Il mio consorte mi ha lanciato lultimatum: «o me, o i tuoi gatti». E io lho aiutato a preparare la valigia
Ancora peli! Guarda qui questa giacca, Caterina! Solo ieri lho ritirata dalla tintoria, e oggi sembra che abbia dormito in un gattile. Fin dove pensi che possa sopportarlo?
La voce di Federico echeggiava nellingresso pungente, con quella sfumatura acuta che aveva preso in ogni discussione, anche su cose minuscole, nellultimo anno. Caterina, davanti ai fornelli a rigirare delle frittelle, sospirò profondamente, spense il gas e si voltò verso il marito. Federico era in mezzo al corridoio, sollevando teatralmente la sua giacca blu scuro; in effetti, su un revers cerano dei peli bianchi.
Federico, perché urli così? gli rispose tranquilla, pulendosi le mani sul grembiule. Te lho detto mille volte: non appoggiare le giacche sullo schienale della sedia in salotto, lo sai che Napoleone ama dormirci sopra. Se le metti subito via nellarmadio, non ci saranno problemi. Vieni, te la pulisco io.
Prese il rotolo adesivo che stava in permanenza sul mobiletto allingresso proprio per queste situazioni, e in un paio di passate la giacca tornò come nuova. Ma il volto di Federico restò teso. Anzi, scostò il braccio come se lei gli avesse inferto dolore, e si ripulì con disgusto.
Non è questione di armadi, Caterina! In questa casa non si respira più. I tuoi animali sono ovunque. Non puoi sederti sul divano, non puoi passare senza pestare qualche ciotola o inciampare in un tiragraffi. Io rientro per riposare, non per fare lo slalom tra lettiere e croccantini. Hai trasformato la nostra casa in uno zoo!
Caterina rimase in silenzio, sentendo quella solita fitta dentro. La definizione «nostra casa» era davvero ironica. Lampio trilocale in via delle Querce, al terzo piano di un vecchio palazzo genovese dalle volte altissime, le era stato lasciato dalla nonna molto prima di conoscere Federico. Lui era arrivato cinque anni fa, con un solo borsone e il portatile, quando si erano sposati. Allinizio, durante la corte, non lo avevano minimamente disturbato il grosso gatto rosso Napoleone e la timida tricolore Gina, anzi, pareva trovarli graziosi. Li accarezzava e diceva che gli animali davano calore a una casa.
Ma passata la luna di miele, la polvere della routine si era posata dappertutto, e la maschera ben presto era scivolata. Federico era un uomo che pretendeva ordine ospedaliero e attenzioni tutte per sé.
Federico, sono solo due gatti, ribatté dolcemente Caterina, tornando in cucina per versargli il caffè. Sono qui da più tempo di te. Sono parte della mia famiglia.
Parte della famiglia! ribatté lui sprezzante, accomodandosi a tavola. Sono solo animali, Caterina. Parassiti inutili che mangiano e dormono. Hai visto quanto costano? Ieri ho trovato lo scontrino che hai lasciato qui: centoventi euro! Per croccantini! E poi tocca risparmiare sulla vacanza
È cibo terapeutico, Napoleone ha i reni delicati, lo sai, replicò lei posandogli la tazzina davanti. Lo compro con i miei soldi, mica uso il tuo stipendio.
Abbiamo il conto in comune! sbottò lui battendo il pugno sul tavolo, facendo tintinnare il cucchiaino. Se spendi i tuoi soldi per i gatti, non partecipi alle spese vere! Allora io mi faccio carico di carne e verdura, logico, no?
Caterina lo fissava senza riconoscere il gentiluomo che una volta le regalava rose, o le declamava versi. Ora davanti a lei cera un uomo meschino, sempre insoddisfatto. Sapeva dei suoi problemi in banca stavano rivoluzionando tutta la filiale, e Federico temeva di perderci il posto ma la sua frustrazione la riversava solo su di lei e sui gatti.
Proprio in quel momento, Napoleone fece il suo ingresso in cucina, zampettando leggero sul parquet, e si strofinò sulle gambe di Caterina, miagolando per la colazione.
Via! urlò Federico e batté il piede.
Il gatto, spaventato, scattò indietro, scivolò sul pavimento e, per non cadere, afferrò il pantalone di Federico. Si sentì un «rrraaap» di stoffa strappata.
Un silenzio agghiacciante scese per un istante. Federico abbassò lo sguardo. Sul tessuto pregiato dei pantaloni, una bella sfilacciatura.
Basta, sibilò, freddo. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso.
Si alzò di scatto, rovesciando la sedia. Gli vennero le guance a chiazze rosse.
Ho resistito per cinque anni! Ho resistito ai peli nella minestra, allodore dalla lettiera, alle corse notturne! Ma che mi si rovinino i vestiti è troppo! Caterina, ora basta.
Lei era immobile, una mano sul cuore. Napoleone, fiutando il pericolo, era già scomparso sotto il divano in sala. Gina, che dormiva sul davanzale, si era tirata su con le orecchie tese.
