TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa e piangeva da almeno un quarto d’ora. Per me era una scena sorprendente. “Ma che ci fa qui questa tipetta alla moda?”, pensavo tra me e me. Proprio lei non mi sarei mai aspettata di incontrare in un posto così. Non conoscevo di persona Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso palazzo e passeggiamo nello stesso parco. Io con le mie quattro bambine, lei con i suoi tre cani. L’abbiamo sempre giudicata tutti. Noi — cioè io, le altre mamme con figli al seguito, le nonne sulle panchine, i vicini e, sono sicura, perfino i passanti. Mila era decisamente bella, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava frivola e piena di sé. — Guarda un po’, ha già cambiato uomo di nuovo, — brontolava zia Nina dalla panchina davanti all’ingresso del palazzo. — È già il terzo. — Se lo può permettere, di soldi ne ha a palate, — rincarava la dose la sua amica zia Rita, guardando con invidia Mila che saliva in macchina col nuovo compagno, una fiammante auto straniera. Il figlio della Rita, il 45enne Vanni, ancora non si è comprato nemmeno una Panda vecchia. — Meglio avrebbe fatto a fare un figlio, l’orologio biologico non aspetta, — interveniva il solito nonno Giulio. Ma per quanto amasse discutere con le nonne, su Mila erano tutti d’accordo. Più tardi, la panchina si accendeva di malizie quando anche il nuovo fidanzato di Mila era sparito nel nulla. “E te credo, tanto è una poco di buono! E poi a casa sua ci sarà sempre la puzza di cane!” Ma ad essere più ostili eravamo noi, le mamme. Mentre noi sfinite rincorrevamo i nostri figli tra scivoli, altalene, cespugli e persino nei cassonetti, lei passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e non sembrava preoccuparsi di nulla. A volte ci lanciava pure qualche sorrisetto di sarcasmo, come a dire: “Avete voluto i figli? Adesso arrangiatevi! Io invece mi godo la vita”. — Si vede proprio che è una childfree — diceva la mia amica Claudia, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti — annuiva Simona, incinta di due gemelle, mentre cercava di recuperare la sua primogenita, scatenata su un albero. — È solo egoista, preferisce girare il mondo invece di mettere su famiglia! — sospirava Paola, mamma di cinque. — Sì, sì, — concordavo con tutte e correvo a soccorrere la mia Antonella che piangeva dopo aver sbucciato un ginocchio. — Meglio avrebbe fatto ad avere un figlio, invece di metter su un canile — sbottò una volta una nonna seduta lì vicino. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila risoluta. Stava per aggiungere qualcos’altro, si trattenne e proseguì col passo elegante e i suoi cani. — Maleducata! — gridò la nonna dietro di lei. …Guardai Mila che piangeva in chiesa per qualche secondo, poi uscii. — Aspetti! — sentii alle mie spalle. — Si fermi un attimo. Era Mila che mi seguiva sul sagrato. — È lei che passeggia sempre in parco con quattro bambine? — Sì… E lei con i tre cani. — Già. Posso parlarle un attimo? Sa che spesso guardo lei e le altre mamme con ammirazione? — disse, e arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita. Mi trattenni dal dire: “Ma lei non è solo una childfree egoista e snob?”