MIO MARITO PIÙ PREZIOSO DELLE AMARE OFFESE
Davide, questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso! Basta, ci separiamo! Non provare nemmeno a metterti in ginocchio come sempre, tanto non servirà! ho concluso così il nostro matrimonio.
Davide ovviamente non ci credeva. Era convinto che si sarebbe ripetuto il solito copione: in ginocchio, pentito, un altro anello come regalo, e io che lo perdonavo. Era già successo tante volte. Ma stavolta ero davvero decisa a rompere la catena del matrimonio. Ho infilato talmente tanti anelli a ogni dito, fino al mignolo. Ma la vita, quella vera, mi mancava. Davide ormai beveva sempre, di continuo.
E pensare che tutto era iniziato come in una favola.
Il mio primo marito, Enrico, era scomparso nel nulla. Era successo negli anni Novanta, un periodo in cui si viveva con la paura. Enrico non era tipo facile con cui convivere. Si cacciava spesso nei guai. Come si dice, occhi di lupo e ali da farfalla. Se qualcosa non gli andava a genio, scoppiavano dei litigi furiosi. Sono certa che Enrico sia rimasto vittima di qualche scontro di mala. Di lui non ebbi più notizie. Mi ritrovai da sola con due bambine: Lisa aveva cinque anni, Rina appena due. Passarono cinque anni dopo la sua misteriosa sparizione.
A momenti pensavo di impazzire. Amavo veramente Enrico, nonostante il suo carattere esplosivo. Eravamo una cosa sola, inseparabili. Ero convinta che la mia vita fosse finita, che lunica cosa che mi restava era crescere le figlie. Mi ero rassegnata.
Quei tempi furono davvero duri. Lavoravo in fabbrica e venivo pagata… con ferri da stiro. Dovevo poi rivenderli per comprare da mangiare. Nei fine settimana mi dedicavo a questo. Ricordo un inverno, ero gelata al mercato, cercando di vendere ferri, quando mi si avvicinò un uomo. Ebbe pena di me.
Sta gelando, signora? mi chiese con delicatezza lo sconosciuto.
L’ha notato, eh? provai a scherzare, ma tremavo così tanto che non riuscivo a parlare bene. Però la sua presenza mi fece sentire al caldo.
In effetti ho detto una banalità. Le va di scaldarsi in un bar? L’aiuto a portare questi ferri.
Magari risposi sconsolata altrimenti muoio di freddo.
Alla fine però non andammo al bar. Trascinai luomo verso casa, gli chiesi di aspettarmi sotto il portone e di badare al sacco coi ferri: dovevo andare a prendere le bambine all’asilo. Mi misi a correre, le gambe rigide dal freddo, ma dentro sentivo una fiammella di sollievo. Tornando vedo da lontano Davide (così si era presentato): fumava, impaziente, avanti e indietro. Pensai, gli offrirò una tazza di tè, e poi vediamo che succede.
Davide mi aiutò a portare il sacco fino al sesto piano, peccato che lascensore fosse rotto. Quando io e le bambine eravamo solo salite al terzo, Davide già scendeva.
Aspetti, mio salvatore! Se ne va? Non la lascio partire senza offrirle un tè caldo! dissi, stringendo con la mano gelata la manica della sua giacca.
Sicura che non do fastidio? guardando le bambine, Davide era esitante.
Ma che dice! Prenda per mano le bimbe, io corro avanti e metto lacqua sul fuoco, proposi senza pensarci.
Non volevo assolutamente perderlo. Mi era già entrato nel cuore. Aiutandomi tra una chiacchiera e laltra, Davide propose di assumermi come assistente nel suo lavoro. Il compenso era molto più alto di tutto quello che guadagnavo con i ferri da stiro in un anno.
Naturalmente accettai subito. Avrei voluto anche baciarli le mani per quelloccasione…
Davide era al suo secondo matrimonio e stava finalizzando il divorzio. Dal primo matrimonio aveva un figlio.
E così tutto prese a girare vorticosamente.
Ci sposammo presto. Davide adottò le mie bimbe. Era una vita a ritmo di tarantella. Comprammo un appartamento grande, quattro stanze, lo arredammo con mobili e elettrodomestici di lusso. Poi la casa in campagna. Ogni estate andavamo al mare. Una vita da sogno…
Passarono sette anni di felicità cristallina. Poi, forse raggiunto il benessere e la pace, Davide prese a bere. Allinizio facevo finta di niente: lavorava tanto, si stancava, un po di relax ci sta. Ma quando cominciò a esagerare anche sul lavoro, capii che cera un problema. Le mie parole non servivano più.
