Un professore senza moglie né figli decide di adottare tre orfani

Il professore Marco Bianchi, senza moglie né figli, viveva in un piccolo appartamento in affitto e impartiva lezioni in unaula piena di sogni che non erano suoi.

Immagina una foto di nozze sospesa nel vento.

In un pomeriggio di pioggia, tra i sussurri dei colleghi, sente parlare di tre fratelli Sofia, Giulia e Luca i cui genitori sono appena scomparsi in un incidente. Hanno dieci, otto e sei anni.

«Probabilmente andranno in un orfanotrofio», dice qualcuno. «Nessuno li vorrà. Sono troppo costosi, troppe difficoltà.»

Marco resta in silenzio. Quella notte non chiude gli occhi.

La mattina seguente li vede sulla scala della scuola, bagnati, affamati, tremanti. Nessuno è venuto a prenderli.

Alla fine della settimana compie ciò che nessun altro oserebbe: firma personalmente gli atti di adozione.

La gente ride di lui.

«Sei matto!», lo sgridano. «Sei solo, non riesci neanche a curarti.»

«Mandali a un orfanotrofio, staranno meglio.»

Ma Marco non ascolta.

Prepara i pasti, rifà i vestiti, li aiuta con i compiti fino a notte fonda. Lo stipendio è modesto, la vita è dura, eppure la sua casa riecheggia sempre di risate.

Gli anni passano. I bambini crescono.

Sofia diventa pediatra, Giulia chirurga, e Luca il più piccolo un avvocato rinomato, specializzato nella difesa dei minori.

Al loro diploma salgono sul palco e dicono allunisono:

«Non abbiamo avuto genitori, ma abbiamo avuto un professore che non ha mai mollato.»

Ventanni dopo quel giorno di pioggia, Marco, con i capelli ormai argentati, è seduto sullo scalone di fronte alla scuola, sorridente e sereno.

I vicini, che un tempo lo deridevano, ora lo salutano con rispetto.

Gli zii lontani, che avevano voltato le spalle ai figli, riappaiono improvvisamente, fingendo interesse.

Marco non si sente offeso. Si limita a guardare i tre giovani che lo chiamano papà e capisce che lamore gli ha donato una famiglia che non aveva mai creduto possibile.

Anni dopo, il legame tra Marco e i suoi figli si fa sempre più forte. Quando Sofia, Giulia e Luca raggiungono il successo nelle rispettive carriere, decidono di organizzare una sorpresa.

In un pomeriggio di sole lo conducono in auto, senza svelare la meta. Dopo una curva tra gli alberi, lauto si ferma davanti a una villa bianca, immacolata, circondata da fiori, con uninsegna allingresso:

«Casa Bianchi».

Marco rimane senza parole.

«Che che cosè?», balbetta.

Luca lo avvolge in un braccio.

«Questa è la tua casa, papà. Ci hai dato tutto. Ora è il nostro turno di darti qualcosa di bello.»

Gli consegnano le chiavi, non solo di quella dimora, ma anche di una berlina argentata parcheggiata nel cortile.

Marco ride tra le lacrime, scuotendo la testa:

«Non dovevo non ho bisogno di nulla.»

Giulia sorride dolcemente.

«Dobbiamo però farlo. Grazie a te, abbiamo capito cosa significa davvero una famiglia.»

Quellanno lo portano nel suo primo viaggio allestero: Venezia, Roma e poi le Dolomiti. Marco, che non aveva mai lasciato il suo paesino, scopre il mondo con gli occhi di un bambino.

Manda cartoline ai vecchi colleghi, firmandole sempre così:

«Da Marco Bianchi orgoglioso papà di tre figli.»

E mentre osserva i tramonti su coste lontane, comprende una verità profonda: una volta aveva salvato tre bambini dalla solitudine ma, in realtà, erano loro a salvarlo.

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