Un errore fortunato… Sono cresciuto in una famiglia senza padre: mi hanno cresciuto la mamma e la nonna. Già all’asilo sentivo il bisogno di un papà. E alle elementari, quanta invidia provavo per i miei coetanei che camminavano fieri mano nella mano con i loro papà forti e alti, giocavano e correvano in bici e in auto. Mi feriva di più vedere i papà che abbracciavano e baciavano i propri figli, li prendevano in braccio e ridevano insieme… Guardando tutto questo da fuori pensavo: “Quanta felicità…”. Il mio papà l’ho visto solo in una vecchia foto: anche lì sorrideva, come tutti gli altri papà… ma non a me. La mamma mi diceva che era un esploratore al Polo Nord: talmente lontano che non poteva venire. Era partito, lavorava lì, ma almeno mandava sempre i regali per il compleanno. In terza elementare, però, scoprii con grande delusione che papà non era mai stato un esploratore… Per caso sentii mia madre confessare alla nonna che non poteva più mentirmi e fingere regali da parte di un padre che ci aveva abbandonati. “Aldo ama tantissimo le feste – sono gli unici giorni in cui sente il sostegno, anche misterioso, di qualcuno di caro.” Così, prima del compleanno, dissi loro che non volevo più regali “da papà” inesistente. “Mi basta che prepariate la mia torta preferita, la ‘Millefoglie’!” La nostra era una vita modesta, campavamo con gli stipendi di mamma e nonna. Da studente facevo il facchino alla stazione e nei negozi. Un giorno un amico, Stefano, mi propose di sostituirlo come Babbo Natale nelle case e nei nidi. Rinunciai ai nidi – lì era troppo impegnativo, spettacoli veri e propri! Ma accettai le visite private negli appartamenti. Stefano mi diede un quaderno di filastrocche, indovinelli e gli indirizzi. Mi preparai, tremavo dalla paura, ma la prima volta andò sorprendentemente bene! Stanco ma contentissimo, mi resi conto che avevo guadagnato più in una sera che in mesi di lavoro. Continuai a fare Babbo Natale ogni dicembre, e d’estate lavoravo nelle squadre universitarie. La vita sentimentale, durante gli studi, era un po’ scarsa – c’era poco tempo. Le ragazze, certo, c’erano, ma niente di serio. “Quando finirò l’università, troverò un lavoro, una casa… allora sarà il momento della famiglia!” Laureato, lavoravo come ingegnere (non ancora capo!) e decisi di comprarmi un’auto usata. In famiglia c’era una situazione stabile ma i soldi non bastavano, così ripresi il lavoro di Babbo Natale. Mamma tirò fuori il vecchio costume, lo riempì di brillantini e la barba finta era così reale che mi copriva bene il viso. Mi dissi: “Adesso, Aldo, dovresti avere i tuoi figli – sempre ad animare quelli degli altri!” “Ci penserò… Intanto augurami buona fortuna, mamma!” Pochi giorni prima di Capodanno pubblicai un annuncio sul giornale locale: ricevetti quindici richieste. Dopo sei case, lessi il prossimo indirizzo: “Via delle Rose 6, interno 19”. La zona era periferica e poco illuminata. Salgo le scale, suono, apre un bambino di circa sei anni. – Io nella foresta vivo in una casetta di legno… – attacco la solita battuta. Ma lui mi blocca: – Noi non