Posto in cucina
Giulia, ma ti sei addormentata là dentro? Guarda che gli ospiti sono già seduti a tavola, eh!
La voce della suocera, Teresa Maglioni, taglia il brusio della cucina come coltello nel burro. Giulia Rita Bellini non si scompone. È abituata ormai a quel tono. A quel eh, lanciato come una freccia.
Un attimo ancora, signora Teresa, sto finendo.
Un attimo? Ma sono quaranta minuti che aspettiamo!
Giulia gira in silenzio le polpette nella padella. Sfrigola. Lodore di cipolla e aglio fritti è dappertutto. Copre col coperchio, abbassa la fiamma e dà unocchiata allorologio. Mancano otto minuti esatti a servire il piatto caldo. Ha calcolato tutto prima. Come sempre.
Dallaltra stanza voci, risate. Oggi è un giorno particolare: trentacinquesimo anniversario di matrimonio di Teresa Maglioni e di Giovanni Bellini. Sono arrivati i due figli, le nuore, quattro nipoti, anche i vicini, la signora Enza con suo marito. Giulia si è alzata alle cinque: prima il lesso alla milanese, poi i contorni insalata russa, insalata capricciosa, affettati poi focaccine ripiene di scarola (Giovanni non ne vuole altre), poi una zuppa, poi polpette fatte in casa, con cipolla e pane raffermo nel latte. E la torta, la sua torta: il millefoglie, dodici strati di crema pasticcera e sfoglia, preparata ieri sera, per Teresa che ne vuole solo uno, da tutta la vita.
Giulia si sfila il grembiule, lo appende, si sistema i capelli. Prende il vassoio delle polpette. Entra in sala.
Ah, finalmente! annuncia Teresa, e guarda il tavolo, non lei.
Gli ospiti approvano con un coro di commenti. La signora Enza si protende subito verso il vassoio.
Giulia, e le patate? domanda suo marito Matteo, senza alzare lo sguardo dal cellulare.
Le porto subito.
Torna in cucina. Versa le patate in una zuppiera grande, con prezzemolo fresco e yogurt, proprio come piace a tutti. Come le vuole Giovanni. Come Matto preferisce.
Quando rientra, le risate sono già per una battuta di qualcun altro. Una storia non sua, un aneddoto di altri.
Giulia ha cinquantadue anni.
Ventisette li ha vissuti in questa famiglia. Prima lappartamento con suo marito, poi il trasferimento qui, nella grande casa dei Bellini in Via delle Rose, dopo la nascita di Davide. Così vi aiutiamo noi, dissero i genitori di Matteo. Ma quellaiuto Giulia non lha mai sentito, davvero. Il suo, però, non è mai mancato: ogni giorno, ogni festa comandata, ogni domenica.
Giulia, porta altro pane chiama Teresa.
Porta il pane.
E la senape, mi raccomando.
Porta anche la senape.
Mangia in piedi, sul bancone della cucina, perché a tavola il suo posto è proprio allangolo, e tanto deve alzarsi di continuo. Meglio non sedersi.
Poi arriva la torta.
Teresa la taglia lei, cerimoniosa, con Giovanni che le sorregge la mano. Tutti fotografano. Gli ospiti osservano, stupiti, gli strati millefoglie.
Presa in pasticceria? domanda la signora Enza.
Ma no risponde Teresa è fatta in casa, è la nostra.
È la nostra. Giulia solleva la tazza del tè, fa un sorso. Non dice niente.
Poi il brindisi di Giovanni. Parla di famiglia, fedeltà, i veri tesori nei figli. Definisce Teresa la padrona di casa, la custode del focolare. Teresa sorride modesta. Si applaude.
Anche Giulia applaude.
Poi sparecchia. Lava i piatti, mette via gli avanzi, pulisce il tavolo e i fornelli, porta fuori la spazzatura. Una fine come tante, di una festa come tante.
Matteo entra in cucina verso le undici, quando tutti sono andati via.
