UN REGALO DA ASIA

Il cane Luna ulula tutta la notte, impedendo alla padrona di dormire. Al mattino, aprendo il rifugio del cane, Sofia rimane pietrificata dallo spavento.

La notte è furiosa, come se la natura stessa riversasse tutta la sua ira sulla terra. Dallalto cade una pioggia torrenziale, quasi a voler spazzare via ogni ingiustizia e dimenticanza. Lampi squarciano il buio, accecanti, mentre il tuono rimbomba così forte che sembra scuotere il suolo ad ogni colpo. Gli alberi si piegano come esseri viventi, i rami sbattono contro i cancelli e lacqua inonda i cortili, trasformandoli in laghi. Sembra che il mondo sia caduto nel caos, senza sapere cosa accadrà al sorgere del giorno.

Quando i primi raggi del sole filtrano attraverso la tenda, tutto è già dietro di sé. Non resta traccia della tempesta né alcun segno del vento di ieri. Il cielo brilla di una limpidezza azzurra, come appena lavato, e laria è trasparente e fresca, profumata di terra bagnata e di erba appena risvegliata.

Alessandra, stiracchiandosi dopo il sonno agitato, scende sul portico e inspira a pieni polmoni la freschezza mattutina. Sembra che la natura si sia rigenerata, e tutto intorno a lei rinasca con nuova energia.

Nel frattempo, un ricordo inquietante le ritorna alla mente: nella notte, durante il fragore del temporale, la fedele amica il cane Luna ha iniziato a ululare in modo straziante, non abbaiare né ringhiare, ma proprio a lamentarsi, come se avvertisse un pericolo. Sofia allora non vi dà importanza, pensando che il tuono labbia spaventata o che abbia sentito qualcosa. Ma ora, osservando il cortile, avverte unimprovvisa apprensione.

Luna solitamente la accoglieva sul portico scodinzolando, saltellando e coccolandosi. Oggi è diverso: è sdraiata dentro il suo rifugio e non si muove. Il cuore di Sofia si stringe. Forse è stata colpita dalla tempesta? pensa il lampo è stato così forte da poterla ferire. Si avvicina piano, chiama dolcemente:

Luna, tesoro, stai bene?

Dal buio del rifugio emerge lentamente la testa di Luna, con occhi tristi e vigili. Non scatta fuori, non salta come al solito. Rimane sdraiata, orecchie premute, guardando la padrona con una malinconia misteriosa, come se custodisse qualcosa di molto importante.

Che ti succede, dolcezza? sussurra Sofia, sentendo un brivido lungo la schiena.

Torna in casa, prende un coltello e taglia qualche succulento pezzo di salame, il premio preferito di Luna. Forse ha fame? pensa. Ma nemmeno il profumo della carne la stimola; Luna non si muove. Rimane immobile, come se le forze le fossero finite, o forse è emerso dentro di lei un istinto materno antico che non le permette di abbandonare ciò che è nascosto nel rifugio.

Sofia si increspa. Qualcosa non quadra. Luna non si è mai comportata così. Anche nelle tempeste più violente, correva sempre verso di lei, cercando protezione. Ora, al contrario, si allontana, difende il proprio spazio. Nella mente le rimbalzano pensieri angoscianti: È malata? È stata morsa da un serpente? O forse ha preso una qualche malattia?

Senza esitazioni prende il cellulare e chiama il veterinario Leonardo Bianchi, amico di vecchia data, che promette di arrivare il prima possibile. In venti minuti una piccola auto ben tenuta entra nel cortile. Ne scende un uomo alto, con gli occhiali e una cartella nera in mano. Leonardo non è solo un veterinario: è un guaritore, qualcuno che percette gli animali come se ne comprendesse il silenzioso grido.

Che situazione abbiamo? chiede, osservandosi intorno.

Sofia riassume brevemente il comportamento strano di Luna. Il dottore si avvicina al rifugio, si siede accanto e chiama dolcemente:

Luna, piccolina, esci. Vieni da Leonardo.

Ma Luna ringhia a malapena, aderendo al muro. Non ha mai ringhiato così verso chi conosce. È inquietante, quasi spaventoso.

Cè qualcosa che non va, mormora il medico. Prima correva verso di me come verso una madre. Cosa le è successo?

Temo che sia malata, risponde Sofia, con voce tremante.

Un zecca? Qualcosa che lha punto? riflette Leonardo. Dobbiamo estrarla, esaminarla.

Sofia si avvicina al rifugio e afferra delicatamente il collare di Luna. Il cane non oppone resistenza, ma non esce neanche rapidamente. Quando diventa chiaro che non uscirà da solo, Luna, con evidente fastidio, striscia lentamente verso lesterno, guardandosi ancora alle spalle.

Cè qualcosa che si muove! esclama improvvisamente il medico, guardando dentro.

Sofia corre e si blocca. Nella profondità del rifugio, rannicchiato su una vecchia coperta, cè un piccolo bambino. Stringe al petto una bambola sporca. Il suo viso è pallido, gli occhi pieni di lacrime, i vestiti stracciati e bagnati. Non porta scarpe. Sembra dimenticato, abbandonato, perso tra realtà e incubo.

Che cosè? sussurra il medico, incredulo.

Non è cosa, è chi! esclama Sofia. È un bambino! Non posso estrarlo da sola aiutatemi!

Subito, subito, risponde Leonardo, sistemando gli occhiali e guardando attentamente dentro. Luna ringhia di nuovo, ma Sofia la tranquillizza:

Va tutto bene, Luna. Non faremo male a nessuno. Sei stata brava, hai salvato lui.