abbiamo chiamato Babbo Natale! – Ma io vengo dai bimbi bravi anche senza invito! – replico, ma sono un po’ spiazzato. – La mamma e il papà dove sono? – La mamma è dalla nonna Teresa, a fare una puntura. Torna presto. – Come ti chiami? – Aldo. “Che coincidenza!” penso tra me e me, ma ovviamente non glielo dico. – Aldo, dov’è il vostro albero? – Nella mia stanza. Mi prende per mano, mi porta nella sua cameretta, semplice come tutta la casa. Sul tavolino, invece dell’albero, c’è solo un rametto di pino in un vaso, decorato di piccoli giochi e lucine colorate. Vicino, due fotografie: di un uomo e di una donna. Mi avvicino… e resto pietrificato. Nella foto ci sono io! Non è possibile… Guardo meglio: a sinistra la mia foto da studente con la giacca a vento; a destra una ragazza – Elena Cardone. Mi viene da chiedere: – Chi sono? – Questa è mamma. – Tua? – Sì. – Si chiama… Elena? – Ma sì! Come fai a sapere tutto, sei davvero Babbo Natale! – E lui chi è? – indico la mia foto, già consapevole che Aldo è mio figlio. – È papà! È un vero esploratore! Vive su una grande lastra di ghiaccio! Mamma dice che è partito quando ero piccolissimo, quindi non l’ho mai visto… Ma manda sempre regali per il compleanno e Capodanno. E quest’anno, Babbo Natale lo porterà sotto il cuscino! Mi sento colpito al cuore, ricordando mio padre “esploratore”… Tutte le mamme mandano i papà “in spedizione” quando non ci sono davvero? Ero anche io nell’elenco di quei papà assenti. Mi si stringe il cuore: mi torna in mente il mio breve, intenso amore con Elena… Ci eravamo scambiati i numeri, ma non l’ho richiamata subito, e poco dopo mi hanno rubato il cellulare. Spesso la pensavo, ma la vita universitaria mi portò altrove. E lei viveva lì, nel mio stesso città, e aveva cresciuto nostro figlio, mettendo la mia foto accanto alla sua. Stavo per confessare la verità ad Aldo, quando la porta si apre ed entra Elena: – Tesoro, scusa il ritardo: la nonna Teresa ha avuto un malore, è dovuta andare in ospedale. Vede me, rimane di sasso: – Ma noi non abbiamo chiamato Babbo Natale! Le lacrime mi scendono dal viso: tolgo cappello e barba, via anche le sopracciglia finte… – Aldo?! – Elena sbalordita crolla su una sedia e scoppia in un pianto liberatorio – così forte che persino Aldo si spaventa. Ma vedendo il figlio, Elena si riprende. Io racconto che sono ‘volato dal Polo Nord’ vestito da Babbo Natale per fare il regalo a lui e alla mamma. Aldo è al settimo cielo: ride, recita poesie, canta con noi, ci tiene stretti le mani, come temendo che io possa di nuovo sparire. Non chiede neanche del regalo: tanto sa che Babbo Natale lo lascerà sotto il cuscino. Aldo dorme, e io e Elena parliamo fino all’alba, come se gli anni di distanza non fossero mai passati. La mattina corro a comprare un altro regalo e scopro che ho sbagliato indirizzo: ero finito al 6A invece che al 6, per via della poca luce. Ma in realtà, era la casa giusta. “Che errore fortunato e destinato dal destino…” Ora siamo in tre! Siamo felici. E la mamma e la nonna non si stancano mai di coccolare il piccolo Aldo Aldovisi!

