Diario di Daniela Ferrara Milano
Non so nemmeno da dove cominciare a scrivere quel che mi è appena successo, ma sento che bisogna metterlo nero su bianco, per non dimenticare nulla. Se qualcuno me lo avesse raccontato, non ci avrei mai creduto, ma ho visto tutto con i miei occhi.
Mio padre, Giovanni Ferrara, era ricoverato da mesi in coma profondo in una delle migliori cliniche di Milano. I medici non ci davano più speranza: vegetativo, tre mesi senza alcun segno di miglioramento, nessuna reazione ai test neurologici. La nostra famiglia, sospesa tra dolore e praticità, aveva già cominciato a discutere cosa fare dellazienda, dei capitali messi via da mezzo secolo di lavoro duro.
Poi è successo lincredibile. Una mattina piovosa di marzo, un gatto randagio è entrato nella stanza 310 dove dormiva o meglio, sopravviveva mio padre. Non so ancora come abbia fatto: la finestra era solo socchiusa, era un attimo, ma improvvisamente il felino stava lì, ai piedi del letto. Un micione magro, tigrato con macchie bianche e marroni, pelosetto spettinato, dallo sguardo vispo e occhi verde smeraldo.
Nessuno lha visto entrare. Quando linfermiera è rientrata per la terapia serale, ha urlato lasciando cadere la vaschetta delle medicine perché il gatto era accoccolato accanto al viso di papà, lo toccava piano con una zampa, come a volerlo svegliare. Lanimale non si è mosso né spaventato, anzi: si è messo a fare le fusa, dolce, quasi sussurrandogli allorecchio. Linfermiera ha tentato di prenderlo per portarlo fuori Vai via! Forza, vai! ma il micio lha graffiata e si è aggrappato alle lenzuola.
Mi ricordo lo stupore generale quando il dottor Alessandro De Luca, il neurologo giovane e brillantissimo dellospedale, ha chiesto allinfermiera di attendere e di guardare bene il viso di mio padre.
Cera una lacrima. Una sola, lenta, reale, che scendeva sulla guancia di papà. Impossibile ha sussurrato il dottore, prelevando la torcia dalla tasca per esaminargli le pupille: nessun riflesso nuovo, ma la lacrima inspiegabile, emozionale.
Chiamarono subito casa. Erano già le undici di sera. Stavo fissando la tv in salotto per dimenticare pensieri, quando sulla schermata del cellulare è comparso il numero dell’ospedale. Ho avuto paura di rispondere, ma una voce dentro di me mi ha spinto a farlo.
La voce dellinfermiera, pacata ma tremula: Signora Daniela, deve venire subito in clinica. Cè stato un episodio importante con suo padre. Il cuore mi è saltato in gola. Ancora con rancore e dolore nel cuore, mi sono precipitata fuori, chiudendo la porta di casa neanche bene.
Il tragitto per la clinica sembrava impossibile, ogni semaforo rosso mi strappava il fiato. Da quanto non vedevo papà? Un mese? Forse di più. Quando sono arrivata, sudata e tesa, sono corsa fino alla 310 e ho visto la porta socchiusa, delle voci allinterno.
Mi sono fermata un attimo a respirare, poi sono entrata: il gatto, tigrato, magro, era accoccolato vicino alla sua testa e faceva le fusa forte. Ma la cosa più folle era che papà aveva il viso girato verso di lui.
Che succede qui? ho domandato senza staccare gli occhi dal gatto. Il dottor Alessandro mi ha spiegato tutto guardandomi con intensità: Signora Ferrara, sembra assurdo, ma questo gatto ha suscitato qualcosa in suo padre. Abbiamo visto nascere una lacrima appena è comparso. Ho guardato incredula: papà, in coma così profondo, incapace persino di piangere?!
Eppure era tutto vero. E cera di più: Quando sono venuto più presto aveva la testa girata dallaltra parte ha aggiunto il dottore.
