Un mercoledì pomeriggio nel cortile di casa

Mercoledì nel cortile

Sul muretto davanti al terzo portone cera un sacchetto di plastica chiuso con attenzione, sopra uno scotch teneva fermo un foglietto bianco: prendete. La signora Nina Bianchi si fermò, la borsa della spesa in mano, come se qualcuno lavesse chiamata. Il sacchetto era troppo ordinato per essere immondizia, troppo estraneo in un cortile dove ciò che non apparteneva non rimaneva mai a lungo.

Salì un gradino per guardare più da vicino senza toccare. Nel sacchetto si intuivano delle focaccine tonde, ancora tiepide, la plastica appannata dal vapore. La porta dellandrone sbatté, uscì Vera dalla quinta, una ragazza giovane con le cuffiette nelle orecchie, che si fermò di colpo.

Che cosè, una trappola? chiese Vera, togliendo una cuffia.

Non ne ho idea, rispose signora Nina stringendosi nelle spalle. Forse qualcuno si è sbagliato.

Vera fece una smorfia, guardando le finestre. Al primo piano le tende erano chiuse, al secondo qualcuno aveva aperto appena la finestra. Il cortile viveva la sua solita diffidenza discreta, tutti ascoltavano ma facevano finta di nulla.

Arrivò Paolo, il fattorino che affittava una stanza dalla nonna al quarto piano. Sempre di fretta, parlava mentre già si muoveva.

Ah, che bella cosa, disse, allungando la mano.

Non toccare, disse decisa Vera. Non si sa mai.

Paolo ritirò la mano come se si fosse bruciato.

Ma dai. Cè il biglietto.

Il biglietto potrebbe essere nulla, borbottò la signora Nina, stupita lei stessa di quanto le fosse facile sospettare del prossimo. Non era nelle sue abitudini, ma il cortile insegnava: meglio non impicciarsi troppo.

Restarono fermi ancora un momento, ognuno trovò una scusa per andarsene. Vera si avviò verso i bidoni della spazzatura come se avesse una grande urgenza. Paolo fece un cenno e sparì verso il portone. Nina salì, ma continuava a guardare dalle finestre delle scale. Il sacchetto era ancora lì, domanda senza risposta.

La sera, uscendo a buttare la spazzatura, il sacchetto era sparito. Sulla panchina restava solo la traccia del nastro adesivo, e la signora Nina provò una strana delusione, come se qualcosa dimportante non fosse successo.

Il mercoledì seguente, il pacchetto ricomparve, questa volta non sul muretto, ma sul davanzale tra il primo e secondo piano, in quello spazio dove si lasciavano i vasetti vuoti e le pubblicità. Il foglio era uguale: prendete. Nina tornava dalla farmacia, stanca, la prescrizione in tasca e la testa pesante dopo lattesa. Si fermò e vide: dentro cera una crostata, affettata in otto fette precise, ciascuna avvolta in un fazzolettino.

Sulla rampa cera già la vicina del sesto, Silvia, la commercialista dalla borsa eterna a tracolla.

Ha visto? mormorò Silvia, quasi sussurrando in chiesa. Di nuovo, eh.

Vedo, rispose Nina.

Che sia gente di qualche setta? sogghignò Silvia, ma gli occhi erano seri.

Nina avrebbe voluto rassicurarla, ma non trovò parole. Rimaneva lì, fissando la crostata. E capiva che qualcuno aveva speso una sera a impastare, a pensare al ripieno, a tagliare dritto ogni pezzo, avvolgerlo uno a uno. Troppo umano per essere una trappola.

Silvia afferrò una fetta, di corsa, quasi che avesse paura di ripensarci, e la nascose in borsa.

Per i ragazzi, disse, e si rifugiò su per le scale.

Nina rimase. Avrebbe potuto prendere anche lei, ma la trattenne lantica abitudine: non prendere se non sai a chi dire grazie. Le sembrava che la gratitudine, senza destinatario, perdesse ogni senso.

Unora dopo, tornando a buttare limmondizia, vide che della crostata restavano due fette. Accanto al davanzale cera zio Carlo dal secondo, quello che sistemava i citofoni e brontolava sempre contro lamministratore.

Eh, Nina, disse lui, la beneficenza ci accompagna ancora.

Forse qualcuno che ama cucinare, rispose Nina.

Cucina e non dice niente, scosse la testa zio Carlo. Strano. Però pare buona.

Prese una fetta, senza nasconderla, e mordicchiò lì sulle scale. Masticava lento, da vero intenditore.

Mele e cannella, sentenziò. Non roba da supermercato.

La signora Nina sorrise, e in quel sorriso cera più sollievo che gioia.

Il terzo mercoledì portarono piccole focaccine con ricotta, ben sistemate in una scatola da scarpe ricoperta di carta forno. Il biglietto era su un pezzo di quaderno, scritto: prendete, per favore. Quel per favore commosse Nina più della stessa pasticceria.