UN ERRORE FELICE

Mi sono cresciuto in una famiglia composta solo da donne: mio padre non cera, e a tirarmi su sono state mia madre e mia nonna. Fin da piccolo, già allasilo, sentivo prepotente dentro di me la mancanza di una figura paterna.

Poi, alle elementari… Quanta invidia! Guardavo i miei coetanei che procedevano fieri, mano nella mano con quei padri alti e robusti, giocavano insieme, correvano in bici, si facevano portare in auto. Provavo tristezza soprattutto quando vedevo un papà dare un bacio alla propria figlioletta o prenderla in braccio, tra le risate sincere e luminose… Mio Dio, pensavo: Che felicità deve essere!.

Di mio padre, lho visto solo in una vecchia fotografia: lì era sorridente, proprio come i padri degli altri. Ma non sorrideva a me Mia madre mi raccontava che lui era un esploratore, che viveva lontano, molto a nord, così distante che non poteva proprio venire. Lavorava là, ma puntuale spediva regali per il mio compleanno.

Quando arrivai in terza elementare, col cuore pesante scoprii la triste verità: non cera nessun papà esploratore al Nord. Non cera mai stato! Sentii per caso mia madre dire a nonna che non aveva più la forza di prendere in giro il suo bambino, di regalargli quei doni a nome di un padre che in realtà laveva abbandonata e, pur vivendo agiatamente, non aveva mai telefonato al figlio, né fatto gli auguri per il compleanno o per Natale.

«Arturo ama così tanto queste feste», diceva. «Sono gli unici momenti in cui avverte un po di vicinanza, anche se misteriosa e lontana, di qualcuno di famiglia».

Così, prima del mio compleanno, comunicai a mamma e nonna: non volevo più regali da papà, che tanto non esisteva. «Preparate solo la mia torta preferita, la Delizia degli Uccelli, e basta».

Vivevamo modestamente, contavamo solo sulle due piccole pensioni di mamma e nonna. Da studente universitario facevo il facchino alla stazione e nei negozi per arrotondare.

Una volta il mio vicino, Salvo, mi propose di sostituirlo come Babbo Natale nei giorni prima di Capodanno, nei nidi dinfanzia e nelle case delle famiglie che richiedevano la visita. Ai nidi rinunciai subito, mi sembravano troppo complicati con quelle scenette e la recita assieme alla Befana. Ma accettai le visite individuali negli appartamenti il giorno di Capodanno.

Salvo mi lasciò un taccuino di poesie, indovinelli e indirizzi. Il repertorio era semplice, memorizzai tutto rapidamente non era come dare lesame di scienze delle costruzioni! Avevo solo il timore di fare brutta figura.

Però la prima esperienza andò sorprendentemente bene. Tornato a casa stanco ma contento di me, contai i soldi guadagnati e mi sembrò quasi di danzare: in una settimana avevo guadagnato più che in sei mesi di fatica con scatoloni e sacchi.

Così, ogni inverno presi labitudine di fare il Babbo Natale; destate lavoravo con le brigate studentesche nei cantieri. Mentre mi dedicavo agli studi, la mia vita sentimentale era un po in sospeso: troppi impegni, troppe ore di lavoro e studio. Qualche ragazza cera, ma non si arrivava mai a parlare seriamente di matrimonio.

«Quando finirò luniversità, troverò un buon lavoro, uno stipendio decente, sistemerò la mia casa allora penserò alla famiglia», sognavo.

Finalmente, laureato e diventato ingegnere (ma ancora allinizio della carriera), decisi di mettere da parte qualche soldo per comprare unauto usata. In famiglia si stava meglio, ma per lauto serviva comunque un extra. Così, tornai a vestire i panni di Babbo Natale. Mamma estrasse il mio costume dalla soffitta, lo rimise a nuovo aggiungendo mille luccichii che lo facevano brillare, e la barba bianca, ben pettinata, copriva ogni tratto del mio volto. Mi sistemai le sopracciglia folte davanti allo specchio, e mi piacque leffetto.

Mamma allora sospirò: «Arturo, ormai dovresti pensare a far divertire i tuoi figli, non solo quelli degli altri!».

«Cè tempo», risposi spensierato. La salutai e uscii in cerca di guadagno.

Una settimana prima di Capodanno misi un annuncio sul giornale locale e arrivarono quindici richieste.

Avevo già visitato sei appartamenti e, cancellati dalla lista, lessi il prossimo: Via dei Giardini, 6, interno 19.

Scendo dal filobus e mi dirigo verso il palazzo. Era quasi periferia, via poco illuminata.

Non ho faticato a trovare il civico. Salgo al secondo piano e suono.

Apre un bimbo di cinque-sei anni.