Presa dalla curiosità e da una strana familiarità, ho chiesto se qualcuno conosceva quel gatto. E allimprovviso ho ricordato: lavevo già visto, anni fa, davanti alla nostra azienda. Mio padre gli portava spesso da mangiare, lo incontravo ogni tanto, ma non mi ero mai chiesta nulla di più. Ho raccontato tutto a Alessandro, la sua reazione è stata immediata: Allora cè un legame emotivo fortissimo che forse stiamo sottovalutando.
Ho deciso di rimanere vicino a loro. Il gatto non si muoveva mai dal letto, giorno e notte. Il personale aveva smesso di tentare di cacciarlo, portava invece cibo e acqua vicino alla finestra. Iniziavo a pensare che quella presenza avesse davvero qualcosa di magico.
Nei giorni seguenti, la mia curiosità è cresciuta: ho chiamato la segretaria di papà, Teresa Marchetti. Si sono incontrate in un bar allangolo della clinica. Teresa, precisa come sempre, capelli argento raccolti a chignon e occhiali appesi a una catenella dorata. Le ho raccontato del gatto; lho vista emozionarsi.
Giovanni scendeva tutte le mattine in garage prima di salire in ufficio, portava con sé una bustina di croccantini stava venti minuti a parlare con quel gatto. Parlava come con un amico, dei suoi pensieri, paure, rimpianti. Era il suo confidente silenzioso.
Ho sentito una stretta al cuore conoscevo così poco mio padre. Avevo scelto di tenerlo lontano invece di tentare di capire.
Un pomeriggio, tornando in clinica, ho trovato mio zio Luigi che litigava con il dottore. È pericoloso tenere un animale qui! Va rimosso! protestava. Le condizioni di Giovanni stanno migliorando da quando il gatto è qui ribatteva Alessandro. Come figlia, ho imposto la mia volontà: Decido io. Il gatto resta.
Quei giorni mi hanno cambiata: ho cercato chiunque potesse raccontarmi qualcosa in più su papà il portinaio della sede, il vecchio contabile, tutti avevano storie di bene celato. Papà pagava studi universitari, aiutava economicamente colleghi in difficoltà, aveva istituito fondi di solidarietà. Aveva paura che lo considerassero debole per queste cose mi confidava Teresa.
In quelle notti ho pianto spesso, pensando a quanto si fossero allontanati i nostri cuori per paura e rancore.
Una notte scoppiò un temporale violentissimo; il gatto si agitò, miagolò e chiese di uscire. Non feci in tempo, scivolò tra le sbarre della finestra e sparì nella pioggia.
Per tre giorni, papà peggiorò. I valori vitali scivolarono a picco. Presi il coraggio e uscii a cercare il micio nei quartieri attorno alla clinica, chiamandolo stonatamente tra vicoli e piazze. La gente mi guardava strano, una donna elegante che grida Compagno! sotto la pioggia.
Alla fine, nascosto in un vicolo, lo trovai. Era ferito, tremava. Accanto a lui, una donna anziana, piegata dalle rughe e dalla vita. Per favore aiuti questo gatto, è lo stesso che ricordo accanto al signor Giovanni mi ha detto.
Solo dopo averlo riconosciuto come Carmela, la vecchia governante di casa nostra che da adolescente avevo visto sparire senza spiegazioni, mi sono decisa a portare il micio da un veterinario. Carmela mi raccontò che era stata allontanata da mia madre e mio zio dopo aver avvisato papà delle loro malefatte sullazienda. Quante lacrime, quanta verità, quanto dolore tenuto nascosto sotto la corazza della famiglia rispettabile.
Il veterinario, il dottor Matteo, ha detto subito: La gamba è rotta, serve unoperazione. Sono cinquemila euro. Non ci ho pensato due volte: Fate tutto il necessario, pago io.
Il micio è tornato in clinica appena si è ripreso. Appena papà ha sentito le fusa vicino al proprio viso ha mosso la mano, ha spalancato gli occhi: una meraviglia silenziosa. Il dottore non ci poteva credere.