Porta il cane sul portico, mentre il medico solleva delicatamente il piccolo. Il bambino si sveglia, si strofina gli occhi, guarda intorno spaventato e inizia a piangere piano. Sofia lo prende in braccio. È leggero come una piuma, come se non fosse stato nutritto da tempo. Indossa una maglietta sporca con i bordi strappati, pantaloni a vita alta macchiati, e le gambe sono coperte di graffi.

Chi sei, piccolo? chiede dolcemente.

Il bambino non risponde, ma fissa Sofia con grandi occhi spaventati, come in attesa di un rimprovero.

Chiamo la polizia, dice Sofia, dirigendosi verso la porta. Un bambino non può essere lasciato così. Lo cercano, probabilmente.

Ma Leonardo la ferma:

Aspetta. Conosco questo bambino. È Marco, figlio di Ottavia la criminale.

Sofia sobbalza. Ottavia, la ragazza della loro scuola, una volta allegra e spensierata, è caduta in una spirale di delitti, alcol e dipendenze. Dopo una prima condanna sospesa, ha rapinato il postino, sottratto i risparmi agli anziani e finito in carcere, dove ha concepito Marco. Il bambino è stato affidato subito a un orfanotrofio.

Ma lhanno rilasciata? domanda Sofia.

Sì, di recente. Ha preso il figlio dallinternato, ma non per amarlo, piuttosto per dimostrare al mondo che anchio sono madre.

In realtà è sempre ubriaca, lo abbandona, lo lascia solo. Persone come lei dovrebbero perdere i diritti genitoriali. Marco ha quasi cinque anni, a stento parla, non conosce casa, famiglia, affetto.

Sofia sente crescere dentro di sé amara rabbia e dolore. Ricorda i suoi sogni di maternità, due speranze infrante, due piccoli persi. I medici non trovano una causa: è come un pugno allo stomaco. Ora ha davanti a sé un bambino vivo, tremante, gettato via come un oggetto indesiderato.

Lo terrò qui per ora, dichiara fermamente. Lo nutrirò, lo riscalderò, lo laverò. Poi lo porterò da Ottavia e le farò vedere cosa fa con il proprio figlio.

Porta acqua tiepida, un asciugamano morbido e sapone per bambini, lo lava con cura, come se fosse suo. Poi lo veste con la sua maglietta, lo avvolge in una coperta e lo siede al tavolo. Il piccolo mangia in silenzio, rapido, come se temesse che gli portassero via il cibo.

In quel momento entra in casa Andrea, il marito di Sofia, alto, forte, con occhi gentili.

Tesoro, volevi qualcosa? Ho preso del pane si ferma, guardando il bambino. E chi è questo?

È Marco, il figlio di Ottavia. Lho trovato nel rifugio di Luna.

Andrea osserva il bambino, poi Sofia. Sa quanto lei soffra per non avere figli. Capisce che ogni volta che vede un altro piccolo, qualcosa dentro di lei si spezza.

Capisco, dice a bassa voce. Cosa serve?

Compra scarpe e vestiti. Tutto nuovo.

Andrea non fa altre domande. Si gira, esce e, dopo unora, ritorna con sacchetti. Compra non solo vestiti, ma anche una macchinina rossa lucida. Marco sorride per la prima volta da molto tempo.

Più tardi, quando il piccolo si addormenta, sussurra:

Non voglio andare dalla mamma

Dormi, piccolo, mormora Sofia. Nessuno ti porterà via.

Andrea la abbraccia.

Non vuole tornare da lei. Lo capisco.

Andrò da Ottavia a capire cosa sta succedendo.

La casa di Ottavia è semidistrutta, con finestre sbarrate, odore di birra, tabacco e disperazione. Dentro è buio, sporco e vuoto. Quando Sofia entra, il fumo le graffia la gola.

Chi è lì? grugnisce una voce rauca. Cè Bianca?

Ottavia, sono Alessandra. Eravamo compagne di classe.

Ah non ti riconosco. Perché vieni?

Il tuo figlio è qui con me. Lho trovato nel rifugio. Era senza scarpe, affamato, terrorizzato.

E allora? Che faccia? Lascia che dorma. Dove ha dormito?

Tu sei madre! Come puoi parlare così?

E tu chi sei per insegnarmi? urla Ottavia. Restituisci mio figlio! Altrimenti la cintura!

Non tornerà da te, risponde Sofia, guardandola dritta negli occhi. Chiamerò la polizia. Un bambino non deve crescere in quellinferno.

Ottavia, improvvisamente, si calma.

Aspetta non chiamare la polizia È solo lui, il mio sangue

Allora metti ordine in casa, vivi dignitosamente, e allora parleremo.

Una settimana passa. Nessuno arriva. Sofia torna e trova Ottavia a letto, senza segni di vita. Un sovraccarico di alcol lha sopraffatta; il cuore ha ceduto. Alessandra e Andrea la seppelliscono. Dopo questo dramma, decidono di adottare Marco.

Dopo mesi di controlli, interrogatori e analisi, i servizi sociali autorizzano ladozione. Marco diventa loro figlio.

Due anni passano. La primavera fiorisce di nuovo. Nel cortile corre Marco, più grande, ride e gioca con i cuccioli di Luna lo stesso cane che lo ha salvato quella notte tempestosa.

Attento, figlio! grida Sofia.

Niente, i figli abbelliscono luomo! ride Andrea, aggiustando il cappellino sulla testolina della loro figlia Darina, nata un anno fa.

La bambina sorride soddisfatta, balbettando nella sua lingua infantile, osservando il fratellino. In quel momento la felicità è completa. Sono una famiglia. Una vera, non solo di sangue, ma di cuore.

Una storia incredibile di umanità, misericordia e amore.

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