Io sono sempre stata temeraria. Così, per distrarre Davide dallalcol, decisi di fargli un figlio. Avevo già trentanove anni. Le mie amiche, venute a conoscenza del mio piano, non si sorpresero neppure.
Dai Maria, chissà che anche noi non diventiamo mamme ultratrentenni, scherzavano le ragazze.
Ma rispondevo sempre:
Se decidi di non far nascere un figlio, potresti pentirti amaramente più tardi. Se invece lo tieni, anche se non era programmato, non ti pentirai mai.
Da noi nacquero due gemelle. Avevamo quattro figlie! Davide però continuava a bere. Sopportai a lungo, e poi decisi: desideravo la natura, una vita più semplice, qualche animale in cortile. Ai bambini avrebbe fatto bene, e a Davide avrebbe tolto tempo per bere.
Vendetti casa e villa al mare. Comprammo una villetta in un paesino vicino. Aprimmo un piccolo ristorante. Davide divenne cacciatore appassionato. Si comprò fucili e mille attrezzi. Nel bosco cera selvaggina per divertirsi.
Andava tutto discretamente finché una sera Davide, ubriaco, perse il controllo. Non so quali alcolici avesse bevuto, ma impazzì: ruppe tutte le stoviglie, la mobilia, e stava per colpire anche noi. Prese il fucile e sparò in aria!
Io e le bambine scappammo dai vicini, tremanti di paura.
La mattina dopo era tutto silenzio. Tornammo a casa in punta di piedi. Che disastro, una scena da film dellorrore: i piatti rotti, i mobili a pezzi, niente su cui sedersi o mangiare, niente dove dormire. Davide dormiva steso svenuto sul pavimento.
Raccolsi il poco rimasto e con le figlie me ne andai da mia madre, che abitava nello stesso paese. Mi accolse con lamenti:
Oh, Maria! E ora che facciamo con tutte queste ragazze? Torna da Davide, in famiglia si supera tutto. Anche se si litiga, lamore resta.
Mamma era di quelle che, pur di avere un uomo accanto, stringeva i denti.
Dopo qualche giorno arrivò Davide. E proprio allora chiusi ogni rapporto. Lui non ricordava nulla di quella notte. Non credeva alla mia versione. Ma io non sentivo ormai più nulla. Avevo tagliato i ponti.
Non sapevo come avrei tirato avanti. Ma meglio vivere da povera che rischiare la vita tra le mani di un uomo fuori di sé.
Vendemmo il ristorante a pochi euro perché dovevo fuggire in fretta. Ci sistemammo in una casetta minuscola nel paese vicino.
Le figlie più grandi trovarono lavoro, poi per fortuna si sposarono. Le gemelle erano in quinta elementare. Tutte avevano continuato a volere bene a papà Davide, a frequentarlo. Così, indirettamente, sapevo tutto di lui. Lui, tramite le bimbe, mi supplicava di tornare. Anche loro provavano a convincermi: Mamma, basta orgoglio! Papà si è pentito e ti ha chiesto scusa cento volte! Hai anche tu una certa età pensa a te! Ma io ero irremovibile. Desideravo soltanto una vita tranquilla, senza più scosse.
Passarono due anni.
Davide cominciò a mancarmi. La solitudine mi divorava. Tutti gli anelli che mi aveva regalato finirono al Monte dei Pegni. Non sono mai riuscita a ricomprarli, peccato. Iniziai a ripensare alla nostra vita. Avevamo una casa piena damore. A dire la verità, Davide aveva sempre voluto bene a tutte le figlie, aveva premura per me, chiedeva sempre scusa. Era stato un buon padre, una famiglia davvero. Ognuno trova la sua felicità nelle sue mura, e non si deve guardare troppo alla felicità altrui. Cosaltro potevo desiderare?
Ora le figlie grandi si limitano a telefonare: sono indaffarate, le capisco, la giovinezza prende il sopravvento. Fra un po anche le gemelle spiccheranno il volo e io resterò sola. Le ragazze sono come anatroccoli, appena crescono se ne vanno.
Così, ho chiesto alle gemelle di informarsi dal padre su come stesse davvero. Se magari avesse trovato unaltra. Sono andate a trovare Davide e hanno tirato fuori tutto: vive e lavora in unaltra città, non tocca più una goccia, non si è risposato, ha lasciato loro lindirizzo.
Ora viviamo di nuovo insieme, sono passati cinque anni.
Lho sempre detto, io sono unavventuriera nellanima e quello che ho imparato è che, al di là delle offese e delle tempeste, a volte nella vita ci sono legami che valgono più di qualsiasi ferita. E bisogna avere il coraggio di scommettere ancora sul proprio cuore.






