti e meglio non chiedere.

Natascia, ormai in dirittura d’arrivo, malediceva tutti al mondo: l’autista, che sembrava volesse prendere ogni buca con attenzione, se stessa per aver accettato di tornare a casa invece di rimanere in dormitorio o da sua zia, sua madre per averla partorita in un villaggio, e via dicendo.

Appena scesa dalla corriera, cadde tra le braccia della madre.

– Dammelo un bacio! Un anno senza vedere la mia piccolina! – esclamò con gioia Elena Maria.

– Mamma! – borbottò Natascia, ammorbidendosi un po’. – Dai, lasciami.

– E perché quella faccia imbronciata? – chiese la madre con un sorriso, prendendo due terzi delle borse. – Su, cerca di essere allegra, sei a casa e l’estate è appena cominciata!

– Ed è proprio questo che mi spaventa! – gemette la figlia. – L’estate in campagna…

– Qui l’aria è più pulita e l’ambiente migliore, – rispose Elena con tono deciso. – È un dato di fatto! E le persone qui sono più gentili, tutti si conoscono.

– Tutti sanno tutto! – assentì Natascia. – Come diceva sempre papà – in un angolo del paese qualcuno fa un peto, e all’altro capo già lo sanno tutti!

– Papà non la diceva proprio così! – sorrise la madre. – Ma non è poi così negativo. Impone responsabilità. Tutti sanno tutto e per questo si comportano in modo dignitoso! O almeno ci provano. Gli stupidi ci sono ovunque. Anche in città.

– Come possono essere degni le persone che pensano che il sushi sia solo riso con pesce? – vedendo l’incomprensione sul volto della figlia, Elena rise.

– Ma sei ancora piccola! Ti monti la testa per sciocchezze. L’unica cosa che è peggiore in campagna è la strada sterrata. Su questo non si discute.

Sembrava che la discussione fosse finita lì. Ma in realtà madre e figlia ritornavano spesso su questo argomento. Natascia era infastidita da tutto, dalla cucina campagnola al latrare dei cani, ma sopratutto dalle persone che non conoscevano altra vita. Tra loro si sentiva un’estranea.

– Non essere così altezzosa! – la esortava Elena Maria, a volte si ritrovava a pensare che ripeteva queste parole per la quinta volta al giorno. Come se parlasse con un muro.

Forse alla bambina piaceva semplicemente sentire di non essere come tutti gli altri, che fosse migliore? Ma che bambina, poi? La stessa Elena alla sua età era già diventata madre. Non capiva perché a sua figlia piacesse tanto il sentirsi superiore. Forse la feriva il fatto di essere una contadina e di non riuscire a rassegnarsi?

Presto Natascia si era riabituata ai galli che cantavano al mattino, al lavoro nell’orto e anche alla mancanza di qualsiasi forma di svago, a parte le serate in biblioteca e i rari concerti di fisarmonicisti nel circolo culturale.

Poteva abituarsi a tutto, ma non alle persone. Ogni abitante della campagna le sembrava patetico e inutile. Natascia non capiva perché nessuno di loro se n’era andato come aveva fatto lei o sua zia, lontano da quella vita.

Sembravano bloccati in un mondo di decadenza e ignoranza. E a loro andava bene così!

– A loro piace! – spiegava la madre. – Non conoscono un’altra vita.

– Se non allarghi gli orizzonti di una persona, non capirà mai che oltre c’è di meglio! – concordò Natascia. – Ma perché nessuno cerca di vivere in modo decente anche in queste realtà? Di fare auto-apprendimento? Di dedicarsi alla creatività? Di studiare le scienze?

– Quando? – rideva Elena. – Ci sono orti da arare, legna da spaccare, la stufa da accendere, la mucca da mungere…

– Mi spaventa questa vita plebea! – esclamò Natascia con disgusto.

– Beh, basta guardare tutti come plebei. Hanno solo abitudini diverse dalle tue. Io ho vissuto in città, anche lì il livello di vita è diverso. Ti sei dimenticata di com’eri da piccola? Ti piaceva qui! Io ricordo come stavi seduta sul gradino, mangiavi le carote direttamente dal secchio, non avevo tempo di lavarle. Correvi dietro ai pulcini e poi scappavi dalla chioccia! Hai dimenticato?

– Ho dimenticato e non voglio ricordare! – rispose seccamente la figlia. – “La gente in città è comunque diversa” – pensò, ma stette in silenzio.

In città si era integrata rapidamente nel gruppo degli studenti. I suoi interessi venivano capiti e accettati sia al liceo che all’università. Qui invece non aveva nessuno con cui parlare. Natascia si annoiava per la solitudine.

– Solo perché sono riuscita a mettere da parte qualcosa per pagarti gli studi in città, non significa che tu ti distingua molto dagli altri su questo pianeta! – osservò la madre.

– Mi distinguo! – ribatté Natascia, sollevando il mento.

– Ti piace questa sensazione?

– In che senso?

– Del tuo senso di superiorità! Ti piace sapere di essere più intelligente di tutti qui? Pensi di essere migliore per questo?

Natascia ci pensò su. All’inizio voleva controbattere, ma poi analizzò i suoi sentimenti e annuì. La madre sospirò. Forse era davvero il risultato di una bassa autostima. In tutti gli altri casi, non si sente bisogno di elevarsi, umiliando gli altri.

– Sì, mi sento migliore! – nel frattempo disse la figlia. – Qui sono tutti degli imbecilli.

– E io?