Tutto bene?
Tutto bene.
Sei stanca?
Un po.
Lui annuisce, si versa un bicchiere dacqua, va davanti alla televisione.
È una sera normale. Non è successo nulla. E invece qualcosa è cambiato. Piccolo, invisibile. Una crepa nel vetro che non vedi, finché il vetro non si rompe davvero.
Giulia spegne la luce. Resta lì, nella penombra. Nellaria cè ancora lodore delle polpette, della cipolla. Della sua giornata.
Poi va a dormire.
Le tre settimane successive scivolano via come sempre. Prepara colazioni, pranzi, cene. Lava, stira, fa il mercato. Compra le provviste. Organizza il menù della settimana: Matteo odia il farro, Giovanni niente pesce nei feriali, Teresa è a dieta solo quando vuole lei. Tutto in testa, sempre. Mai una nota.
Fa la contabile in uno studio, tre mattine a settimana. Il resto è casa.
Quel venerdì tutto comincia da una banalità.
Per cena cucina il pollo allo yogurt. È una ricetta collaudata, piace a tutti. Ma quella sera Teresa si presenta senza preavviso, come spesso fa, con un sacchetto di mele dal suo orto.
Ah, pollo! e apre la pentola. Ancora yogurt. Ma lo sai che Matteo ci soffre di acidità?
Lo so, risponde calma era lo yogurt magro, me lo aveva chiesto lui.
Non so, io lo faccio sempre senza.
Va bene, signora Teresa.
Si siede a tavola, telefona.
A proposito, dice, senza alzare gli occhi ieri ho parlato con la signora Rosa, la nostra vecchia vicina. Sua nuora lavora in un bar. E mi dice che a casa la suocera mangia da regina. Piatti freschi, tutto già pronto.
Giulia aspetta. Dove vuole arrivare?
Penso che anche tu dovresti trovare un lavoro serio, no? Tre mattine alla settimana, ma che roba è? Magari porteresti davvero qualcosa in casa.
Gira il pollo nel tegame. Fissa la suocera.
Io lavoro, signora Teresa.
Sì, come vuoi. Io dico solo.
Dice sempre solo. Senza rabbia, senza urlare, senza scenate. Solo così, come se niente fosse.
Giulia mette il coperchio. Sente qualcosa stringere dentro. Non è la prima volta. Ma stavolta, più forte.
Il giorno dopo chiama la sua amica. Daniela Messina, una vita di amicizia dalle superiori. Lavora in biblioteca, vive dallaltra parte della città, è divorziata da quindici anni e dice di essere felice.
Dani, come stai?
Tutto bene. E tu? Ti sento strana.
Tutto a posto.
Giulia.
Pausa.
Sono solo molto stanca, Dani. Proprio stanca.
Lamica non fa domande, non dà consigli. Chiede solo:
Vieni qua?
Prima o poi vengo.
Dai, vieni che cè il tè e due chiacchiere.
Giulia sorride. La prima volta dopo giorni.
Poi arriva quella sera. Quella particolare.
Succede di sabato. Matteo invita per cena suo fratello Nicola con la moglie Marta. Così, allimprovviso.
Ti dispiace se Nicola e Marta vengono domani?
Per che ora?
Per le sette, credo.
Va bene.
Non aggiunge altro. Si sveglia sabato alle otto, va al mercato. Compra carne, patate, melanzane, erbe fresche. Menù deciso: arrosto al forno, insalata greca, vellutata di zucca, crespelle con ricotta per il dolce. Un sabato normale.
A ora di pranzo, tutto è in corso: larrosto nel forno, la vellutata sui fuochi, la pastella pronta in frigorifero.
Alle tre, arriva Teresa. Senza preavviso.
Ah, fate cena? Non mi avete avvisata.
Vengono Nicola e Marta dice Matteo.
Capito. Si avvicina allarrosto. Giulia, hai messo le spezie?
Sì.
Quali?
