UN ERRORE FORTUNATO
Ricordo come se fosse ieri di essere cresciuto in una famiglia senza padre; a occuparsi di me c’erano la mamma e la nonna. La mancanza di una figura paterna cominciai a sentirla già all’asilo.
Ma è alle elementari che la mancanza si fece più bruciante. Invidiavo tremendamente i miei coetanei che sfilavano fieri, mano nella mano, con i loro papà alti e vigorosi, giocando e andando in bici o in macchina insieme. Mi faceva particolarmente male vedere un padre baciare la figlioletta o il figlioletto, prenderlo in braccio sorridendo, mentre i bambini ridevano felici Oh Dio, guardando tutto quello pensavo tra me e me: Che fortuna grande devessere!
Io il mio papà lho visto anchio Ma solo in una vecchia foto, dove sorrideva come gli altri papà Ma non a me.
La mamma diceva che era un ricercatore, che viveva lontano, in qualche città del nord, studioso in un laboratorio remoto, così lontano che non poteva tornare. Da bambino speravo sempre che quel papà mi pensasse, che mi mandava regali di compleanno quando poteva.
In terza elementare, con grande amarezza, scoprì che non cera alcun papà ricercatore nel nord. Non cera mai stato! Per caso sentii la mamma confessare alla nonna che non ce la faceva più a mentire e regalarmi doni a nome di un padre che, in verità, li aveva abbandonati entrambi. Anche se viveva agiatamente, non aveva mai chiamato il suo bambino, mai augurato buon compleanno o buon Natale.
«Mattia ama tanto le feste Sono gli unici giorni in cui sente almeno una lontana presenza, misteriosa, ma pur sempre legata a lui», diceva mamma.
Così, prima di compiere gli anni, dissi a mamma e nonna che non volevo più regali dal papà per i miei giorni felici: «Mi basta la vostra torta preferita, la Torta Mimosa».
La nostra vita era semplice. Mamma e nonna arrotondavano con due modeste pensioni. Perciò, quando entrai alluniversità, mi misi a lavorare come facchino alla stazione e nei negozi per pagarmi gli studi.
Un giorno il mio vicino, Sandro, mi propose di sostituirlo come Babbo Natale nei giorni che precedono Capodanno, nei nidi e per le famiglie. Ai nidi rifiutai subito: troppo impegnativo, serviva recitare con la Befana. Ma accettai le visite nelle case, il giorno di San Silvestro.
Sandro mi passò il suo quaderno di filastrocche e indovinelli, e la lista degli indirizzi. Il copione era facile da memorizzare, non certo un compito universitario. La timidezza mi creava apprensione, ma meravigliosamente la prima uscita andò bene. Al ritorno, esausto ma soddisfatto di me, contai il guadagno: non avevo mai visto tanti euro insieme, nemmeno dopo mesi di lavoro.
Così presi a fare il Babbo Natale ogni inverno, e destate mi arruolavo nelle brigate studentesche di muratori. Finché studiavo, la vita sentimentale lasciava a desiderare: la testa era altrove, tra libri e mille lavoretti. Qualche ragazza cera, ma mai cose serie. «Arriverà il momento», mi dicevo, «quando avrò il lavoro giusto, lo stipendio vero, una vita sistemata Allora potrò pensare anche a una famiglia».
Diplomato, lavoravo come ingegnere, ancora in una posizione modesta. Decisi di comprare unauto usata, ma il budget familiare non bastava. E così tornai a vestire i panni di Babbo Natale. La mamma tirò fuori dallarmadio il vecchio costume natalizio, lo rinfrescò con una pioggia di lustrini e la barba bianca, folta e ben spazzolata copriva perfettamente la mia faccia. Mi attaccai le sopracciglia finte, mi guardai allo specchio; ero soddisfatto. La mamma sospirò:
Mattia, sarebbe ora di pensare ai tuoi figli, invece di far divertire quelli degli altri.
Ci sarà tempo , le risposi. Ora pensiamo a guadagnare, mamma! Dammi la tua benedizione e a presto! la salutai con un bacio sulla guancia, pronto a partire.
Una settimana prima del Capodanno pubblicai lannuncio sulla Gazzetta di Firenze; ricevetti quindici richieste.
Dopo aver visitato sei indirizzi, lessi: Via delle Rose 6, interno 19. Scesi dal tram e mi avviai a piedi. Era quasi periferia, poca luce. Ma trovai subito il palazzo, salii al secondo piano e suonai.
Mi aprì un bimbo di circa cinque anni.
Nel bosco vivo, tra fatine e folletti iniziai la mia filastrocca.
Ma il bimbo mi interruppe:
Noi Babbo Natale non lo abbiamo invitato!
