Un padre vale quanto una madre: il ruolo paterno nella famiglia italiana

Il padre non è meno importante della madre

Anna conobbe il suo secondo marito durante un campo di volontariato nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove proteggevano i nidi di rapaci rari dai bracconieri. Era arrivata lì con suo figlio di dieci anni, Stefano.

Antonio era lanima e il motore del progetto: biologo appassionato, con occhi pieni di entusiasmo. Organizzava queste spedizioni naturalistiche per passione e, insieme allamico dinfanzia, ne ricavava anche un piccolo guadagno extra.

Dopo tre giorni, Anna scivolò su delle rocce bagnate e si slogò una caviglia. Antonio, che era sì un entusiasta della natura, ma anche un medico praticante, le fasciò il piede, la portò in braccio fino alla tenda e per tutta la settimana la curò come fosse una bambina.

Mentre Stefano aiutava con entusiasmo i ricercatori, gli adulti percepirono subito la scintilla. Però si comportavano in modo contenuto: entrambi portavano sulle spalle un passato doloroso e non volevano farsi travolgere dalleuforia dellinnamoramento.

Dopo la vacanza, Anna si immerse completamente nel lavoro, facendo di tutto per dimenticare quella che considerava solo una fantasia estiva. Anche Antonio pensava fosse stata una fiamma passeggera, ma dopo due settimane già cercava il suo indirizzo

Dopo sei mesi andarono a vivere insieme, dopo un anno si sposarono.

Antonio si gettò anima e corpo nel ruolo di padre: aveva sempre desiderato dei figli, ma la vita frenetica e i suoi hobby non glielo avevano mai permesso. Stefano, cresciuto con mamma e nonna, si affezionò tantissimo al patrigno, che ben presto iniziò a chiamare papà. Presero un ampio appartamento affacciato sul parco e iniziarono a pianificare un altro figlio. Anna sognava una bambina, e anche il marito desiderava lo stesso. Avevano già scelto il nome: Eva. Sembrava un sogno realizzato.

Tutto cambiò con la nascita dei gemelli: insieme a Eva, arrivò anche un maschietto, che chiamarono Michele. Anna venne travolta dal caos di biberon, pappe e notti bianche. Sua madre laiutava come poteva con i piccoli. Antonio, per sostenere la famiglia cresciuta, trovò lavoro in una grande azienda farmaceutica a Milano. Tra trasferte e report, ben presto si accorse di non voler più tornare a casa: pianti e caos lo allontanavano dalla famiglia e la moglie stanca non riusciva più a seguirlo nei discorsi.

Lui pensava che, come capofamiglia, avesse diritto alle sue pause e ai suoi spazi. Anna, invece, era convinta che i figli fossero una responsabilità comune, e che anche il marito dovesse occuparsi delle questioni quotidiane. I litigi si fecero frequenti; sembrava sempre più difficile stare insieme.

A riportare un po di equilibrio ci pensò lasilo nido. Quando i gemelli avevano meno di tre anni, Anna poté tornare al lavoro come designer. Stefano diventò il suo braccio destro. La tensione familiare diminuì. Ma non durò molto.

Due anni dopo, Antonio si innamorò di una nuova collega, una donna brillante, tanto dedita al lavoro quanto lui. Pieno di scrupoli, confessò tutto ad Anna e disse che sarebbe stato meglio separarsi.

Continuerò ad aiutarti con i bambini, promesso. E per la questione della casa, troviamo una soluzione entro lanno. Però adesso ti chiedo di andare via con i bambini, magari da tua madre. Chiederò io il divorzio.

E la casa? Labbiamo comprata insieme, pensando proprio a una famiglia numerosa, replicò Anna senza alzare il tono.

Non complicare le cose! Sto proponendo una separazione serena! sbottò lui.

Ci devo pensare, rispose Anna sempre calma.

Dopo una settimana, Anna prese una decisione:

Hai trovato unaltra persona. Daccordo, succede a tanti. Ma i figli non sono solo miei: sono anche tuoi, e lo resteranno per sempre. Non pretendo la casa anche se ne avrei diritto puoi viverci tu con la tua nuova compagna. Ma i figli li cresceremo insieme. Porto con me Stefano ed Eva. Michele resta con te.

Antonio rimase senza parole.

Sei impazzita? Non posso crescere da solo un bambino piccolo! Lavoro! Un bambino ha bisogno della mamma!

Ah sì? Non volevi una famiglia tutta tua, figli tuoi? Ecco: ora puoi realizzare il tuo sogno. Anche io lavoro, lo sai bene. Se vuoi voltare pagina, non puoi lasciare a me tutto il peso dei tre figli. Almeno uno prendilo tu, è giusto.

Ne nacque una lite furiosa.

Antonio se ne andò sbattendo la porta e raccontò tutto a parenti e amici. Tutti erano increduli. Telefonavano ad Anna, pregandola di ripensarci, qualcuno la accusava di crudeltà. Sua madre stessa le disse che non lavrebbe mai perdonata. Ma Anna non si mosse: «Perché il padre dovrebbe contare meno della madre? Antonio li ama! E poi Michele è già grande e molto autonomo.»

Antonio, sconvolto e spinto allangolo, alla fine accettò. Sua madre, purtroppo, non poté aiutarlo col nipote per motivi di salute. La nuova compagna, appena compresa la realtà quotidiana di un padre single, si dileguò nel giro di tre settimane. Occuparsi di un bimbo piccolo non rientrava nei suoi piani.

***

Passarono tre mesi.

Una sera, Anna si presentò da Antonio per prendere Stefano, che aveva trascorso il weekend dal padre. Fu Antonio ad aprire la porta. La casa era in ordine, nellaria profumava di semolino, e Michele giocava tranquillo a costruzioni sul tappeto.

Antonio appariva stanco, ma sereno.

Vieni pure, disse piano.

Mentre Stefano andava a prendere le sue cose, Anna restò con Antonio in cucina.

Sai, esordì lui senza guardarla, le prime settimane ti ho odiata profondamente. Mi sembrava una punizione crudele. Poi poi semplicemente ho imparato a conoscere Michele. Ama i pomodori e le arance. Ha paura dellaspirapolvere. Va matto per il Lego. Nel sonno fa un verso buffo. Si addormenta solo se gli gratto la schiena.

Alzò lo sguardo su Anna:

Sono diventato suo padre. Sul serio. Non solo nei weekend, ma tutti i giorni.

Anna ascoltava in silenzio.

Non ti chiederò scusa per quello che è successo. Ma… ti ringrazio per questo, annuì verso Michele. Per quello che siamo diventati io e lui.

Lo sapevo, disse infine Anna.

Cosa sapevi? Che ce lavrei fatta?

Anche. Ma soprattutto non avevo dubbi che lo avresti amato. Davvero. Sempre tutto o niente, Antonio. In amore, nel lavoro. E ora pure come genitore.

Quindi era una specie di vendetta?

Anna sorrise, e uscendo disse:

No. Era lunico modo per rivedere in te quelluomo di cui mi ero innamorata. E sembra che ce labbia fatta.

Se ne andò, lasciandolo solo in quellappartamento silenzioso con il loro bambino. E tutti e due, per la prima volta dopo tanto tempo, compresero che, anche se il loro matrimonio era finito, la loro famiglia in modo strano e forse doloroso era rimasta intatta.

Perché a volte solo vivendo davvero le difficoltà possiamo diventare, fino in fondo, i genitori di cui i nostri figli hanno bisogno.

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