Rosmarino, timo, aglio.
Eh, Giovanni il rosmarino lo odia.
Giovanni oggi non è invitato.
Silenzio, appena percepibile. Teresa dice piano:
Cosa hai detto?
Giulia si volta, la guarda dritta.
Oggi cena è per Nicola e Marta. Giovanni non cè, e il rosmarino ci sta. Così è più saporito.
Teresa la osserva come fosse la prima volta. Stringe le labbra.
Va bene. Esce dal salotto.
Giulia sente che parla basse parole a Matteo, frasi rabberciate. Poi Matteo entra in cucina.
Giulia, ma che problema hai?
Nessuno. Sto cucinando.
Non dovevi risponderle così.
Matteo, non ho detto nulla di male.
Eppure lei si è offesa.
Per cosa?
Non risponde. Perché una risposta non cè. Lo sa anche lui. Ma la guarda come se la colpa fosse sua. È più facile così, la colpa va sempre su di lei.
Nicola e Marta arrivano alle sette. Allegri, col vino, dolcetti dalla pasticceria Rinascente. La cena viene benissimo. Arrosto squisito, la vellutata di zucca cremosa, profumata di noce moscata: tutti ne vogliono ancora.
Giulia, sei un portento in cucina, sorride Marta.
Grazie.
Davvero, io non sarei mai capace. Ti invidio.
Si impara.
Ma io sono pigra! ride Marta. Noi viviamo di consegne a domicilio.
Si sta da re, dice Nicola.
Anche voi, ribatte Marta, guardando il tavolo. Guarda come Giulia si sbatte.
Chiusa la cena, Giulia sparecchia, serve le crespelle, mette su il tè.
Giulia, siediti! esclama Marta. Basta correre!
Si siede. Versa il tè. Prende una crespella.
Senti dice Nicola al fratello , ma è vero che volete rifare la cucina? Giulia, è vero?
Ne abbiamo parlato risponde cauta.
Mamma dice che tu vuoi cambiare tutto, ma lei non ci sta.
Teresa vive nel suo appartamento, io qui. Sono cucine diverse.
In effetti… Nicola alza le spalle.
Nemmeno per idea Matteo interviene. Questa resta casa sua.
Giulia alza lo sguardo.
Di chi è questa casa, Matteo?
Dei miei. Lhanno fatta a modo loro.
Sono ventanni che viviamo qui.
Appunto.
Silenzio come una tovaglia sul tavolo. Marta guarda nella tazza.
Buone crespelle, si sente Nicola.
Poi più nulla sullargomento.
Quella notte, Giulia resta sveglia. Matteo dorme tranquillo. Lei pensa alle parole a cena. “Casa sua”. Non nostra, non tua. Soltanto sua. Quindi estranea.
Ventanni che cucina, lava, pulisce, sistema. Ventanni di casa che sa di lei. Ma casa mai veramente sua.
Al mattino fa caffè, mette su una pentola per la colazione.
Tutto scorre ugualmente, per altre due settimane.
Poi arriva lanniversario. Trentacinque anni.
Giulia si prepara due giorni prima. Lista dei piatti approvata con Teresa. Vuol fare di tutto: lesso, piatto caldo, doppio contorno, e limmancabile torta, i rustici ripieni, perché li adora Giovanni. Giulia segna tutto. Chiede il numero degli ospiti. Teresa dice: quattordici o quindici, ti so dire.
Conferma venerdì sera: diciassette.
Giulia rifà i conti, torna al mercato.
Sabato si alza alle quattro.
Il lesso va fatto il giorno prima: ce lha già pronto in balcone, freddo e compatto, come si deve.
Poi la pasta per i rustici. La ama: tiepida, viva tra le dita, elastica e profumata di lievito. Le viene in mente sua madre: “La pasta parla, bisogna ascoltare”.
La mamma non cè più da otto anni.
Giulia stende la pasta, pensa a lei, che la guardava cucinando con la vestaglia e la farina sulle braccia. Canticchiava i vecchi successi italiani.