. Mi tornarono in mente i suoi “sguardi maliziosi”… Così ci siamo conosciute. Sedute su una panchina, Mila parlava, parlava… e piangeva. Aveva solo tanto, tanto bisogno di sfogarsi. Mila era cresciuta in una bella famiglia unita. E aveva sempre sognato tanti figli. Si era sposata per amore, ma dopo due gravidanze interrotte e la diagnosi dei medici (“sterilità”) il marito se n’era andato in fretta. Per la stessa ragione anche il secondo se n’era andato, ma prima Mila aveva affrontato durissime cure e poi rischiava la vita con una gravidanza extrauterina. Il terzo uomo? Ancora extrauterina, lui è sparito alla sola notizia possibile di un figlio. Gli piacevano la macchina e i guadagni di Mila, ma non voleva certo il “peso” di un bambino. “Avrei dato tutto solo per avere un piccolo”, confessò Mila. — Pensavo che amasse solo i cani… — mi uscii ingenuamente. — Amo i cani, — sorrise — ma questo non vuol dire che non ami anche i bambini. Per sentirsi meno sola aveva preso Tepa. Poi le avevano affidato per un periodo Mike e alla fine era restato con lei. Fenia l’aveva raccolta cucciola in inverno, abbandonata per strada. Non ha saputo lasciarla lì. “Meglio avrebbe fatto un figlio”, mi tornò in mente la frase della nonna. “L’orologio biologico”, borbottava nonno Giulio alle sue spalle. E in effetti Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Così decise di adottare un bimbo. Piccolo, grande — per lei non era importante. Si affezionò subito a Nicola, sei anni. In realtà, fu lui il primo a sceglierla: “Vuoi essere la mia mamma?” — le chiese appena la vide. “Certo che sì!”, rispose lei subito. “Egoista, non vuole responsabilità”, mi tornarono in mente le parole di Paola. Ma Nicola non le fu dato, perché la sua mamma (malata di schizofrenia) non era stata privata dei diritti genitoriali. — È stato un colpo durissimo — ricordava Mila. — Non mi capacitavo… questo bimbo soffre, avrebbe bisogno di una famiglia, ma nessuno può farci nulla. Poi arrivò Lena, quattro anni. Era già stata adottata e restituita due volte: troppo vivace. Si racconta che l’ultima volta, mentre la seconda “mamma” la riportava indietro, Lena le si attaccava alla gonna urlando: “Mamma, ti prego, non lasciarmi, non lo farò più!” Quando Mila la incontrò, Lena le chiese subito: “Ma tu mi riporti indietro?” “No, non ti lascerò mai!”, riuscì a prometterle tra le lacrime. Però anche con Lena l’adozione si era fatta difficile: Mila non spiegò i motivi. “Ma è mia figlia, lotterò per lei!” Quello fu il suo primo giorno in una chiesa. “Non sapevo più a chi rivolgermi”, disse Mila. Arrivò il sacerdote, parlarono a lungo, Mila prese anche qualche appunto. — Andrà tutto bene! Con la benedizione di Dio! — la rassicurò lui. E la vidi finalmente sorridere… Tornammo a casa insieme. — Penserà che sono altezzosa e superba, — disse Mila. — Ma io sono solo stanca di dovermi sempre giustificare; ne ho sentite così tante… Taci. Mila invitò me e le bimbe a casa sua: a giocare coi cani. Ho detto di sì. Andrò, presto. Ma intanto provo solo tanta vergogna. E continuo a chiedermi: perché abbiamo così tanta cattiveria dentro? Perché sono stata così cattiva? Come facciamo a credere così facilmente il peggio degli altri? E adesso desidero solo una cosa: che finalmente per Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, vada tutto bene. Che Lena la abbracci, si stringa forte e possa chiamarla “mamma!”, certa che non sarà mai più lasciata da nessuno. Che attorno a loro giochino felici i cani, Tepa, Mike e Fenia… E magari accada anche un miracolo: Mila incontri un uomo vero, Lena abbia un fratellino o una sorellina. Succede, a volte, no? E che nessuno, mai più, osi dire una sola parola cattiva su di loro…

