Una sera, papà mi chiamò nel suo studio: voleva discutere un argomento serio, cel puțin così mi disse. A dire la verità, avevo il cuore in gola. In salotto mi attendeva una donna.
Tutta la mia famiglia ruota attorno a mio padre, luomo che mi ha cresciuta, protetta, sostenuta sempre senza mai un cedimento. Mia madre ci aveva lasciato poco dopo la mia nascita, e papà non aveva più voluto risposarsi, forse per paura di soffrire ancora. La vita non gli aveva mai fatto sconti, e io desideravo soltanto diventare adulta in fretta, per dargli una mano e alleviargli il peso delle responsabilità.
Vista la nostra situazione economica, a quindici anni ho cominciato a lavorare. Scrivevo articoli per i giornali locali di Firenze e, dopo tre anni, sono riuscita a trovare un impiego migliore. Passati altri anni, ho ottenuto finalmente un lavoro dufficio che mi garantiva lindipendenza e la possibilità di occuparmi sia di me sia di mio padre. Un giorno mi convocò per una conversazione importante, o almeno così disse lui. Sentivo crescere lagitazione dentro di me. In salotto, cera una donna che, secondo papà, era mia madre.
Appena mi vide, scoppiò in lacrime, chiedendo perdono e cercando di abbracciarmi. Ma io sono rimasta immobile, incapace di lasciarmi andare. Mi sono sottratta delicatamente a quellabbraccio e sono uscita dalla stanza senza dire una parola, lasciando soli i due anziani. Ho deciso di lasciare che fosse papà a gestire la situazione come meglio credeva. Non riesco a perdonare chi ci ha abbandonati senza rimorsi, senza nemmeno provare, una volta, a farmi gli auguri di compleanno in tutti questi anni.