Nei giorni seguenti, la presenza costante di Compagno come ho iniziato a chiamarlo portava miglioramenti visibili in papà: piccoli movimenti, sguardi, reazioni. Io gli parlavo, gli raccontavo tutto ciò che stavo scoprendo: la generosità nascosta, le incomprensioni, il tradimento di Luigi, il ritorno di Carmela.
Trovando vecchi documenti con lavvocato di famiglia, Giuseppe Santoro, ho scoperto che papà aveva progettato di donare metà della sua fortuna (decine di milioni in euro) a enti sociali, scuole, ospedali. Lo faceva in silenzio, per paura che nessuno capisse.
Quando zio Luigi ha tentato di far dichiarare papà incapace, per impossessarsi dellazienda, ho raccolto tutte le prove contro di lui: bonifici sospetti, contratti fasulli, denaro sparito. Ho aspettato. Papà doveva sapere.
I giorni in clinica si sono trasformati in occasioni per parlare, per sciogliere i nodi del passato con Carmela, per perdonare e perdonarsi. Ho scoperto che papà non era diventato duro, era rimasto fragile, pieno di paura aveva solo dimenticato come fidarsi di noi.
Una mattina, finalmente, Giovanni Ferrara si è svegliato davvero. Ha stretto la mano a Compagno, piangendo ancora una volta lacrime vere. Pochi giorni dopo si è trovato faccia a faccia con il fratello. Mi hai tradito, Luigi. Un lungo silenzio. Sono sempre stato la tua ombra, ha ammesso zio tra le lacrime. Ti perdono gli ha detto papà, ma ora devi trovare la tua strada. Luigi ha restituito il denaro ed è partito per la Sicilia, dove ha aperto un piccolo negozio. Mi scrive ogni tanto: Per la prima volta, sono felice.
Papà non è più tornato quello di prima. Aveva deciso di vivere la seconda parte della sua vita in modo nuovo: metà della sua ricchezza è finita in fondazioni sociali, ha aperto ambulatori, asili, ha perfino trasformato parte della clinica dove aveva rischiato di morire in un centro di pet-therapy. Compagno mi ha salvato ripeteva.
Il centro è diventato in breve tempo esempio per Milano. Gatti, cani, conigli tra i letti dei piccoli malati, degli anziani soli; si vedevano sorrisi nuovi rinascere. Io ho iniziato a guidare lazienda, ispirandomi a una visione più umana. Premi benessere per i lavoratori, asili aziendali, seminari. Mio padre costruiva grattacieli, ma io voglio costruire ponti dico spesso.
Carmela è tornata da noi, ma come amica vera, e con papà si sono scambiati il perdono che mancava. Compagno aveva ancora uno spazio di riguardo nella Clinica Ferrara e la sua storia è diventata famosa libri, interviste, servizi in tv. Ma per lui nulla cambiava: si accoccolava silenzioso vicino a chi allimprovviso aveva bisogno anche solo di due occhi che ascoltassero senza giudizio.
Quando, diversi anni dopo, Compagno ci ha lasciato placido, sdraiato sulla coperta di papà, circondato dallaffetto lo abbiamo seppellito nel giardino di casa, piantando un tiglio sopra la tomba: Compagno, colui che sapeva amare senza chiedere nulla.
Il suo ricordo è inciso nel marmo, ma soprattutto nei nostri cuori. La sua storia ha ispirato centinaia di famiglie che sono venute a chiedere aiuto per un animale in difficoltà, e così tutto è ripartito da capo.
Nel mio diario oggi scrivo che nessun miracolo è stato più semplice, eppure più profondo di così: la presenza costante di un essere che si ferma, ascolta, decide di restare accanto a te per pura scelta. Amore vero, incondizionato, che si trasforma in rinascita. Così, ora lo so: il vero lascito di mio padre non sono i palazzi di Milano, né il conto in banca. Il vero tesoro sono i legami riconquistati e il coraggio di ricominciare. Tutto grazie a un gatto randagio e a una seconda possibilità che il destino aveva saputo tracciare anche per me.