TUTTI LA GIUDICAVAMO

Mirella stava in piedi nella navata della chiesa e piangeva. Ormai da più di un quarto dora. Ricordo che mi aveva profondamente stupito. Cosa ci fa qui questa donna così sofisticata? mi chiedevo tra me e me. Fra tutte le persone del quartiere, proprio lei non avrei mai immaginato di incontrare tra le panche antiche e i ceri accesi.

Non conoscevo Mirella personalmente, ma la vedevo spesso. Abitavamo nello stesso palazzo a Bologna e frequentavamo lo stesso parco. Io sempre di corsa dietro i miei quattro figli, lei a passeggio con tre cagnolini impeccabili al guinzaglio.

Noi tutte, lì la si giudicava sempre. E quando dico noi, intendo me, le altre madri con i bambini, le zie sedute sulle panchine, i vicini e, credo, perfino chi passava soltanto di sfuggita.

Mirella era davvero bella, sempre vestita allultima moda, con unaria vagamente superficiale e sicura di sé.
Tiè, ne ha cambiato un altro di fidanzato, borbottava zia Gina sistemata sulla panchina accanto allingresso.
Siamo già al terzo, le faceva eco la sua amica zia Rosanna, lanciando occhiate cariche dinvidia mentre Mirella saliva, sorridente, sul suo costoso SUV straniero insieme allennesimo compagno.
Il figlio di Rosanna, Mario che di anni ne aveva già 45, non era mai riuscito a comprarsi nemmeno una Panda usata.
Piuttosto faccia un figlio, ormai lorologio va avanti, interveniva il solito zio Luigi, di solito sempre in disaccordo con le signore, ma su Mirella erano tutti daccordo, stranamente.

Dopo, tutto il gruppo sulle panchine si concedeva qualche risata quando si spargeva la voce che anche quellultimo uomo di Mirella era sparito. E si pronunciava il solito verdetto: Ecco che persona leggera! E poi, avrà tutta casa che sa di cane.

Però, chi la mal sopportava di più erano proprio le madri come noi. Mentre inseguivamo, stanche morte, i nostri figli tra scivoli, altalene, cespugli e perfino la zona dei bidoni, lei passeggiava senza preoccupazioni con i suoi cagnolini, con una smorfia che ci sembrava di sufficienza. Sembrava dirci: Voi fate figli e ora non avete più pace. Io invece vivo beata. Magari calcolavamo se avremmo avuto abbastanza euro per scarpe e giacca nuova per Silvia, mentre lei sembrava non avere di questi problemi.
Si vede subito quelle senza figli. Sono tutte così, sentenziava la mia amica Francesca, madre di tre maschi.
Eh, i ricchi hanno le loro manie: cani, gatti, topolini, annuiva Laura, col pancione dei gemelli, tentando di recuperare la figlia maggiore che si era arrampicata su un pino.
È solo egoista, non vuole complicazioni, va solo in vacanza allestero. Io è dal matrimonio che non vedo il mare, sospirava la mia collega Serena che di figli ne aveva cinque.
Già, già, già, acconsentivo sempre immediatamente, anche con le zie sulle panchine. Poi correvo a recuperare la mia Martina in lacrime con le ginocchia sbucciate gridando a tutto il parco.

Un giorno una vecchietta si fece sentire forte:
Ha messo su un canile, farebbe meglio a fare un figlio, disse una nonna al nipote con voce tagliente.
Non sono affari vostri! si voltò Mirella, rispondendo seccamente. Sembrava volesse aggiungere altro, ma si trattenne e proseguì a testa alta con i suoi cagnolini fastidiosi.
Che maleducata, le urlò dietro la nonna.

Rimasi ancora qualche istante a fissare Mirella che piangeva in chiesa e poi uscii, un po turbata.

Aspetti, sentii dimprovviso alle mie spalle. Mi scusi.
Mirella mi raggiunse nel cortiletto della chiesa.
Lei è la signora che va sempre al parco con quattro bambine?
Sì E lei passeggia sempre con tre cani.
Esatto. Posso parlarle un attimo?.. Sa, la guardo sempre con le sue figlie, guardo tutte voi madri con tanta ammirazione, confessò arrossendo.
Ero sbalordita. Quasi mi scappò di dirle: Ma non era lei quella snob, egoista, senza figli? Mi tornarono alla mente tutti quegli sguardi che le avevo attribuito.

Così ci sedemmo su una panchina. Mirella cominciò a raccontare la sua storia, parlando tra le lacrime. Aveva un bisogno enorme di aprirsi con qualcuno

Mirella era cresciuta in una bella famiglia unita e aveva sempre desiderato avere tanti bambini. Aveva sposato per amore, ma dopo due gravidanze finite male e la diagnosi di infertilità, anche il marito se nera andato velocemente. Lo stesso era successo con il secondo compagno: ero stato via per via dei suoi problemi, ma prima Mirella si era sottoposta a terapie dolorose, sfiorando perfino la morte per una gravidanza extrauterina. Poi era arrivato il terzo, e ancora una volta la stessa tragica storia. Questultimo era svanito appena aveva sentito parlare di un bambino. Gli piaceva solo lauto nuova di Mirella, il suo conto in banca, ma non voleva alcun peso familiare.
Avrei rinunciato a tutto, pur di avere un piccolo da amare!
Pensavo le piacessero solo i cani, balbettai io, senza senso.
Li amo, certo, rispose con un sorriso stanco Mirella. Ma questo non significa che non ami anche i bambini.
Per non sentirsi sola, aveva adottato prima Teo. Poi, mentre una conoscente era in trasloco, le avevano affidato per qualche mese Mike, ed era rimasto. E Fenia l’aveva raccolta cucciola per strada, in uno di quei rigidi inverni bolognesi. Non ce laveva fatta a lasciarla lì.