Alle dieci i rustici sono pronti. A mezzogiorno le insalate. Alle due il piatto forte in cottura. Lei è in orario.
Gli ospiti arrivano alle tre.
Giulia accoglie, prende i cappotti, fa accomodare, porta allaperitivo, controlla i fornelli, ascolta, risponde, gira il sugo.
Giulia, porto i rustici? si chiede di nuovo ad alta voce, non ha nessuno da chiedere. Tutti già seduti.
Porta i rustici. Applausi.
Oh, fatti in casa! esclama la signora Nilde, vecchia amica dei Bellini.
Giulia li ha fatti, dice Nicola.
Brava, dice Nilde , proprio brava! E subito guarda Teresa: Hai una nuora con le mani doro.
Eh, fa il suo dovere, risponde Teresa.
Giulia torna in cucina.
Alle quattro porta il piatto forte. Vassoio enorme, pesante da tenere a due mani. Spinge la porta col gomito, entra.
Ah, finalmente! annuncia Teresa, forte Pensavamo ci avessi dimenticato!
Risate, gentili, di circostanza.
Giulia posa il vassoio. Si drizza.
Che meraviglia, mormora Giovanni alzando gli occhi. Brava davvero.
Giulia, le patate le porti subito o dopo? chiede Matteo.
Subito, arrivo.
Torna in cucina.
Proprio uscendo sente.
Nilde domanda a Teresa qualcosa, a bassa voce, ma tra due silenzi si sente benissimo.
E Giulia che lavoro fa?
La contabile, risponde la suocera. Tre mattine a settimana. Ma il suo posto è qui in cucina. È il suo destino.
Il suo posto è in cucina. È il suo destino.
Giulia si blocca sulla porta. Schiena alla sala, viso ai fornelli.
Nilde ride. Rapida, come uno starnuto.
Qualcuno dovrà pur cucinare.
Appunto! conferma Teresa.
Resta ferma ancora un secondo. Prende le patate. Torna in sala, le posa in tavola.
Grazie, Giulia, dice qualcuno.
Annuisce. Si mette sulla sua sedia allangolo. Si versa acqua, non vino.
Mastica in silenzio. Risponde se chiamata. Sorride quanto serve. Sparecchia. Porta altri piatti. Taglia la torta.
Il suo posto è in cucina. È il suo destino.
Quella notte non chiude occhio.
Rimugina quelle parole. Senza rabbia. Le gira in mente, le guarda da ogni lato. Posto in cucina. Ventisette anni in cucina. Le cinque, le quattro di mattina. Mani nella farina. Nella pasta. Nella pentola bollente. Mani che portano da mangiare per diciassette persone. Mani invisibili. Conta solo il risultato.
Ma dove porta il suo destino. Là dove è sempre stata.
Matteo dorme. Lei lo osserva al buio. Un volto familiare, di chi si conosce meglio di quanto lui capisca se stesso. Che soffre il caldo. Che ha una vecchia ferita alla spalla. Che non mangia il farro, tranne quando ha fame. Che in fondo è buono. Solo che non vede. Non vede mai.
Si alza in silenzio. Si mette la vestaglia. Va in cucina.
Accende la luce. Fa bollire lacqua per il tè.
La cucina è pulita. Tutto a posto, sistemato da lei. Oggi, ogni giorno.
Si versa una tazza. Prende il telefono. Apre la chat con Daniela.
Scrive: “Dani, sei sveglia?”
Dopo cinque minuti: Sì. Leggo un romanzo. Che succede?
Guarda lo schermo. Poi: “Niente. Solo che domani vorrei venire. Posso?”
Risponde subito: Certo. Ti aspetto.
Al mattino Giulia si alza, prepara il caffè. Fa colazione: uova strapazzate, pane tostato, pomodori freschi. Mette tutto in tavola. Matteo si siede, ancora assonnato.
Buongiorno.