«Nella radura, vicino al boschetto, vivo nella mia casetta di legno…» esordii con la solita filastrocca.

Il bambino però mi interruppe: «Noi non abbiamo chiamato Babbo Natale!».

«Babbo Natale non aspetta gli inviti, va lui a trovare i bimbi buoni», replicai pronto, anche se mi sentivo un po confuso. «La mamma e il papà sono in casa?».

«No. La mamma è da nonna Antonia nel palazzo accanto, sta facendo una puntura, ma torna presto».

«E tu come ti chiami?»

«Arturo».

«Accidenti, un omonimo!» pensai stupito. Ma non dissi nulla: non potevo certo rivelare che anche io mi chiamavo Arturo Babbo Natale è Babbo Natale!

«Arturo, dove hai messo lalbero?».

«Nella mia cameretta». Mi prese per mano e mi condusse, rivelando una casa semplice e modesta.

Sul tavolinetto, invece di un abete cera soltanto un rametto di pino in un barattolo, decorato con piccole luci colorate e minuscoli giocattoli.

Accanto, due foto in cornici uguali: un uomo e una donna. Mi avvicinai e…

Mi gelai: dalla foto mi guardava proprio… me stesso!

«Impossibile…», pensai.

Osservai meglio. Non cerano dubbi: nella cornice a sinistra cera una mia foto da studente, con la vecchia giacca a vento. Quella a destra, una giovane donna: Elena Marinelli.

Una ragazza conosciuta in una brigata universitaria destate.

Solo che ora, nella foto, non era più una studentessa: mi guardava una donna dai dolci occhi tristi, con lo stesso sorriso della giovane Elena.

«Chi sono?» domandai, con la voce tremante.

«Lei è la mamma».

«Tua…?»

«Sì, mia».

«Si chiama Elena?» scappò detto distinto.

«Ah, sì! Lha indovinato! Perciò è davvero Babbo Natale? Pensavo non esistesse».

«E lui?» chiesi, indicando me stesso.

«Il mio papà! È un vero esploratore. Mamma dice che vive e lavora su unenorme lastra di ghiaccio! Se nè andato quando ero piccolissimo, non lo ricordo neanche. Ma ogni anno mi manda regali per il compleanno e Capodanno. Questanno, troverò il suo regalo sotto il cuscino: Babbo Natale li nasconde sempre lì».

Mi trovai in stato di shock: tornavano vivi i ricordi della mia infanzia e del papà esploratore.

Allora tutte le mamme, per i padri scappati, inventano un eroe al Polo Nord?

Mi resi conto di essere uno di quei padri.

Mi sentii colpito al cuore dalla sorte. Ricordai la mia breve, intensa storia con Elena… Ci eravamo scambiati i numeri, ma appena tornato a casa, avevo rimandato la chiamata, finché mi rubarono il telefono.

Ogni tanto ripensavo a lei, ma la vita, gli studi e le frequentazioni in qualche modo lavevano allontanata dalla memoria…

E invece, eccola qui, nella stessa città: non solo non mi aveva dimenticato, ma stava crescendo da sola nostro figlio, con la mia foto accanto alla sua.

Provai a confessare ad Arturo che io ero suo padre, quando la porta si aprì e apparve Elena:

«Scusami, piccolo, ho tardato. Abbiamo dovuto portare nonna Antonia durgenza allospedale».

Vedendomi, si bloccò: «Oh! Non abbiamo chiamato Babbo Natale!»

Le lacrime di felicità mi sgorgarono, mi tolsi berretto, barba e sopracciglia.

«Arturo?!», sussultò Elena.

Si sedette stordita sul pouf nellingresso, e scoppiò in pianto, tanto che persino il piccolo Arturo rimase sbigottito.

Ma Elena si riprese subito per il figlio.

Spiegai ad Arturo che ero volato dal Nord e diventato Babbo Natale per fare una sorpresa a lui e mamma.