Scendeva al mattino, per il latte, e trovò davanti alla scatola il ragazzino del nono, Matteo, un magro, in divisa scolastica e zaino sulle spalle. Stava lì, titubante.

Prendine una, disse Nina.

E se esistò. Se non si può?

Cè scritto, rispose lei.

Prese in fretta la sua focaccina e la ficcò nella tasca del giubbotto, che subito si rigonfiò.

Grazie, disse non a lei, ma nel vuoto, e corse giù.

Nina restò alla scatola. Prese anche lei una focaccina per la prima volta. Il calore si sentiva nella carta. Salì a casa, mise su il tè, prese il piattino. Era soffice, la ricotta dolce con scorzette darancia. Mangiava e pensava non al sapore, ma a come si era fatta strana la scala: come se ci fosse qualcuno di invisibile, che si ricordava degli altri.

Quella sera, in ascensore, si trovò con la signora Maria dalottavo, un sacchetto di farmaci in mano.

Ha preso? domandò Maria, annuendo verso il basso.

Ho preso, fu sincera Nina.

Ho preso anchio, sospirò Maria. Vergogna, ma la pensione lo sappiamo.

Nina annuì. E quellammissione rese più stretto lascensore, ma in senso buono, famigliare.

Il quarto mercoledì era ormai quasi atteso. Nina si accorse, uscendo per il pane al mattino, di guardare il solito davanzale. Cera una teglia coperta da un canovaccio, e il biglietto: prendete. Sotto, piccole brioches col papavero.

Accanto alla teglia cera Vera, la stessa che aveva parlato di trappole. Ora teneva in mano una brioche, sorridendo.

Allora, non è una setta? chiese Vera.

Direi di no, rispose Nina.

Pensavo fossi tu, la scrutò Vera. Sei sempre quella che nota tutto

Io?

Sì, sei attenta. Ho pensato che magari eri tu a cucinare.

Nina ridacchiò piano.

Io, al massimo, il tè.

E allora chi è?

Nina alzò le spalle. E dun tratto capì che le piaceva non saperlo. Cera sicurezza in quel mistero: si poteva accogliere il bene, senza sentirsi obbligati.

Ma il quinto mercoledì il davanzale rimase vuoto. Nina uscì, chiuse la porta a doppia mandata, scese, guardò nel solito punto: niente. Né sacchetto, né scatola, né biglietto. Solo una pubblicità della pizzeria e un guanto dimenticato.

Restò un attimo in ascolto nellandrone. Sopra, qualcuno litigava al telefono, sotto sbatté una porta. Uscì nel cortile. La panchina era deserta. Savviò dentro uninquietudine non tanto per i dolci mancati, quanto per la persona che li portava. Se aveva smesso, qualcosa doveva essere successo.

Allingresso cera zio Carlo, fumando sotto il cartello vietato fumare.

Oggi niente, disse lui, senza domande.

No, rispose Nina. Lei sa chi fosse?

Chi lo può sapere, zio Carlo spense la sigaretta sul bordo del cestino. Magari si è stancato. Magari sta male.

Oppure non finì la frase Nina.

Oppure, concordò Carlo.

Rimasero in silenzio. Nina ripensò a Maria coi farmaci, al piccolo Matteo con la focaccina nascosta, a Silvia che aveva detto per i ragazzi. Per qualcuno quel mercoledì non era solo una gentilezza.

Passo da Maria, disse Nina. Chiedo come sta.

Fai bene, annuì Carlo. Io vado da Gino del quindicesimo. Ieri faceva casino, poi più niente.

Nina salì allottavo a piedi lascensore era bloccato a metà, come spesso succedeva. Bussò. Maria aprì dopo un attimo: pallida, vestaglia, scompigliata.

Signora Nina? Maria aveva voce incerta. Cosè successo?

Nulla, Nina si sentì un po sciocca. Solo per sapere come va.

Maria abbassò lo sguardo.

Pressione alta. Ieri ho chiamato la guardia medica. Mio figlio è via per lavoro, la vicina è in Calabria dalla madre. Sono sola.

Nina entrò in punta di piedi, posò la borsa su uno sgabello. In casa si sentiva il profumo acre dei medicinali e qualcosa di acido: un kefir a metà sul tavolo. Sul davanzale solo un bicchiere vuoto.

Deve mangiare, disse Nina.

Non mi va, Maria fece un gesto stanco. Non ho cucinato nulla.

Nina aprì il frigo: cerano uova, un pezzo di burro, un barattolo di marmellata. Prese le uova, mise la padella, accese il gas. Gesti familiari, semplici, farli rilassava anche Maria.

I dolci sussurrò Maria, seduta. Ero io.

Nina si voltò.

Lei?

Sì, sorrise Maria, con unombra di imbarazzo. Mi sento meglio con le mani occupate. E pensavo che lasciandoli lì, nessuno avrebbe fatto domande. Non amo essere aiutata. Così almeno sentivo di poter fare ancora qualcosa.