Buongiorno, dice lei.
Versa il caffè, lo mette accanto al piatto. Lo guarda.
Matteo, dobbiamo parlare.
Mh, dice, prende la forchetta.
Voglio allontanarmi un po.
Dove vai?
Da Daniela. Qualche giorno.
Lui alza gli occhi.
E che succede?
Niente. Solo per staccare.
La guarda. Poi si stringe nelle spalle.
E io come faccio?
In frigo cè il ragù, la zuppa di ieri. In freezer ci sono gli gnocchi.
E poi?
Te la cavi.
Parte la domenica, dopo pranzo. Una valigia piccola.
Daniela la accoglie allingresso. Lei le sorride, non chiede nulla. Solo labbraccia.
Vieni che facciamo due chiacchiere, dice.
Restano in cucina fino a mezzanotte. Cucina minuscola, accogliente, gerani sul davanzale, plafoniera vecchia ma calda. Daniela prepara un tè alla melissa. Biscotti. Giulia parla tanto, si confonde, a volte tace.
E sai, conclude , mica sono arrabbiata. Sono solo stanca di non esistere sul serio. Hai presente? Non del lavoro, della trasparenza.
Capisco. Fin troppo bene.
E ora cosa faccio?
Non so. Ma non stare a correre subito a casa.
Annuisce. Stringe la tazza. Il calore passa nella porcellana, reale e vivo.
Dopo tre giorni chiama Matteo.
Giulia, ma quando torni?
Non saprei ancora.
Come non lo sai? Qui è tutto vuoto, in frigo!
Vai a fare la spesa.
Silenzio.
Non so cucinare.
Le uova le sai fare?
Sì, quelle sì.
Allora falle.
Chiude e si ferma un attimo. Poi ride. La prima volta dopo molto.
Al quarto giorno Daniela propone:
Senti, unamica mia lavora in una scuola di cucina. Cercano docenti per panificazione e cucina casalinga. Solo supplenza, ma magari diventa fisso. Vuoi che ti presenti?
Giulia la guarda.
Io? Non sono insegnante.
Tu cucini meglio di chiunque. Lo so da ventanni.
Vorranno dei diplomi
Prima parlaci, poi si vede.
Due giorni dopo Giulia è in colloquio alla scuola di cucina Il Sapore delle Mani, davanti alla direttrice, una donna energica, signora Laura Cavenaghi.
Daniela dice che cucini benissimo. Cosa sai fare?
Giulia riflette.
Cucina casalinga italiana. Lievitati, sfoglie, piatti di carne, conserve, confetture, minestre, anche un po di europeo.
Lievitati a mano?
Sempre. Mai roba pronta.
Laura sorride.
Facciamo lezione di prova. Se piaci, firmiamo il contratto.
Lezione il venerdì. Tema: pane casareccio con lievito madre.
Giulia non dorme la notte. Pensa che è una follia. Non ha mai insegnato. Cosa dirà Matteo. Cosa dirà Teresa.
Poi si domanda: ma davvero importa?
Il venerdì entra in aula. Otto persone. Di tutte le età, quasi tutte donne, una sola ragazza giovane. Occhi curiosi.
Saluta, prende la ciotola, versa la farina.
Iniziamo da qui. Un buon pane si fa con le mani prima che con la ricetta. Sentite la pasta. Mostra. Quando la pasta si stacca dai bordi e diventa liscia, ecco, quello è il momento giusto. Nessun timer può darvelo. Solo le vostre mani.
Parla, impasta, spiega. Mostra come lavorare la pasta, come riconoscere la giusta consistenza, perché conta la temperatura dellacqua, e la pazienza della lievitazione.
La ragazza domanda:
E se non viene la prima volta?
Arriva alla terza, risponde serena. È normale. La pasta non si offende.
Tutti ridono, di cuore.
La direttrice ascolta sulla porta.
Dopo, si avvicina:
Sai spiegare.
Non avevo mai pensato.