Cosa vuoi dire, Federico? domandò piano Caterina.
O me, o quelle bestie, scandì lui, fissandola negli occhi. Decidi. Hai tempo fino a stasera. Quando torno dal lavoro, voglio che non ci siano più. Portali da tua madre, dagli in strada, regaliamoli al canile, non importa. Ma io con loro non ci vivo più. Sono un uomo, pretendo rispetto!
Sei serio? Mi lanci un ultimatum? Per due pantaloni?
Non per i pantaloni. È questione di priorità! Tu vuoi più bene a quei ratti che a tuo marito. Dimostrami il contrario. Vedremo stasera.
Prese la ventiquattrore e uscì sbattendo la porta, forte da far cadere il calendario dal muro.
Caterina rimase sola, stordita. Raccolse il calendario e lo riappese. Poi si appoggiò alla sedia, e pianse. Non per disperazione, ma per un senso di impotenza e incredulità. Comera possibile? Come si poteva chiedere di abbandonare chi dipende da te? Napoleone aveva dodici anni, aveva bisogno di mille cure ormai. E Gina, così paurosa, non sarebbe sopravvissuta un giorno fuori.
Dal divano, Napoleone tirò fuori la testa. Capito che luomo rumoroso era andato, si avvicinò alla padrona, si sollevò sulle zampe posteriori e mise le anteriori sulle sue ginocchia, fissandola negli occhi. Cominciò a fare le fusa, forte, come un motorino. Caterina gli affondò il viso nel folto del pelo.
Non vi lascio a nessuno, mormorò. Che sciocchezze.
La giornata scorse come avvolta nella nebbia. Caterina chiamò in farmacia e si prese un giorno, dichiarando di non sentirsi bene. Dentro la testa sentiva la confusione. Se ne andava in giro per la casa, spostando vasi di fiori, riordinando mensole, cercando risposte.
Le tornarono in mente certe scene: quando Federico aveva dato un calcio a Gina, mesi prima, sostenendo di non averla vista, ma Caterina sapeva bene che era una bugia. Come aveva proibito ai gatti di entrare in camera, lasciandoli miagolare fuori, e come la rimproverava per il denaro, anche se era lei a provvedere alle bollette di casa, sua per diritto.
Allora di pranzo la nebbia si dissolse. Una chiarezza pungente prese corpo in lei: lultimatum di Federico non era un impeto ma un test. Chi ti obbliga a scegliere tra lui e un essere inerme, non merita nessuno dei due affetti. Oggi erano i gatti, domani sarebbe stata sua madre anziana, e, dopodomani, lei stessa, se fosse mai diventata un peso.
Guardò lorologio: le quattro. Federico sarebbe rientrato alle sette. Cera tempo.
Andò in camera e prese dal ripiano la grande valigia che avevano usato per andare in Sicilia. Togliendo un velo di polvere, la aprì e iniziò a fare i bagagli. A mente fredda, sistemò abiti, completi, camicie e maglioni; mise calze e intimo nelle tasche laterali. Nessuna fretta, solo la quieta determinazione dei cambiamenti necessari.
Per un attimo tremò. Era giusto? Forse era solo una crisi di coppia? Magari avrebbero dovuto parlare, trovare un compromesso. Ma ricordò il suo sguardo di quella mattina, duro, sprezzante. Parassiti inutili. No, con legoismo non si può negoziare.
Stava sistemando le sue cose da bagno spazzolino, rasoio, dopobarba, deodorante, tutto nella trousse quando suonarono. Caterina si riscosse. Non Federico: aveva le chiavi. Guardò dallo spioncino. Era la signora Anna, la vicina del secondo piano, una presenza costante con mille pretesti di compagnia.
Aprì.
Caterina, cara, tutto bene? cominciò la donna, Ho sentito un gran baccano stamattina tutto a posto?
Tranquilla, signora Anna. Solo qualche questione di casa da sistemare.
Se ti serve una mano, sai che ci sono. Passa da me per un po di torta stasera
Grazie, magari dopo.
Caterina chiuse e tornò a finire il suo lavoro. Praticamente tutto quello che era suo era già stato inscatolato: scarpe, asciugamani, la giacca di pelle che aveva comprato a Firenze. Tutto pronto, allineato nellingresso. La casa sembrava più grande e leggera, quasi che ci avessero tolto un peso o una malattia.
Verso sera si preparò tè con la menta, riempì le vaschette dei gatti e si sedette sul divano ad aspettare. Napoleone si rannicchiò ai suoi piedi, Gina le saltò in braccio.
Alle 19:15 la chiave girò nella serratura. Caterina non si mosse. Sentì i passi pesanti: lascensore era sicuramente rotto e Federico era salito a piedi.
Allora? la sua voce era sicura, trionfante. Che hai deciso, amore mio? Dove sono quei sacchi di pulci? Spero già fuori.
Entrò in soggiorno, e si pietrificò.
Caterina era seduta calma col tè. I due gatti erano lì. Napoleone aprì mezzo occhio e lo richiuse, indifferente al suo arrivo.