A Nina si chiuse la gola, non per compassione, ma per riconoscersi in lei. Nemmeno lei aveva mai chiesto troppo.

E oggi non ha potuto, mormorò Nina.

Non sono riuscita, annuì Maria. Mi girava la testa. Non sono uscita neanche a far la spesa.

Nina le mise davanti il piatto di uova e pane.

Mangiate, disse. E per il mercoledì troveremo una soluzione.

Quando uscì, era già buio. Sulla scala cera zio Carlo.

Allora? chiese.

Era Maria. Sta male, pressione. È sola.

Carlo fischiò piano.

E io che pensavo fosse una delle giovani

Nina tornò nel suo appartamento, prese il cellulare, usato solo per il figlio e le bollette. Nel gruppo dei condomini, che leggeva sempre ma usava poco, trovò il tasto scrivi.

Le dita tremavano, ma non per paura per il fatto che ora avrebbe lasciato la solita ombra.

Siete tutti, scrisse. I dolci del mercoledì li faceva Maria dall8. Ora sta male, serve una mano. Senza troppe domande. Domani porto io la spesa. Chi può, scriva cosa può comprare o portare.

Rilesse. Frasi semplici, senza pietà né obbligo. Inviò.

Le risposte arrivarono subito. Vera: Dopo il lavoro porto le medicine. Silvia: Faccio un bonifico, ditemi quanto. Paolo: Io ci sono la mattina, porto le buste. Cera chi proponeva una minestra, chi chiedeva se servisse un misuratore per la pressione.

Nina guardava lo schermo e sentiva sciogliere qualcosa dentro, ma allo stesso tempo temeva che tutto diventasse faticoso, caotico, curiosità non richiesta.

Il giorno dopo, andò al supermercato con la lista: comprò pasta, latte, pane, banane, una confezione di tè. Al banco ci pensò, prese pure i biscotti per accompagnare. Le buste erano pesanti. Alluscita, Paolo le venne incontro.

La aiuto io, già le prendeva una busta.

Nina gliela diede. Lui la portava con cura, come se avesse capito che non erano solo provviste.

Alla porta di Maria si incontrarono con Vera e il sacchetto della farmacia. Vera un po si vergognò vedendo Nina.

Ecco, disse. Sono le pastiglie.

Grazie, rispose Nina.

Maria aprì, li vide e allinizio voleva rifiutare si notava dalla mano alzata.

Non serve

Oramai ha già fatto abbastanza, rispose tranquilla Nina. Ora tocca a noi. Basta discussioni.

Maria abbassò la mano, poi si commosse, silenziosamente, come se scaricasse la fatica di settimane.

La settimana dopo, mercoledì, Nina uscì sul pianerottolo con la sua teglia e il canovaccio. Aveva impastato la sera prima, ricominciando come la madre le insegnava a chiudere i bordi. Non perfetti, ma fatti col cuore. Sul foglio scrisse: prendete. Poi aggiunse: se volete, lasciate un biglietto con cosa vi piacerebbe trovare con il tè mercoledì prossimo.

Lasciò la teglia sul davanzale, si allontanò. Il cuore le batteva forte, come a un esame. Non voleva che diventasse un peso, ma nemmeno tornare ad un silenzio distaccato tra vicini.

Mezzora dopo uscì di nuovo. Rimanevano pochi dolci. Accanto, una nota ripiegata. Nina la prese, la aprì.

Grazie. Se possibile, senza zucchero. La mamma è diabetica, cera scritto con calligrafia incerta.

Ripiegò con cura, la mise nella tasca del grembiule. Proprio allora salì Matteo. La vide, si fermò.

Ora tocca a lei? domandò.

Non solo a me, sorrise Nina. Facciamo a turno.

Matteo fece cenno di sì, prese un dolcetto e, prima di andarsene, disse:

Posso raccogliere io i biglietti. Tanto faccio sempre le scale.

Va bene, disse Nina.

Più tardi fece visita a Maria. Lei era già al tavolo, il viso più sereno rispetto a prima.

Pensavo avreste smesso, commentò Maria, mentre Nina lasciava la busta delle mele.

Continuiamo, ma insieme, rispose Nina. Non toccherà più a una sola.

Maria sorrise, le tese un quadernino.

Ho annotato alcune ricette, disse. Se servono, le tenga.

Nina prese il quaderno. La carta calda di mani.

Sarà utile.

Uscendo nellandrone, trovò già un nuovo biglietto, tenuto dal magnete di un vecchio citofono. Mercoledì prossimo porto io la torta di mele, cera scritto grande.

Nina non sapeva chi fosse. E questo andava bene. Lanonimato non li separava più, lasciava solo la libertà di non dover spiegarsi. Ma se qualcuno stava male, la porta non sembrava più così pesante da aprire.

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