Marco Bianchi, trentenne senza moglie né figli, viveva in un piccolo appartamento in affitto al centro di Borgo San Lorenzo, insegnando in una classe piena di sogni che non erano propri.
*Potresti immaginare una foto di matrimonio.*
In un pomeriggio di pioggia, il corridoio dei professori brulicava di voci su tre fratelli Chiara, Giulia e Luca i cui genitori erano appena scomparsi in un tragico incidente. Avevano dieci, otto e sei anni.
«Probabilmente finiranno in una casa di accoglienza», mormorò qualcuno. «Nessuno li vorrà: sono troppo costosi, portano troppi problemi».
Marco rimase in silenzio. Quella notte non trovò sonno.
Il giorno dopo, li vide sui gradini della scuola, bagnati, affamati, tremanti. Nessuno era venuto a prenderli.
Alla fine della settimana, fece ciò che nessun altro osava: firmò lui stesso i documenti di adozione.
La gente lo derideva.
«Sei pazzo!», lo sgridavano. «Sei solo, non riesci neanche a curare te stesso».
«Mandali in un orfanotrofio, staranno meglio».
Marco non ascoltò. Prese a cucinare per loro, riparò i vestiti strappati e li aiutò con i compiti fino a tardi. Il suo stipendio di 1200euro al mese era magro, la vita dura, ma la sua casa risuonava sempre di risate.
Gli anni passarono. I bambini crebbero. Chiara divenne pediatra, Giulia chirurga, e Luca il più giovane un avvocato di fama, difensore dei diritti dei minori.
Alla loro cerimonia di laurea, salirono tutti e tre sul palco e recitarono le stesse parole:
«Non abbiamo avuto genitori, ma abbiamo avuto un insegnante che non ha mai mollato».
Ventanni dopo quel giorno di pioggia, Marco sedeva sui gradini della sua casa, i capelli ormai argentati, ma con un sorriso sereno.
I vicini, un tempo beffardi, ora lo salutavano con rispetto. I parenti lontani, che prima gli avevano voltato le spalle, riapparvero improvvisamente, fingendosi interessati.
Marco non si scompose. Guardò i tre giovani che lo chiamavano Papà e capì che lamore gli aveva donato una famiglia che non aveva mai creduto di potersi avere.
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Gli anni continuarono a rafforzare il legame tra Marco e i suoi tre figli. Quando Chiara, Giulia e Luca raggiunsero il culmine del successo, decisero di organizzare una sorpresa.
Nessun dono poteva davvero ricompensare ciò che Marco aveva loro dato: una casa, unistruzione e, soprattutto, amore.
In un pomeriggio di sole, lo portarono a bordo della loro auto, senza dirgli la meta. Marco, ormai cinquantenne, sorrise incuriosito mentre la vettura svoltava su una strada fiancheggiata da alberi.
Quando si fermarono, rimase senza fiato davanti a una sontuosa villa bianca, circondata da fiori, con uninsegna allingresso:
**Casa Bianchi**.
Marco rimase immobile, gli occhi pieni di lacrime.
«Che che cosè?», balbettò.
Luca lo avvolse con un braccio.
«Questa è la tua casa, papà. Ci hai dato tutto. Ora è il tuo turno di avere qualcosa di bello».
Gli consegnarono le chiavi non solo della villa, ma anche di una elegante automobile argentata parcheggiata nel cortile.
Marco rise tra i singhiozzi, scuotendo la testa:
«Non dovevo non ho bisogno di nulla di tutto questo».
Giulia sorrise dolcemente.
«Ma dobbiamo dartelo. Grazie a te abbiamo capito cosa è una famiglia vera».
Quellanno lo portarono nel suo primo viaggio allestero a Roma, Venezia e poi sulle Alpi. Marco, che non aveva mai lasciato Borgo San Lorenzo, scoprì il mondo con gli occhi di un bambino.
Mise cartoline ai vecchi colleghi, firmandole sempre allo stesso modo:
«Da Marco Bianchi orgoglioso papà di tre figli».
E mentre osservava il tramonto su coste lontane, Marco comprese una verità profonda: una volta aveva salvato tre bambini dalla solitudine ma, in realtà, erano loro a salvarlo.