Ma Babbo Natale viene sempre a trovare i bambini buoni, non ha bisogno dellinvito! , risposi pronto, anche se un po spiazzato. La mamma e il papà sono in casa?
No. La mamma è andata dalla nonna Tina per farle uniniezione, torna fra poco.
E tu come ti chiami?
Mattia.
«Che strana coincidenza», pensai sorpreso.
Non potevo certo rivelargli che mi chiamavo Mattia anchio; io ero Babbo Natale!
Mattia, dovè il vostro albero di Natale?
Nella mia stanza.
E così mi prese per mano e mi portò nella sua cameretta, piccolina e assai modesta. Sul tavolino accanto al letto, al posto dellalbero, cera solo un rametto di pino in un barattolo di vetro, decorato con piccoli giocattoli e una fila di lucine colorate. Vicino, due fotografie in cornici uguali: un uomo e una donna.
Mi avvicinai, guardai meglio e rimasi pietrificato. Nella foto, mi osservavo io stesso!
«Impossibile!», pensai incredulo. Sì, era proprio la mia foto depoca, scattata durante gli anni universitari.
E accanto, la foto di una ragazza: Elisabetta Romano.
Lavevo conosciuta unestate, in una brigata di muratori universitari. Solo che quella foto non era più da studentessa: mi guardava una donna bellissima, dagli occhi dolci e tristi, simile alla giovane e allegra Elisabetta che ricordavo.
Chi è? chiesi, con la voce tremante dallemozione.
È la mamma.
Tua?
Sì, la mia.
Si chiama Elisa? balbettai.
Bravissimo! Lha indovinato, allora è davvero Babbo Natale! Io credevo non esistesse
E lui chi è? chiesi, indicando la mia immagine, ormai intuendo la verità.
È il mio papà! Dice la mamma che fa il ricercatore al Polo Nord! È partito tanto tempo fa, quando ero piccolino. Non lho mai visto, né ricordo nulla di lui Ma ogni anno mi manda i regali per il compleanno e Capodanno. E per queste feste, so che troverò il regalo sotto il cuscino, Babbo Natale li nasconde sempre lì.
Mi colpì profondamente, ricordai il mio passato e il papà lontano che mai avevo avuto.
Mi domandai se tutte le mamme chiamassero ricercatori del Polo Nord quei papà che se ne erano andati
E io, senza volerlo, facevo ora parte di quella schiera.
Mi sentii colpito nel profondo. Ricordai il mio breve ma appassionato amore con Elisabetta Ci scambiammo i numeri quando partimmo, ma appena tornato non chiamai. Dopo pochi giorni il mio telefono sparì, rubato.
Ogni tanto pensavo a lei, ma la vita, lo studio, amici e tante ragazze mi avevano distratto, rimpiazzato ormai il ricordo.
Eppure lei abitava lì, non aveva dimenticato e cresceva da sola nostro figlio Aveva messo la mia foto vicino alla sua.
Stavo per confessare a Mattia che ero il suo papà, quando si aprì la porta e entrò Elisabetta:
Scusa, tesoro, sono in ritardo. Ho dovuto chiamare lambulanza per la nonna Tina e portarla in ospedale.
Poi mi vide, sorpresa:
Ma noi Babbo Natale non lo abbiamo chiamato!
Un fiume di lacrime di gioia mi sommerse. Mi tolsi il cappello e la barba, le sopracciglia finte
Mattia?! esclamò Elisabetta.
Si sedette di colpo sul pouf dellingresso e scoppiò in un pianto tanto rumoroso che anche il piccolo Mattia si spaventò. Ma, vedendo la mamma sollevata nel riabbracciarmi, si tranquillizzò.
Gli raccontai che ero volato dal Polo Nord, diventato Babbo Natale solo per regalare a lui e alla mamma una sorpresa speciale.
La felicità di Mattia era incontenibile: rideva, recitava poesie, ci stringeva le mani, temendo forse che potessi svanire ancora per chissà quanto tempo.
Del regalo nemmeno ci ricordammo, tanto era certo che Babbo Natale avrebbe lasciato il dono del papà sotto il cuscino.
Mattia si addormentò, ed Elisabetta e io parlammo tutta la notte, come se quegli anni di distanza non ci fossero mai stati.
La mattina corsi in negozio a comprare un altro regalo e solo allora mi accorsi che avevo sbagliato indirizzo: ero finito al civico 6A invece che al 6. Di notte non avevo visto la A e avevo bussato alla porta sbagliata.
Che poi era la porta più giusta della mia vita!
«Che errore fortunato!» pensavo sorridendo.
Ora siamo in tre. Siamo finalmente felici.
Mamma e nonna non si stancano di coccolare il loro nipotino e pronipote Mattia Mattioli!