Proprio per questo. Chi si preoccupa troppo, perde la naturalezza. Ce lhai. Lo firmiamo?
Contratto firmato il lunedì.
Tre corsi a settimana. Pagata a ore, bene. Più della contabilità.
Lascia lo studio, chiede aspettativa.
Chiama Matteo.
Ho trovato lavoro. Insegno cucina.
Cosa? Una scuola? Ma torni a casa?
Non ancora.
Giulia, ma fai sul serio?
Sul serio.
Lunga pausa.
Mia madre ha chiamato. Dice che ti sei offesa.
Non sono offesa. Sono solo stanca.
Stanca di cosa?
Esita. Cerca parole semplici.
Del fatto che non esisto, Matteo. Da ventisette anni. Esistono polpette, camicie pulite, tavoli apparecchiati. Non io.
Silenzio.
Giulia…
Non ti accuso. Solo così.
Non sa rispondere. Lei lo sente dal suo silenzio.
Ti richiamo.
Va bene.
Passano due settimane. Giulia resta da Daniela. Aiuta in cucina. Daniela non pretenda, Giulia è lei che propone. Si mangia comunque, tanto vale cucinare. Ma è diverso. Cucinare per unamica che ringrazia ogni volta. Sinceramente.
Un giorno, Daniela le dice:
Sei cambiata.
Come?
Sembri più calma. Non più con lansia di correre sempre.
Giulia riflette.
Forse sì.
A scuola, la aspettano. Gruppi pieni. Laura dice che tanti nuovi iscritti hanno scelto proprio per il suo corso.
Hai una dote rara le dice. Le persone sentono quello che ci metti.
Giulia ci mette davvero tutto. Ma ora se ne accorgono.
Matteo arriva dopo due settimane. Avvisa prima. Daniela esce con discrezione. Restano in cucina, tra gerani e vecchia lampada.
Giulia, torniamo a casa?
Lei lo guarda. È dimagrito, stanco.
Perché dovrei?
Beh, casa, famiglia. Sono da solo.
Tre settimane da solo. Io ventisette anni.
Lui abbassa lo sguardo.
Non capivo.
Lo so.
Quindi è finita? Mi perdoni?
Sospira.
Non cè niente da perdonare. Sono cambiata.
In che senso?
Non posso tornare comera. Non perché sia arrabbiata. Semplicemente non ci riesco. Come un vestito che ormai non va più.
Silenzio.
E allora? Ci separiamo?
Non so. Forse no. Ma dora in poi sarà diverso. Ora lavoro. Lavoro davvero. E non sarò più la serva di nessuno. Né per te, né per i tuoi.
Mia madre non voleva offenderti.
Matteo, ascolta bene. Non parlo di offesa. Parlo di quello che lei ha detto davanti a tutti: Il suo posto è in cucina. È il suo destino. Capisci cosa significa?
Alza gli occhi.
Hai sentito.
Sì. Non solo questo. Sono ventisette anni che sento.
Pausa.
Mamma ha sbagliato, ammette piano. E anchio. Non me ne accorgevo.
Sì.
Lo guarda. In quellattimo rivede il Matteo di una volta, smarrito, onesto.
Che devo fare? chiede lui.
Non so risponde lei . Se vuoi cambiare, inizia dal piccolo. Impara a farti la zuppa.
Abbozza un sorriso.
Sul serio?
Sul serio. È facile. Cipolla, carota, patata. Spiego io. Ora insegno.
Lui la osserva ancora. Poi:
Tornerai?
Ci pensa. Pensa allappartamento in Via delle Rose, agli odori della cucina. A Matteo, metà della sua vita. Alla vita, perfino quando non è perfetta. A che ha cinquantadue anni. Non diciotto, non novanta.
Forse, dice. Ma non subito. Ora mi serve altro tempo.
Quanto?
Quanto serve.
Lui se ne va. Lei resta alla finestra. Fuori ottobre, foglie che cadono.