La gioia di Arturo era immensa: tra poesie, canzoni e risa ci teneva per mano come per assicurarsi che non volassi di nuovo via.

Del regalo, non si ricordò nemmeno: sapeva che Babbo Natale avrebbe messo il dono di papà sotto il cuscino.

Arturo saddormentò, e io ed Elena parlammo fino allalba, come se non ci fosse stata nessuna distanza né tempo fra noi.

Al mattino, corsi in negozio per comprare un altro regalo, e solo allora realizzai lerrore: ero entrato nel civico 6A, non nel 6! Avevo sbagliato casa, confuso da quella minuscola A Ma in realtà, era la casa giusta, quella che il destino aveva scelto per me!

Un errore felice, pensai sorridendo.

Ora siamo in tre, e così felici!

Mamma e nonna non finiscono più di gioire per il nipotino e pronipotino Arturo Arturovi!…

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Un errore fortunato… Sono cresciuto in una famiglia senza padre: mi hanno cresciuto la mamma e la nonna. Già all’asilo sentivo il bisogno di un papà. E alle elementari, quanta invidia provavo per i miei coetanei che camminavano fieri mano nella mano con i loro papà forti e alti, giocavano e correvano in bici e in auto. Mi feriva di più vedere i papà che abbracciavano e baciavano i propri figli, li prendevano in braccio e ridevano insieme… Guardando tutto questo da fuori pensavo: “Quanta felicità…”. Il mio papà l’ho visto solo in una vecchia foto: anche lì sorrideva, come tutti gli altri papà… ma non a me. La mamma mi diceva che era un esploratore al Polo Nord: talmente lontano che non poteva venire. Era partito, lavorava lì, ma almeno mandava sempre i regali per il compleanno. In terza elementare, però, scoprii con grande delusione che papà non era mai stato un esploratore… Per caso sentii mia madre confessare alla nonna che non poteva più mentirmi e fingere regali da parte di un padre che ci aveva abbandonati. “Aldo ama tantissimo le feste – sono gli unici giorni in cui sente il sostegno, anche misterioso, di qualcuno di caro.” Così, prima del compleanno, dissi loro che non volevo più regali “da papà” inesistente. “Mi basta che prepariate la mia torta preferita, la ‘Millefoglie’!” La nostra era una vita modesta, campavamo con gli stipendi di mamma e nonna. Da studente facevo il facchino alla stazione e nei negozi. Un giorno un amico, Stefano, mi propose di sostituirlo come Babbo Natale nelle case e nei nidi. Rinunciai ai nidi – lì era troppo impegnativo, spettacoli veri e propri! Ma accettai le visite private negli appartamenti. Stefano mi diede un quaderno di filastrocche, indovinelli e gli indirizzi. Mi preparai, tremavo dalla paura, ma la prima volta andò sorprendentemente bene! Stanco ma contentissimo, mi resi conto che avevo guadagnato più in una sera che in mesi di lavoro. Continuai a fare Babbo Natale ogni dicembre, e d’estate lavoravo nelle squadre universitarie. La vita sentimentale, durante gli studi, era un po’ scarsa – c’era poco tempo. Le ragazze, certo, c’erano, ma niente di serio. “Quando finirò l’università, troverò un lavoro, una casa… allora sarà il momento della famiglia!” Laureato, lavoravo come ingegnere (non ancora capo!) e decisi di comprarmi un’auto usata. In famiglia c’era una situazione stabile ma i soldi non bastavano, così ripresi il lavoro di Babbo Natale. Mamma tirò fuori il vecchio costume, lo riempì di brillantini e la barba finta era così reale che mi copriva bene il viso. Mi dissi: “Adesso, Aldo, dovresti avere i tuoi figli – sempre ad animare quelli degli altri!” “Ci penserò… Intanto