Ha messo su un canile, farebbe meglio a fare un figlio, mi tornava in mente la voce della nonna. Lorologio cammina, aveva sibilato anche zio Luigi.

E lorologio scorreva davvero. Mirella aveva già quarantun anni, ma ne dimostrava a malapena trenta.

Poi decise di adottare un bambino da un istituto. Non importava fosse piccolo o più grande. Le piacque tantissimo Nicolò, sei anni. In realtà, fu lui a sceglierla per primo: le andò incontro e chiese: Vuoi essere la mia mamma? Certamente! aveva risposto Mirella.

È solo egoista, non vuole problemi, mi risuonavano le parole di Serena.

Eppure, Nicolò non le fu affidato. La madre naturale, pur malata e incapace di occuparsi di lui, non aveva perso la patria potestà.
Un colpo terribile, ricordava Mirella. Non capivo come fosse possibile Il piccolo soffriva, aveva bisogno di una famiglia, ma la legge era irremovibile.

Poi arrivò Lena, quattro anni, una bimba che avevano già adottato e restituito due volte a causa del suo carattere troppo vivace. Raccontavano in istituto che la seconda mamma, trascinandola via, aveva visto Lena strisciare in ginocchio per non farsi lasciare, supplicando: Mamma, non riportarmi indietro, non lo farò più!

Quando Mirella incontrò Lena, la piccola domandò subito: Mi vuoi riportare anche tu?
Mai più! riuscì a dire Mirella, quasi soffocata dai singhiozzi.

Ma pure con ladozione di Lena nacquero complicazioni. Mirella non volle specificare, ma concluse: Quella è mia figlia e la difenderò con tutte le forze!

Quel giorno, Mirella era entrata per la prima volta in una chiesa? Non sapevo più dove andare, mi spiegò.

Il prete arrivò, parlò a lungo con lei e le consegnò qualche parola scritta su un foglietto.
Andrà tutto bene! Vai con Dio! la rincuorò lui. E finalmente Mirella sorrise

Mentre tornavamo a casa insieme, Mirella mi disse:
Pensate davvero che io sia altezzosa e superba? In verità sono solo stanca di dovermi sempre giustificare. Ne ho sentite tante
Io rimasi zitta.

Mirella mi invitò a passare una volta con le bambine, per vedere i cani e giocare insieme. Accettai. E verrò di sicuro, ma magari più avanti. Per ora, però, mi sentivo solo molto in colpa.

E continuavo a domandarmi: Da dove ci viene tutto questo livore? Perché giudichiamo con così tanta leggerezza le persone, sempre al peggio?
E oggi voglio davvero che Mirella, questa donna incredibile che tutti noi abbiamo tanto criticato, trovi finalmente la pace. Spero che Lena la abbracci, le si stringa addosso e dica Mamma! sapendo che nessuno più la porterà mai via. Che intorno a loro corrano felici Teo, Mike e Fenia

E magari, chissà, le accada finalmente un miracolo: trovare un uomo davvero buono e che Lena abbia un fratellino o una sorellina. Ogni tanto, nella nostra terra, i miracoli accadono davvero, no?
E che nessuno più osi mai dire una sola cattiveria su di loroDa quel giorno al parco, quando io e Mirella ci incrociavamo, ci salutavamo con uno sguardo nuovo, come se avessimo finalmente capito un segreto, uno di quelli che la maggior parte della gente preferisce ignorare, per paura o per abitudine. Lentamente, qualcuno cominciò a copiare il mio esempio: un Buongiorno alla signora dei cani anziché unocchiata di traverso, un sorriso timido, una parola scambiata sulle panchine. Le mie bambine giocavano con Lena, le mostravano come arrampicarsi sul pino, ridevano delle marachelle di Fenia. Persino zia Rosanna un giorno si avvicinò, offrendo a Mirella un sacchetto di biscotti fatti in casa che piacciono anche ai cani.