Come sarebbe? Federico si fece paonazzo. Mi stai prendendo in giro? Ti avevo detto: o me o loro. Mi vuoi far impazzire?
Ti ho sentito perfettamente, Federico, rispose calma lei, poggiando la tazza. E ho fatto la mia scelta.
E qual è? Perché ste bestiacce sono ancora qui?
Perché questa è casa loro. La tua roba è quella lì nel corridoio.
Federico, confuso, si mosse verso lingresso, inciampando nella borsa sportiva.
Ma scherzi? Mi hai fatto le valigie? Mi butti fuori per due gatti?!
Non per loro, Federico. Ma perché mi hai obbligata a scegliere. Chi ama, non mette agli altri paletti. Chi ama, dialoga. Tu invece cercavi solo di sottomettermi. Comandare su una donna e due animali è vigliaccheria, non forza.
Sei fuori di testa! urlò, agitando le braccia. Una donna sopra i quarantanni, con due gatti appresso, ma chi ti piglia? Ti ho mantenuta, sopportata! Adesso tu mi caccerai, ma finirai a supplicarmi in ginocchio di tornare, perché senza di me ti annienterai!
La casa è mia, ho il mio lavoro e il mio stipendio, contò Caterina sulle dita. Non dovrò più cucinare o lavare per un adulto. Nessuno mi logorerà i nervi. Non credo proprio che mi mancherai, Federico. Direi che finalmente riposerò.
Così?! si avvicinò minaccioso, ma Napoleone si drizzò, la schiena arcuata, i peli ritti e un ringhio profondo. Federico si ritrasse distinto.
Ma vai al diavolo! sputò fuori. Tieniti quei sacchi di pulci! Mi troverò una vera donna! E tu invecchierai sola fra i miasmi dei gatti!
Uscì sbattendo la porta, trafficando rumoroso con le valigie.
E il mio portatile? urlò dal corridoio.
Sta nella tasca esterna della borsa, replicò lei.
E i documenti?
Nella cartellina, sopra i vestiti. Ho messo anche la tua tazza preferita.
La calma di Caterina pareva infastidirlo più di ogni altra cosa. Se avesse gridato o pianto, lui si sarebbe sentito vincitore. Ma il suo distacco lo annichiliva.
Dopo qualche altro minuto di rumori, la porta si chiuse definitivamente. Poi solo il fruscio delle rotelle della valigia lungo landrone.
Caterina si trovò immersa nel silenzio. Provò a sentire dolore, paura, nostalgia. Ma dentro di lei si allargava una sensazione di sollievo calda e densa, come se avesse finalmente posato uno zaino carico di pietre.
Napoleone le si strusciò sulla mano. Lei lo accarezzò tra le orecchie.
Allora, difensore mio, gli sorrise, abbiamo cacciato i brutti spiriti?
Gina si rilassò e le saltò in braccio, accoccolandosi felice.
Unora dopo, il telefono squillò. Sul display: Amore. Caterina fece una smorfia, bloccò la chiamata, rinominò il contatto come Federico Ex, poi alla fine cancellò il numero.
Andò in cucina, si versò un bicchiere di Falanghina conservato dal Capodanno, e si fece un panino con pecorino e insalata. Si sentiva in pace. Sapeva che il giorno dopo sarebbe stato complicato: magari Federico avrebbe chiamato, fatto pressioni, reclamato oggetti da dividere, ma tanto nulla di davvero in comune avevano (lauto era sua e le bollette le pagava Caterina da sempre). Ma tutto questo sarebbe stato domani.
Oggi, invece, era casa sua. Davvero. Nessuno avrebbe sgridato se lasciava la giacca sulla sedia, nessuno avrebbe minacciato i gatti, nessuno avrebbe fatto scenate per una briciola sul tappeto.
Di nuovo il campanello. Caterina trasalì, poi si tranquillizzò: una suonata breve, garbata. Di certo non era Federico.
Aprite, trovò la signora Anna col vassoio e la torta alle mele appena sfornata.
Caterina, ho portato la torta. Sentivo trascinar valigie, tuo marito è partito per lavoro?
Caterina guardò il volto gentile della vicina, laroma caldo della torta, i suoi due mici che spuntavano curiosi dalla porta.
No, signora Anna, rispose, col sorriso. Non è in trasferta. Si è trasferito. Definitivamente. Venga che ci prendiamo un po di tè, ora ho tanto tempo e una pace che non sentivo da anni.
La serata fu bellissima. Tè caldo, torta, due gatti grassocci che facevano le fusa, e Caterina, per la prima volta in cinque anni, semplicemente felice. Capì finalmente: la solitudine non è stare in casa coi gatti. La solitudine vera è vivere con qualcuno che non ha cuore per te, e doversi tradire ogni giorno per una briciola di approvazione.
E per dire: il giorno dopo portò i gatti dalla toelettatrice. Che splendore, i suoi Gioielli: loro sì che le avevano insegnato a ripulire sul serio la propria vita.
Grazie per aver letto questa storia lontana; spero che vi abbia parlato un po al cuore.