augurami buona fortuna, mamma!” Pochi giorni prima di Capodanno pubblicai un annuncio sul giornale locale: ricevetti quindici richieste. Dopo sei case, lessi il prossimo indirizzo: “Via delle Rose 6, interno 19”. La zona era periferica e poco illuminata. Salgo le scale, suono, apre un bambino di circa sei anni. – Io nella foresta vivo in una casetta di legno… – attacco la solita battuta. Ma lui mi blocca: – Noi non abbiamo chiamato Babbo Natale! – Ma io vengo dai bimbi bravi anche senza invito! – replico, ma sono un po’ spiazzato. – La mamma e il papà dove sono? – La mamma è dalla nonna Teresa, a fare una puntura. Torna presto. – Come ti chiami? – Aldo. “Che coincidenza!” penso tra me e me, ma ovviamente non glielo dico. – Aldo, dov’è il vostro albero? – Nella mia stanza. Mi prende per mano, mi porta nella sua cameretta, semplice come tutta la casa. Sul tavolino, invece dell’albero, c’è solo un rametto di pino in un vaso, decorato di piccoli giochi e lucine colorate. Vicino, due fotografie: di un uomo e di una donna. Mi avvicino… e resto pietrificato. Nella foto ci sono io! Non è possibile… Guardo meglio: a sinistra la mia foto da studente con la giacca a vento; a destra una ragazza – Elena Cardone. Mi viene da chiedere: – Chi sono? – Questa è mamma. – Tua? – Sì. – Si chiama… Elena? – Ma sì! Come fai a sapere tutto, sei davvero Babbo Natale! – E lui chi è? – indico la mia foto, già consapevole che Aldo è mio figlio. – È papà! È un vero esploratore! Vive su una grande lastra di ghiaccio! Mamma dice che è partito quando ero piccolissimo, quindi non l’ho mai visto… Ma manda sempre regali per il compleanno e Capodanno. E quest’anno, Babbo Natale lo porterà sotto il cuscino! Mi sento colpito al cuore, ricordando mio padre “esploratore”… Tutte le mamme mandano i papà “in spedizione” quando non ci sono davvero? Ero anche io nell’elenco di quei papà assenti. Mi si stringe il cuore: mi torna in mente il mio breve, intenso amore con Elena… Ci eravamo scambiati i numeri, ma non l’ho richiamata subito, e poco dopo mi hanno rubato il cellulare. Spesso la pensavo, ma la vita universitaria mi portò altrove. E lei viveva lì, nel mio stesso città, e aveva cresciuto nostro figlio, mettendo la mia foto accanto alla sua. Stavo per confessare la verità ad Aldo, quando la porta si apre ed entra Elena: – Tesoro, scusa il ritardo: la nonna Teresa ha avuto un malore, è dovuta andare in ospedale. Vede me, rimane di sasso: – Ma noi non abbiamo chiamato Babbo Natale! Le lacrime mi scendono dal viso: tolgo cappello e barba, via anche le sopracciglia finte… – Aldo?! – Elena sbalordita crolla su una sedia e scoppia in un pianto liberatorio – così forte che persino Aldo si spaventa. Ma vedendo il figlio, Elena si riprende. Io racconto che sono ‘volato dal Polo Nord’ vestito da Babbo Natale per fare il regalo a lui e alla mamma. Aldo è al settimo cielo: ride, recita poesie, canta con noi, ci tiene stretti le mani, come temendo che io possa di nuovo sparire. Non chiede neanche del regalo: tanto sa che Babbo Natale lo lascerà sotto il cuscino. Aldo dorme, e io e Elena parliamo fino all’alba, come se gli anni di distanza non fossero mai passati. La mattina corro a comprare un altro regalo e scopro che ho sbagliato indirizzo: ero finito al 6A invece che al 6, per via della poca luce. Ma in realtà, era la casa giusta. “Che errore fortunato e destinato dal destino…” Ora siamo in tre! Siamo felici. E la mamma e la nonna non si stancano mai di coccolare il piccolo Aldo Aldovisi!