La voce che Mirella era diversa aveva smesso di essere unaccusa ed era diventata quasi una carezza, come se finalmente avessimo imparato che la diversità, spesso, è solo il dolore raccontato in unaltra lingua.

Un pomeriggio di maggio, vidi Mirella venire verso di noi mano nella mano con Lena, circondata dai suoi cagnolini. Aveva il viso illuminato da una gioia nuova, pulita, e Lena la stringeva forte, chiamandola senza paura mamma, mamma! davanti a tutti, senza più bisogno di nascondersi. Nellaria si sentiva un profumo di primavera e possibilità.

E allora capii che, a volte, il vero miracolo non è che arrivi qualcuno a salvarci, né che la vita diventi allimprovviso perfetta. Il miracolo è imparare a guardarci lun laltro con occhi diversi: non più quelli della paura e della sentenza, ma quelli che sanno accogliere e riconoscere la forza di chi combatte ogni giorno per la propria felicità. Un giorno, forse, anche noi smetteremo di giudicare e finalmente impareremo ad abbracciare.

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TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa e piangeva da almeno un quarto d’ora. Per me era una scena sorprendente. “Ma che ci fa qui questa tipetta alla moda?”, pensavo tra me e me. Proprio lei non mi sarei mai aspettata di incontrare in un posto così. Non conoscevo di persona Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso palazzo e passeggiamo nello stesso parco. Io con le mie quattro bambine, lei con i suoi tre cani. L’abbiamo sempre giudicata tutti. Noi — cioè io, le altre mamme con figli al seguito, le nonne sulle panchine, i vicini e, sono sicura, perfino i passanti. Mila era decisamente bella, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava frivola e piena di sé. — Guarda un po’, ha già cambiato uomo di nuovo, — brontolava zia Nina dalla panchina davanti all’ingresso del palazzo. — È già il terzo. — Se lo può permettere, di soldi ne ha a palate, — rincarava la dose la sua amica zia Rita, guardando con invidia Mila che saliva in macchina col nuovo compagno, una fiammante auto straniera. Il figlio della Rita, il 45enne Vanni, ancora non si è comprato nemmeno una Panda vecchia. — Meglio avrebbe fatto a fare un figlio, l’orologio biologico non aspetta, — interveniva il solito nonno Giulio. Ma per quanto amasse discutere con le nonne, su Mila erano tutti d’accordo. Più tardi, la panchina si accendeva di malizie quando anche il nuovo fidanzato di Mila era sparito nel nulla. “E te credo, tanto è una poco di buono! E poi a casa sua ci sarà sempre la puzza di cane!” Ma ad essere più ostili eravamo noi, le mamme. Mentre noi sfinite rincorrevamo i nostri figli tra scivoli, altalene, cespugli e persino nei cassonetti, lei passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e non sembrava preoccuparsi di nulla. A volte ci lanciava pure qualche sorrisetto di sarcasmo, come a dire: “Avete voluto i figli? Adesso arrangiatevi! Io invece mi godo la vita”. — Si vede proprio che è una childfree — diceva la mia amica Claudia, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti — annuiva Simona, incinta di due gemelle, mentre cercava di recuperare la sua primogenita, scatenata su un albero. — È solo egoista, preferisce girare il mondo invece di mettere su famiglia! — sospirava Paola, mamma di cinque. — Sì, sì, — concordavo con tutte e correvo a soccorrere la mia Antonella che piangeva dopo aver sbucciato un ginocchio. — Meglio avrebbe fatto ad avere un figlio, invece di metter su un canile — sbottò una volta una nonna seduta lì vicino. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila risoluta. Stava per aggiungere qualcos’altro, si trattenne e proseguì col passo elegante e i suoi cani. — Maleducata! — gridò la nonna dietro di lei. …Guardai Mila che piangeva in chiesa per qualche secondo, poi uscii. — Aspetti! — sentii alle mie spalle. — Si fermi un attimo. Era Mila che mi seguiva sul sagrato. — È lei che passeggia sempre in parco con quattro bambine? — Sì… E lei con i tre cani. — Già. Posso parlarle un attimo? Sa che spesso guardo lei e le altre mamme con ammirazione? — disse, e arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita. Mi trattenni dal dire: “Ma lei non è solo una childfree egoista e snob?”