Prende farina, burro, uova. Prepara la pasta. Per sé. Solo per sé.
Pasta tiepida, viva, docile.
La lavora senza pensieri.
Un mese dopo, Laura le offre un contratto fisso.
Mi sei necessaria. Non più supplente, titolare. Tre moduli settimanali, più un master al mese. Ecco le condizioni.
Giulia legge. Pagano bene, dignitosamente. Non ricca, ma libera.
Accetto, dice.
Firma. Esce. Respira laria dautunno.
Telefona a Daniela.
Mi hanno assunto in pianta stabile.
Giulia! quasi urla lamica Bravissima! Festeggiamo?
Certo. Cucino io.
Ci mancherebbe!
Sorride.
Con Matteo ora parlano senza litigare. Lui la chiama spesso. Racconta cosa cucina. Prima uova. Poi chiede la ricetta del minestrone. Lei istruisce. Lui richiama: quante patate, quando il sale, perché è venuto strano.
Forse troppo aceto.
Ne hai messo molto?
Due cucchiai, come detto tu.
Da minestra o da caffè?
Pausa.
Ma sono diversi?
Si mettono a ridere, insieme.
A fine ottobre, lui torna con un mazzo di fiori. Crisantemi, quelli che piacciono a lei. Prima non li comprava mai, inutile. Ora sì.
Belli, dice lei.
Lo sapevo che li avresti apprezzati.
Bevono il tè. Parlano per ore. Di tutto. Di scuola dei nipoti. Che Nicola e Marta pensano di trasferirsi. Che Giovanni non sta benissimo, ma si riprende.
Poi Matteo dice:
Mamma vuole parlarti.
Giulia resta zitta.
Davvero. È cambiata da quando sei andata via.
In che senso?
Ha iniziato a cucinare. Da sola. Una torta. Male, ma da sola.
Giulia guarda la tazza.
Bene così.
Ha detto che quel giorno, davanti a tutti, ha sbagliato.
Limportante è capirlo.
Parli con lei?
Giulia alza gli occhi.
Quando sarò pronta. Non ora.
Capisco.
Non la pressa. È nuovo anche questo. Prima premeva per sistemare a tutti i costi. Ora no. Aspetta. O cerca di imparare.
Uscendo, si ferma all’ingresso.
Giulia.
Sì.
Avevi ragione. In tutto. Non vedevo. Era sbagliato.
Lei lo guarda.
Lo so.
Mi dispiace.
Annuisce. Non risponde va tutto bene. Non è tutto bene. Magari un giorno lo sarà.
Chiamami domani dice. Raccontami del minestrone.
Promesso.
La porta si chiude.
Giulia resta un po in corridoio. Poi va in cucina. Mette sul fuoco lacqua per il tè. Guarda fuori, la città della sera. Lampioni accesi, gialli, tiepidi.
Pensa che dopodomani ha la lezione di frolla. Servono mani fredde per farla davvero bene. Il burro non deve sciogliersi. È una finezza che tanti sottovalutano: se schiacci limpasto, perde leggerezza, friabilità.
Lo spiegherà. Sa spiegare. Finalmente.
Il tè è pronto. Si siede alla finestra.
Da qualche parte in città si incastra la sua vita. Vecchia e nuova, affiancate, mescolate. Non sa ancora come sarà. Se tornerà in Via delle Rose. Se rimarrà qui. Se sarà altro ancora.
Ma adesso, questa sera, beve il tè da Daniela. Guadagna da sola. Insegna alle donne a sentire la pasta tra le dita. Ed è vero.
Per ora, basta così.
Il giorno dopo, Matteo la chiama a pranzo.
Il minestrone dice.
Comè andato?
Buono. Anche il colore giusto.
Allora non hai cotto troppo le verdure.
No. Ho aggiunto i piselli alla fine, come hai detto tu.
Bravissimo.
Pausa.
Giulia, e tu come stai?
Bene, dice. Ed era vero.