– Tu no, tu sei normale. E anche zia Sonia. Ma gli altri non sanno niente. Ho parlato con l’insegnante di italiano e letteratura qualche giorno fa. Secondo me, gli insegnanti dovrebbero essere i più istruiti in luoghi dove non ci sono centri di ricerca o università. Eppure l’insegnante d’italiano non sa che lo sviluppo della genologia procede attraverso una triade semiotica – dalla sintassi alla semantica e poi alla pragmatica! Per non parlare del fatto che non sa nominare subito le triadi appellative!

– Beh, io non ho idea di cosa sia questa cosa! – notò la madre e sospirò, guardando con disappunto la figlia. – Quindi sono stupida anch’io? Di chi stai parlando, con Ines?

– Sì, esatto. Una signora strampalata con gli occhiali.

– Ines insegna italiano alle elementari. Loro passano il tempo a imparare tabelline, non i tuoi appellativi o come li chiami tu.

– Ma dovrebbe sapere l’italiano!

– Certo che deve. E lo sa benissimo, quanto basta per insegnare agli studenti dal primo al quarto anno secondo il programma di educazione statale! – spiegò pazientemente la madre.

– Proprio di questo parlo io! – annuì Natascia. – E non c’è alcun progresso. Io lo so, anche se non è il mio campo.

– Non capisco perché te ne vanti tanto! Ascolta, non tutti possono essere Wikipedia, ognuno ha il suo percorso! – disse Elena Maria, perdendo la pazienza. – Forse sai più di altri, ma questo non ti rende più intelligente di tutti. Immagina di trovarti in una compagnia dove tutti sono molto più intelligenti di te. Anche loro ti considererebbero una contadina ottusa. Ti piacerebbe?

– Non mi succederà! – rispose la figlia più bruscamente di quanto avrebbe voluto. – Posso sempre tenere una conversazione con una persona istruita.

– Non esserne così sicura, cara mia! Anche in città sentivi questa fierezza?

Natascia ci rifletté.

– In città ci sono più persone del mio livello.

– Di quale livello?

– Più alto, che in campagna! – Natascia si arrabbiò, perché la madre la guardava come una bambina, pronta a battere il piede e scoppiare a piangere. – Là non mi sento sola, anche se all’inizio non è stato facile.

– Davvero? È stato difficile?

– Sì, certo. Dicono che puoi tirare fuori qualcuno dalla campagna, ma non la campagna da chi è stato lì. Ovviamente, la campagna ha lasciato il suo segno… All’inizio non avevo molta popolarità.

– Questo ti ha ferito?

– Certo che mi ha ferito! Ma ho imparato a vivere e comportarmi in modo diverso. Non è rimasto nulla in me che possa essere giudicabile.

– E quindi ora giudichi?

– Davvero pensi che sia superbia?

– Sì. E problemi di autostima. Ti vanti di sapere certe cose, dimenticando l’infinità delle cose che ancora non comprendi. Guardi dall’alto in basso i locali come se fossero un gregge di pecore e non persone vive. Capisco, non leggono libri di storia, non si interessano molto alla politica, non vanno all’opera. Ma dimmi, quale livello di conoscenza è richiesto in un villaggio? Chi li ha mai istruiti? E comunque, non ti sei ancora liberata del tutto dai modi da campagna!

– Sicuro! – ribatté Natascia.

– Non ho mai sentito dire dai cittadini “schicchero”, e tu l’hai già detto due volte! – notò astuta la mamma.

– Ma io…

– Cosa? Non ti piace? Non giudicare gli altri e non parlare per te, ti ho mandata all’università e hai studiato. Pensa a loro. A tutti quelli che guardi dall’alto in basso. Hai studiato all’università per due anni, prima al liceo, mentre vivevi da tua zia. Conosci qualcosa di lingua, letteratura, storia, brava, continua così! Ma loro sanno come coltivare la terra. Quando è meglio piantare certi ortaggi. Con quali erbe si possono curare malattie senza ricorrere agli antibiotici. Tutto questo lo sai?

Natascia esitò.

– Non lo so, perché non l’ho studiato! – rispose abilmente.

– In realtà avresti potuto imparare vivendo a casa. Ancora prima di andare al liceo, ma queste conoscenze ti sono sfuggite. E ora giudichi gli altri per la loro limitatezza! – disse ridendo Elena. – Riflettici.

Natascia restò in silenzio. È spiacevole essere criticati dalla propria madre. E per cosa? Per non essere riuscita ad amare l’orto o a lavare montagne di piatti, i gatti che partoriscono senza sosta o gli orribili mantidi nelle erbe alte?

Avrebbe detto che sua madre non l’aveva cresciuta per questo, ma qui si potrebbe discutere.

Per un momento le passò per la testa l’idea di lavorare a scuola. Organizzare delle attività supplementari per sviluppare le risorse di quelle persone o almeno dei loro figli, così da renderli più istruiti. Ma già dopo un minuto scacciò quell’idea. Difficilmente avrebbero trovato il tempo tra sarchiare i cetrioli e piantare le patate. Non sarebbe comunque servito a niente. Perché perdere tempo inutilmente?

Natascia smise di discutere con la madre sulla vita di campagna e dei suoi abitanti. Forse la mamma non si differenzia molto da loro. Gli anni trascorsi in campagna hanno segnato la sua mente. Non potrebbe mai capire!

Si tratta solo di sopravvivere a quest’estate, e il prossimo anno trovarsi un lavoro in città o, ancora meglio, sposarsi, così da non essere più costretta a tornare a casa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

nineteen − 15 =

Troppo raffinata per la comunità rurale