. Mi tornarono in mente i suoi “sguardi maliziosi”… Così ci siamo conosciute. Sedute su una panchina, Mila parlava, parlava… e piangeva. Aveva solo tanto, tanto bisogno di sfogarsi. Mila era cresciuta in una bella famiglia unita. E aveva sempre sognato tanti figli. Si era sposata per amore, ma dopo due gravidanze interrotte e la diagnosi dei medici (“sterilità”) il marito se n’era andato in fretta. Per la stessa ragione anche il secondo se n’era andato, ma prima Mila aveva affrontato durissime cure e poi rischiava la vita con una gravidanza extrauterina. Il terzo uomo? Ancora extrauterina, lui è sparito alla sola notizia possibile di un figlio. Gli piacevano la macchina e i guadagni di Mila, ma non voleva certo il “peso” di un bambino. “Avrei dato tutto solo per avere un piccolo”, confessò Mila. — Pensavo che amasse solo i cani… — mi uscii ingenuamente. — Amo i cani, — sorrise — ma questo non vuol dire che non ami anche i bambini. Per sentirsi meno sola aveva preso Tepa. Poi le avevano affidato per un periodo Mike e alla fine era restato con lei. Fenia l’aveva raccolta cucciola in inverno, abbandonata per strada. Non ha saputo lasciarla lì. “Meglio avrebbe fatto un figlio”, mi tornò in mente la frase della nonna. “L’orologio biologico”, borbottava nonno Giulio alle sue spalle. E in effetti Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Così decise di adottare un bimbo. Piccolo, grande — per lei non era importante. Si affezionò subito a Nicola, sei anni. In realtà, fu lui il primo a sceglierla: “Vuoi essere la mia mamma?” — le chiese appena la vide. “Certo che sì!”, rispose lei subito. “Egoista, non vuole responsabilità”, mi tornarono in mente le parole di Paola. Ma Nicola non le fu dato, perché la sua mamma (malata di schizofrenia) non era stata privata dei diritti genitoriali. — È stato un colpo durissimo — ricordava Mila. — Non mi capacitavo… questo bimbo soffre, avrebbe bisogno di una famiglia, ma nessuno può farci nulla. Poi arrivò Lena, quattro anni. Era già stata adottata e restituita due volte: troppo vivace. Si racconta che l’ultima volta, mentre la seconda “mamma” la riportava indietro, Lena le si attaccava alla gonna urlando: “Mamma, ti prego, non lasciarmi, non lo farò più!” Quando Mila la incontrò, Lena le chiese subito: “Ma tu mi riporti indietro?” “No, non ti lascerò mai!”, riuscì a prometterle tra le lacrime. Però anche con Lena l’adozione si era fatta difficile: Mila non spiegò i motivi. “Ma è mia figlia, lotterò per lei!” Quello fu il suo primo giorno in una chiesa. “Non sapevo più a chi rivolgermi”, disse Mila. Arrivò il sacerdote, parlarono a lungo, Mila prese anche qualche appunto. — Andrà tutto bene! Con la benedizione di Dio! — la rassicurò lui. E la vidi finalmente sorridere… Tornammo a casa insieme. — Penserà che sono altezzosa e superba, — disse Mila. — Ma io sono solo stanca di dovermi sempre giustificare; ne ho sentite così tante… Taci. Mila invitò me e le bimbe a casa sua: a giocare coi cani. Ho detto di sì. Andrò, presto. Ma intanto provo solo tanta vergogna. E continuo a chiedermi: perché abbiamo così tanta cattiveria dentro? Perché sono stata così cattiva? Come facciamo a credere così facilmente il peggio degli altri? E adesso desidero solo una cosa: che finalmente per Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, vada tutto bene. Che Lena la abbracci, si stringa forte e possa chiamarla “mamma!”, certa che non sarà mai più lasciata da nessuno. Che attorno a loro giochino felici i cani, Tepa, Mike e Fenia… E magari accada anche un miracolo: Mila incontri un uomo vero, Lena abbia un fratellino o una sorellina. Succede, a volte, no? E che nessuno, mai più, osi dire una sola parola cattiva su di loro…